5 Maggio 2012, lettera ai cari estinti

Mia cara *,
avere una verità che si dica una sola! La verità che annulla il corpo e il dolore che rianima le membra, inflitta alle parole nel loro senso profondo, laddove ci eravamo persi per comprenderle… avere finalmente questa verità e abbracciarla in sé come il mare di un naufragio!
Non lasceremo nulla a chi ci segue, perché nulla resta a lungo più della pelle sulle mani, mentre l’anima – se c’è – tenta di aderire nell’eterno, di sfruttare l’ultima contrazione fisica del corpo e farsi espellere in un amen, per non esser risucchiata nella morte.
Quando, solo, saprò anch’io la morte, la mia e l’altrui, sembrerà così semplice, una somma elementare di minute circostanze, che non avrò né tempo, né voglia di tornare indietro a raccontarla. Vi rappresenterò davanti agli occhi, tutti, e porterò quei nomi ai morti, ai padri e alle madri che li attendono da tempo nel vuoto delle origini.
I morti si radunano nei muri credendo di parlarci. Non son passi di topi che bucano i mattoni, ma l’eco di un pianto che scuote in sé ogni cosa.
Guarda gli occhi delle bestie quando un attimo le incroci nel mistero del bosco e si fermano a guardarti prima di fuggire: indagano se anche tu hai paura, o sei tu il pericolo che sentono da sempre, da che son vive, o l’hai incontrato tu per primo e sei sopravvissuto. Fuggono qualcosa che non sanno e per questo e per non essere scoperte, non hanno costruito mai paesi, strade, vie piene di luce. Se ci sarà una fine, sarà sotto le stelle, però non meno dura anche per loro.
Morire, all’uomo appena un po’ felice del giorno che è trascorso, sembra un’aporia da mistici o filosofi che han preso a noia il tempo. La terra invece ha sete e asciuga il sangue. Ho visto ieri in un deposito di attrezzi le piume nere di un uccello, secche, e il becco stretto al nodo di una rete per gli ulivi. La morte, a volte, mette in mano all’uomo i suoi strumenti e sceglie chi si impegna meglio a usarli.
A te, divisi ancora nella carne
F. F.

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