Ai ricchi non manchi mai l’elemosina dei poveri

Una ricchezza invisibile ci sta divorando: indici, titoli, debiti sono le cifre della miseria. La bestia ferita aggredisce, mena i suoi colpi nel vuoto, tenta di restituire quello fatale. La sua lingua di segni vuoti ma tangibili ora è insignificante, perché la dolcezza dei consumi ha prezzi troppo alti.
Qualcuno auspica l’inizio di una rivoluzione totale, amputazione di questa cancrena, che sia rivoluzione inconcludente però, perché, sfogata la rabbia espiatoria dei contestatori, si possa ben dire che avevano torto, che erano pochi, istigati e violenti, e lentamente rifare poi tutto com’era: ai ricchi non manchi mai l’elemosina dei poveri.
Altri insistono nel ripetere che non vi sia alternativa al sistema, alle sue minute declinazioni sociali, perché legge di Natura. È come trovarsi nel pieno di un’avaria ad alta quota: il pianto e le grida sono reazioni istintive, ma inefficaci e a nulla serve cambiar di posto col vicino di fila. Peggio sarebbe dubitare dell’abilità dei piloti, bisogna anzi riporre fiducia e cercare di non generare scompiglio in cabina con quegli schiamazzi. La morte, sempre possibile, vuole decoro.
Il Grande Evasore rivendica giustizia per chi non ha nulla, ma non cade neppure una briciola dalla sua tavola. Sa che non c’è nulla da temere specialmente nell’invisibile, ma che gli spettri rendono l’uomo obbediente. Il tono mellifluo è quello di tutti i potenti meschini e l’offesa, portata con naturalezza, ha il suono di un complimento incompreso.
La miseria, la pura degradazione su cui ogni giorno si posano gli occhi, appare un fatto straordinario nella cornice perfetta dei luoghi comuni. La cronaca gratifica la morale borghese con le atrocità del mondo: il dolore è di pochi, dobbiamo essere felici del nostro malessere.
La voce deve cadere sempre dall’alto, da dietro, da dentro una scatola di cavi e circuiti stampati. Chi parla è più forte nell’autorità fuori campo. L’informazione passa da pochi a molti in verticale, abolisce la distinzione tra fatto e interpretazione. Non c’è più obiezione, solo vizi di forma. Non sussiste alcuna “democrazia” nei rapporti: chi parla non ascolta e chi ascolta obbedisce. L’occasione a tutti concessa è formale: elezioni, censimenti, referendum, una conta di dati a spartire il potere.
Chi manifesta un dissenso ha spesso l’aria di essere lì per caso: nella vita di ogni giorno non è mai stato così onesto e puro come in quel momento. Altri fiutano il vento e stan buoni, per non compromettere il nuovo col vecchio. Molti organizzano circoli, mostre, concerti, pubblicazioni, ma l’impressione è che tutto rimanga tra loro e si contino senza guardarsi attorno.

7 comments

  1. Infatti, Enrico… è come dici tu riguardo al genio. Il genio di Pasolini (letterario, cinematografico) non è tale da lasciarsi coltivare di fronte ai pasticcini, in salotto, ma impone azione (su se stessi e sul mondo). Impone forza. E’ un genio “corsaro”, d’attacco.

  2. come lo intendo io il genio è oggettivamente operativo non è un oponione, è un evoluzione inevitabile. l’intellettuale sembra essere gradito se è oscuro d’improbabile lettura,o frivolo . La forza che è cosa irrazionale accredita chi organizza un qualche possibile che diviene forza contrattuale, voce in capitolo e non vaniloquio.

  3. Oggi una conferma di questo che dici: sul Corriere della sera, a proposito delle primarie del PD, si riferiva che gli intellettuali di riferimento di Renzi sono Baricco e Jovanotti (sic!). Né Renzi, né Bersani annoverano Pasolini. In quel caso, il genio è scomodo e sgradito. Sempre stamattina leggevo una sottile (ma molto ispirata) invettiva di un poeta occitano *contro* la globalizzazione. Un punto in particolare mi ha fatto molto riflettere: sottolineava come la politica sia ormai in mano a una “classe” politica e non a un “popolo” politico. Questa idea che il controllo debba essere elitario (anche in democrazia), mi pare la matrice della dittatura silenziosa sotto cui viviamo da tempo immemorabile. E questa crisi finanziaria, e il modo in cui è gestita, sono in realtà una specie di raffinatissima guerra mondiale.

  4. Provo a dire.
    l’università ha costruito il sistema Italia, il sapere con gli strumenti di lettura della complessa realta cosi ingegnerizzata è in mano alle loro aristocratiche menti, che faranno sicuramente misteriosi rapporti di ciò al quirinale, che non ha secondo me simpatia degli intellettuali. di letture della realta a loro sconvenienti.L’intellettuale è gradito in quanto : il più adatto è sgradito il migliore , Se è in grado di essere le due cose insieme è detto genio: che si impone e non si discute.Ciao

  5. Quello che mi lascia perplesso è la manifestazione di una virtù civile, di una integrità morale, di un sincero interesse intellettuale che non vada al di là dello slogan e della parola. Quanti partiti, oggi, si appellano al termine “responsabilità”? Quale partito, avvicinandosi le elezioni, dirà mai che la sua politica sarà basata sulla frode, sulla distruzione dei servizi essenziali, sul saccheggio dei risparmi? In tutto questo, in una prospettiva dal basso, c’è un’orda di individui disposta ad accettare il sopruso pur di continuare a permettersi quelli che considera privilegi necessari: l’abbonamento a sky, il sabato pomeriggio al centro commerciale, la vacanza di qualche giorno al mare. Il resto del tempo, della vita, dell’energia è speso ad accumulare presunte ricchezze da barattare con una libertà vigilata, incanalata, pilotata. E gli “intellettuali”? Sono quelli che appoggiano il Renzi di turno? Sono una via di mezzo tra Baricco e Jovanotti? Sono quelli che si battono perché non si calpesti l’oblio, poi non muovono un’unghia quando le banche fanno un colpo di Stato? Bah.

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