tecniche miste di scrittura poetica

caro *,
ti spedisco qui di seguito gli appunti presi durante la nostra conversazione telefonica di alcune notti fa. Troverai qua e là qualche aggiunta, perché neppure a ricopiare son capace: la parola ha in sé una propria ispirazione, come la voce un’intonazione.
Spero non ti dispiaccia e che ci scriveremo ancora e a lungo su questo tema inesauribile.
Un abbraccio
F.

«trucioli, frantumi e rimasugli:
una cosa lavorata a lungo,
sfinita»

Blitzwort

Nei quaderni, dopo mesi di scritture e movimenti, sopravvive l’abbagliante somiglianza tra il silenzio e una parola liberata dall’assedio. È un po’ come aggirarsi frastornati su un campo sfigurato da trincee, martoriato dai poderosi colpi che han sottratto batterie di rime e sventrato bunker inespugnabili col senso, decimato i più ostinati versi obliqui, oblunghi, radunati in strofe sparse, animati da una resistenza a oltranza, sino alla sillaba ultima, alla più breve particella sonora.
Le macerie sono eredità del testo, che sopravvive in un’immagine di gloria e di vittoria, oltre i veri nomi dei dispersi: parole mutilate, corpi slegati al nesso con la vita, versi carichi di sangue, che han dovuto aprirsi un varco nella via sbarrata del silenzio, lanciati avanti nell’assalto, primi e persi. Intorno a ogni zolla pura c’è una terra sconsacrata, una pagina strappata, che ha ceduto il proprio nome e l’ha difeso in ogni punto, seme o pianta, in ogni pietra dell’inferno in cui è precipitata.
Non ammette esitazione la parola – das Blitzwort.

«parole,
riferite in un unico respiro,
da un unico respiro ferite»

Exodus (aus der Nacht)

La parola, sola come l’ultimo esemplare in terra, fiuta l’aria, dove non c’è buco in cui sparire o via di fuga in un fossato. Dirla sola è catturarla viva nella sua paura. Ci si addentra nel paesaggio di cui è parte, ben coperti si fa il verso, si dà al proprio corpo odore e sfumatura d’una massa ermetica di sillabe e fili d’erba, che ripari sino al cuore del discorso. Tutto un muoversi d’astuzia e giocar di posizioni in questa terra dell’esilio: punti morti, fioriture in rima, terrapieni e righe perlustrati palmo a palmo, oltre il dorso della pagina.
Scrivere è lasciare impronte nella propria cenere, nella propria sostanza, tenere basse palpebre sugli occhi per non scoprir lo sguardo. Stesure e avvistamenti senza pace nello sforzo di avanzare, di scavare cancellando una frase dopo l’altra, caricando sé di un senso sempre più inespresso, conciso e contratto.
Lasciarsi attraversare dal mistero, attraversandolo.
Le cose e le parole insieme, in questo luogo di nessuno e di passaggio di un pensiero che le coglie al volo, sono prede mute contro il cielo. Voci di interi secoli percorrono le cavità profonde, cunicoli nel vuoto delle argille radunano il fiato nel brusio dei pozzi. Ogni sillaba caduta vibra ancora in terra.
Non la resistenza salva, ma la frontale resa alla parola. Su ogni cosa pende la condanna, poi che ogni cosa ha un nome proprio in cui è colta o sottintesa.
Sfugge però al verso rima e anima.

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