code-verse: su “Stati di Assedio” di Mariangela Guàtteri (Anterem, 2011)

Le tre Neurosi in Stati di Assedio sono altrettante ferite profonde inferte alla materia viva del testo, fitte di dolorose suture, punti intrecciati in una grande allegoria di linguaggi nel tentativo di sancire una volta per tutte la realtà attraverso la sua rappresentazione (<Il potere>, <Hardcore pornography>), l’essere oltre il continuo disfacimento e ricomposizione dei corpi (<Edge of Existence>, <Mimetica>), Dio nella sua più dolorosa invocazione (<Passioni>, <Atti e invocazioni>).
La scrittura è soffusa di codici, segni diversi combinati a ricostruirsi un senso nell’ambiguità. Così è per il latino della Passione mescolato al rigore di una cartella clinica, per i riferimenti diagnostici («X sulle cose (irradiazioni)// e allora solo ossa/ [uno stato pulito]») accostati al backup di una macchina sull’orlo del reset («un accesso immediato/ si trasmette l’esistente// [si comunica]/ si salva»), per la solitudine colma di autorità nel cybersex masochistico («[intanto qualcuno provvede a infilare qualcosa tra le altre piaghe/ (usa le dita in funzione precisa/ del divaricatore)]», «{dichiara la resa/ voltando la schiena a una luce/ {tieni posizione di un cane che si stira/ {prendilo nel corpo/ (qualsiasi cosa impropria)/ senza fare resistenza», «ferite che sono già di nessuno/ le pratica ognuna in un turno/ in un gioco di carne») che rielabora alcuni tòpoi della sottomissione religiosa e del delirio mistico («così mostro il seno/ dove fui rinchiuso/ (per il tempo di un seme)/ e rimango aperto/ […] un tipo di comando/ un emblema/ […] una protesi servente// un meccano semovente/ […] un oggetto del piacere/ un artiglio// un germoglio/ [una punta per sbuzzare]/ ave maria/ che mi sei davanti// col torace intatto/ […] corpo raccolto/ nelle tue piaghe/ nascondimi/ da questa polvere// […] un desiderio ardente/ così sia// in orazione sempre/ a un sole che non muove»).
L’automa compenetra il corpo dell’Uomo, l’oggetto animato diviene protesi di quello inanimato, in un continuo morphing creatura-cosa-creatura: «una protesi del niente/ che si lascia andare/ ortopedia assemblata», «fa un gesto al cielo/ e il fiore di paura che ha nel ventre/ scoppia in un dolore// [si dissangua]», «[un osso di cane, una zampa]/ [un’ascia di guerra-zampa di cane]», «la mano orientale aiuta/ si trasforma in cosa da guerra/ [Luger Parabellum P 08]/ la infila nel buco// [quello che lo nutre]// e spara». Il principio darwiniano è sostituito da quelli casuali di una logica impazzita, quasi un codice genetico modificato, che regola il calcolo proposizionale/evolutivo secondo un’approssimativa tavola di verità. Questa idea riflette precisamente la conditio humana, in cui l’identità è distribuita, frammentata in istanze di cloud computing prima di ricomporsi in ego, e l’imprevisto è un dato incalcolabile per Natura, un margine di incertezza tra le pieghe di un modello statistico, probabilmente fuzzy. Tutto ciò che non può essere trascritto in un linguaggio «[…] si sgrana// tra un battito di mani/ un rumore bianco/ un inno», vibra nella dislocazione non deterministica delle sue parti, una maceria, un dolore che vale per sé come malessere del corpo e non su scala elementare.
L’impasto dei codici forgia una matrice linguistica pregnante, che riproduce nel testo la figura e le dinamiche di quello strato «percettivo che organizza/ i dati» in una complessa rete neurale, le cui terminazioni hanno carattere periferico e informano il corpo e il mondo l’uno dell’altro. Alcuni termini agiscono da tag, declinati in formule di rito dal carattere straniante, attrattori, cortocircuiti dall’esito imprevisto: salvare, assemblare, modulo, riconvertire, stato corrotto, accesso, contagio, funzione, somma, prodotto, negazione, innesco, iterazione, memoria, propagazione, conflitto interno, dominio, segnale, dimensione, punto, scansione.
La dialettica tra programmazione, scrittura di ricerca e poesia è risolta in favore di quest’ultima, adottando un’impalcatura informatica/formale entro la quale condurre però il fiato della parola ispirata, accettando la sfida di installare la poesia nel cuore della macchina, negli interstizi del suo linguaggio, tra i segnacoli di una metrica diversa, come pompare sangue in circuiti di corrente, sostituire al carattere ‘elementare’ dell’elettrone la ‘complessità’ della molecola.
A differenza della percezione poetica di porzioni informatizzate di testo (perl poetry), o di open source contest, nati con l’intenzione di scrivere in frammenti di codice (readableportableexecutable) la poesia e il suo farsi altro da sé nel mondo (poem-software), Stati d’assedio occupa strutture vuote, ne sfrutta la versatilità senza far riferimento a un linguaggio particolare, moltiplica segni di codici diversi in cerca dell’occasione che fa la poesia. È come se un task manager fosse improvvisamente attivato dalla parola, indicando processi virali, thread latenti all’interpretazione, altre istanze il cui arresto porterebbe a un crash di sistema o a permanente instabilità. Per questo i sottintesi del testo rimandano a link ipertestuali, a file nascosti con astuti meccanismi di rimozione/rinominazione. La varietà dei segni indica, oltre la sintassi dell’algoritmo, il continuo processo di rottura/adattamento dello schema logico-formale di fronte a quello irrazionale-informale dell’istinto poetico. L’uso di parentesi è sistematico: le quadre racchiudono commenti, frammenti di codice saltato; le tonde risultati temporanei o istruzioni di controllo; le graffe sequenze di comandi (il modo usato è sempre imperativo); le acute richiamano altre parti, nominano un altrove. Non è un caso che, nel C ad esempio, l’inclusione di librerie avvenga alla prima linea del listato attraverso il comando #include <name>  .
Le Neurosi sono allora tre segmenti di un unico programma articolato in routine, veri e propri code-verse annidati nel corpo del testo. Una formula rituale d’apertura le segnala, un header standard di inizializzazione. La routine di output è ovunque denominata <assedio> e numerata con indice crescente. La gerarchia prevede che i primi due segmenti lavorino in parallelo, restituendo l’output al terzo (I->III: «riconversione del tempo in dolore// un’intolleranza»; II->III: «riconversione del tempo in coazione// un’intolleranza»), che lo eredita ed elabora in un loop privo di break o return, aprendo il tempo di calcolo al mistero dell’eternità («uno stato in eterno ripetuto/ nel perimetro d’assedio di un’insonnia»), non producendo altro risultato che un’ossessiva attesa (III->infinito: «riconversione del tempo in ossessione// un’intolleranza»). Così è l’Universo, un gigantesco loop interminabile che modifica i suoi microstati, una catena di input-output annidati senza sbocco, come un codice che scriva dentro sé altri frammenti, senza un terminale esterno che li sveli – a cosa poi? A chi? È la chiusura più perfetta di un alfabeto nella propria algebra di cui ad oggi si ha notizia. EOF.

Federico Federici

Postfazione in Stati di Assedio di Mariangela Guàtteri (Anterem, 2011)

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