La retorica dello sciopero

La retorica dello sciopero, oggi come non mai, mette in risalto l’argine mediatico entro cui è perfettamente confluita e controllata ogni forma di opposizione e protesta: fischietti, tamburi, carote, cori uguali da stadio. Mai un fatto che mostri un’idea alternativa di vita e per lo più una scarsa coerenza tra slogan gridati e condotta. Non serve cercare consensi con estemporanee trovate: un’idea buona dev’essere autoevidente per imporsi. Qualsiasi ideale risulta impraticabile nella sua caricatura, falsato in partenza dal simbolo che lo rappresenta nell’immaginario collettivo.
È questa la più sonora vittoria del sistema: aver garantito solo forme poco più che simboliche di protesta, enfatizzandone i tratti retorici e grotteschi come segni di autentica democrazia attraverso i mass media, rinforzando così le proprie immunità (e impunità) nei casi di prese di posizione più forti e feroci. La singolarità di questa condizione consiste nel trovarsi realmente legati a una catena, liberi di rosicchiarla coi denti. Non è certo un caso che in Spagna si studino regole nuove per le manifestazioni di piazza. La repressione con botte e percosse è sempre giustificata dal potere come non voluta, accidentale o extrema ratio contro una deriva peggiore, facendo leva sulla paura per ottenere il tacito consenso di molti. Alle masse è concessa la scelta tra un’apolitica passività (apocalittica) e l’esercizio di una pressione virtuale, in cui l’urlo, la disperazione individuali sono dispersi, anestetizzati nella voragine della rete e i compiti di rappresentanza sempre più affidati a pochi che imparano in fretta la lingua del potere.
Chi mi legge qui, mi perdoni, ma non trovo nulla di sorprendente in tutto ciò: l’uomo non sa riconoscere il dolore altro che nella propria carne. Sino a che tutti non avremo ricevuto la nostra ferita, non avremo versato il nostro sangue in terra, non muoveremo che carte, allegati e carote. Qualcuno scrive parole più forti – è vero – altri sfilano bene in corteo, le loro bandiere, gli striscioni efficaci e ordinati, ma il potere è reale però e non sfila, non vota, non chiede: picchia giù duro e controlla, sopprime, distorce, controlla e mantiene il consenso.

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