Lettera: 11 Febbraio Dicembre 2012, Osteria del Din

Mia cara *,

la neve sottovoce copre i nomi e i segni incisi ai tronchi. Nessuno per il freddo osa entrare più nel bosco a farne altri: le unghie immacolate rotte, i punteruoli e i chiodi curvi, atrofizzati gli arti, lenti. I sempreverdi sparsi sui pendii fan segnaposto al bosco che verrà. I rovi sui sentieri sono grumi d’aghi e spine, delimitano campi vuoti e l’orlo dei burroni. Ogni albero si conta le sue foglie, impaurito che barbagianni o gufi ne feriscano una sola tra gli artigli, o le voraci bocche di scoiattoli rimangano impunite rosicchiando punte e gemme ai rami. Poi la notte piomba al suolo e tutto tace. Son caduti i guizzi della fiamma nella stanza. Muore il fuoco nella legna, ma ancora un poco l’aria è calda. La mia vera guerra è dentro, irremovibile. I fili dei discorsi ripetuti in poche ore fitti e tesi mi condannano all’affanno. La parola stride all’inferiorità di questa condizione, appesa alla memoria si ripete, smette di significare. A pestare un tasto al pianoforte prima o poi si scorda. La parola deve farsi sempre intorno a qualcosa che da sola non afferra. A me importa di esser lì per ascoltarla.
Le rose e la bufera, la schiena e la corteccia, la vipera e la lingua: come s’infilavano precise allora le parole nel cerchio del bosco! In nessun altro luogo la vita confidava un dolce sfinimento, appesa a un nulla eppure smisurata! Le orbite degli occhi sempre piene di figure, la mente curva ai numeri del tempo, e a volte si sfioravano altre cose, imponderabili creature che avrebbero potuto diventar parola, ma ci sono versi che neppure chi li ha scritti osa pronunciare.
Nella morte sarò anch’io più ostinato. Ribatterò al coraggio che le serve per chiamarmi. Dovrà staccarmi dall’ultima parola, togliermi la sillaba di bocca perché io scompaia dietro la mia voce dai palpiti nel mondo.
Non c’è mai parola che varchi sola il labbro.
Ti abbraccio.
F.

3 comments

  1. c’è una voce, dentro la parola, che sa raccogliere quel gesto, quel prezioso respiro che abita le cose, che arriva a noi dalla luce, dalla bellezza, e ci nutre come una pianta. e noi si sale fino al giorno pieno, prima di morire.

    le tue lettere hanno questa leggerezza che entra sottopelle come uno spillo.

    grazie. ciao, iole

    1. E’ proprio quella voce che cerco dove giunge al silenzio. La voce che occupa lo spazio lasciato dalla parola appena pronunciata, l’interstizio tra un verso e il successivo, quello che il passo (il fiato) scavalca. Molte di queste lettere che hai letto, Iole, racchiudono il richiamo dei boschi, il bisogno forte di Appennino e della solitudine che mi renderebbe migliore di quel che sono.
      Un abbraccio
      F.

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