Lettera (da un estremo all’altro)

«Dillo con parole tue!» – sussurro d’infanzia
«Le parole non sono mai mie…» – pensavo

…ecco finalmente il punto, caro *, poiché questo è l’unico mistero.
Quando vuoi scrivere una cosa e a un tratto scrivi d’altro, capisci allora che le parole non sono tue, ma tu appartieni a loro. Per questo ti modificano, ti levigano nella differenza delle lingue e sono fiume e sangue sparso tra le suture del linguaggio da una ferita cieca, e tu sei l’ultimo confine prima del mondo, la sua prima anima, l’ultima resistenza. Nessuna voce umana varca la corrente, non c’è riva opposta, o spinta orfica a strappare sillabe di bocca a un dio. Chi si bagna a volte solo pochi istanti, riporta però in terra il suono dell’acqua.
L’altro giorno, ad esempio, credevo che il mio spirito fosse sinceramente concentrato a far quadrare una dozzina di versi in un sonetto in bilico, togliendo loro un po’ di libertà, ma senza infliggere il dolore della rima, quando a un tratto ho perso il filo. Sai come accade… un motivetto sale dalla strada e si prova a ricantarlo, a seguirne il ritmo inventando le parole: così è nato un testo nuovo dai versi di un altro, senza volerlo.
Ognuno di noi dovrebbe saper cogliere gli esiti temporanei di una scrittura troppo spensierata o troppo calcolata, che serve solo a ripulire il greto quand’è secco, in attesa che qualcosa ci attraversi davvero e si scriva – scavi, incida, dica quale maggiore solco la contiene, ci scriva. Tra due testi può dilagare poi il silenzio, o arrampicarsi l’intricato giogo dei discorsi, allargarsi il gorgo delle frasi fatte e aggravarsi la nevrosi negli a tu per tu.
La Natura non segue una teoria, non segna i suoi progressi, non risolve formule, semplicemente accade e crea le sue eccezioni di continuo. La sua complessità, sempre più fine e fitta, s’innerva al vuoto e perde a un tratto il peso necessario a farsi luce o suono, a decantare in segno. È lì che la domanda fatta al mondo si nutre di silenzio. Inutile cullarsi nell’utopia felice di nominare ogni altezza: così confusi il fiore e la primavera del prato! L’aderenza solo formale a qualsiasi poetica è per questo una condanna senza appello non all’inesattezza, ma all’inespressività.
Eppure la poesia sembra aver bisogno, o desiderio attraverso i poeti, di sottrarre i nomi per scorgere le cose, di giungere a un livello minimo oltre la nominazione, a quel «popolo delle cose» tutte insieme unite nel nome del mondo. È come se le parole, abusate, costrette nel calco della ripetizione, fossero in realtà accostabili a niente, matrice e non copia e per difesa chiuse in sé o contorte ci imponessero la loro solitudine. Ecco poi però che tolte, collocate in altre relazioni, diventano le cose, le cose di cui si fa discorso e, di ritorno, si scopre in loro l’ispirazione del mondo.
Il silenzio, tra le rivelazioni, è già la più profonda.
F.

2 comments

  1. Grazie della visita, Tiziana. Quel silenzio di cui sono fatte le parole sta forse proprio dietro le lettere, molto lontano da loro. Solo nell’effetto ottico della distanza il cielo può stare “tutto” nel perimetro di una finestra.
    Un caro saluto
    F.

  2. …e di silenzio sono fatte le parole mai scritte eppure sentite, nel fruscio di foglie o nella fessura d’un pensiero appena accennato, nella bocca chiusa risiedono e stanno, in attesa di quel gesto casuale che la mano compie suo malgrado,quando è il momento.

    Ho letto con vero piacere,
    Tiziana

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