Post-karte: 23 Dicembre 2011, Hofbräuhaus München

Resoconto su una chiacchierata con * presso l’Hofbräuhaus München. In ordine sparso: Giacomo Leopardi, Alberto Pellegatta, Edoardo Sanguineti, John Cage, Erwin Schrödinger, Иван Петрович Павлов, sought poems, googlism, twitterism, eliotism, Steve Reich.

caro *,
sono d’accordo con te: la differenza tra enigmista e poeta non dovrebbe farla il meccanismo, ma la poesia. In Sanguineti trovo ben vivo lo spirito di questo gioco, anche nei più cervellotici incastri di parole al limite del rebus. Sarà che anche così si appaga il mio bisogno di suoni più che di significati, di segni la cui forza eversiva pieghi la perfetta logica del testo. La lettura di quei versi richiama spesso in me emozioni della musica di Cage o Reich: l’assoluto rigore della regola e la dedizione all’improvvisazione. Nessun bambino non ispirato gioca e, se così pare, la meccanica dei movimenti (delle parole nel poeta) è essa stessa essenza dell’altrove verso cui proietta la sua mente.
Certi testi propongono descrizioni impazzite, fondono tra loro codici lontani, storpiandoli in una fucina babelica che martella senza requie gli alfabeti sino a sfinirli, creando quinte paradossali, attraverso le quali si muove un ego collettivo, inconscio, fantomatico, arlecchino, burlesco. È così che pubblicità e scienza, lingue morte e strutture algebriche, emoticon e tutto quanto fornisca pretesto per un segno o un suono viene frantumato, scagliato in aria come scheggia di uno specchio, su cui però non viene meno la volontà di rappresentare il mondo.
Non vorrei che solo in questo fosse l’equivoco: l’assenza di uno svolgimento narrativo interno a un testo (o fra i testi) non può diminuire la qualità dell’ispirazione, così come l’assenza di melodia non ha molto a che fare con l’ispirazione musicale in sé. Al lettore è fatta richiesta di abbandonare il semplice trastullo del belvedere poetico, in cui il paesaggio è luminoso e nitido sino all’orizzonte (o quasi). La poesia è uno spartito (interiore o meno) consegnato a qualcuno che lo faccia risuonare. Per questo non capisco in cosa consista la presunta “amicizia” tra lettore e scrittore che molti sembrano invocare. Se in alcuni è in voga un uso un po’ maldestro del linguaggio, per celare nella sua oscurità il vuoto, altri mi pare non vadano però oltre l’ovvio, aggiungendo alle cronache biografiche solo qualche accapo e un po’ di stile. Non in fondo a tutti i pozzi è l’acqua – è vero – ma si getti un sasso a suscitare l’eco e saranno chiare ampiezza e consistenza di quel vuoto. Non penso sia difficile smascherare chi fa smorfie e versi per capriccio rispetto a chi si costruisce, pur in una mimica grottesca, un linguaggio. Emettere suoni dalla bocca non significa parlare una lingua sconosciuta. Allineare in modo oscuro parole di una lingua conosciuta non significa dire qualcosa di profondo nell’unico modo possibile. L’avanguardia non richiede per forza incomprensione, può però ridefinire certi criteri di scelta. I sought poems o i googlism (twitterism, eliotism ecc.) teorizzano proprio intorno ai meccanismi di selezione della poesia da trovare (non più da fare, ex novo), da riformare e riformulare mettendo in cortocircuito scrittura e ricerca. Se l’uomo avesse trovato interessante solo ciò che cade sotto gli occhi, ciò che afferrano le mani o fa vibrare il timpano, non avremmo mai sfiorato l’atomo. Non importa che qui si stia parlando d’arte e non di scienza, perché l’una e l’altra ci mettono in rapporto con l’universo. Disgiungere arte e scienza non è specializzarsi, ma ferirsi a morte.
Lo stile “pulviscolare”, costruito su scarti minimi dalla lingua parlata, o per tagli infinitesimi che tentano la via dell’oggettività nella sintesi estrema, è un esercizio altrettanto delicato, forse persino più esasperante e rischioso per gli epigoni. La convinzione che basti spezzettare un discorso qualsiasi per farne vera poesia nasce proprio da una cattiva lettura delle scritture “semplici”, o dalla volontà di stabilire a priori una distanza da quelle apparentemente “complesse”.
Personalmente, ho sempre mal sopportato le parafrasi, non trovando mai in alcuna di esse l’espressione ultima del testo. Una poesia non dovrebbe dirsi altrimenti. Chi voglia cimentarsi nell’arduo compito di sciogliere il legame tra contenuto e forma, provi piuttosto a tradurre, si conceda l’ebbrezza di trasmigrare l’ispirazione da un corpo all’altro, abbia il coraggio dello sciamano e la mano ferma dell’assassino.
È pur vero che, alla lunga, fare il verso a se stessi (mai come in questo caso da prendere alla lettera) consuma la parola, rende sordi al suo richiamo primordiale e un poeta deve sempre dare prova di qualcosa di più della semplice abilità combinatoria col linguaggio. Non è sufficiente consultare un dizionario dei sinonimi o delle rime per trovare la parola che funzioni poeticamente in un testo.
Talvolta mi viene quasi rinfacciata la formazione universitaria da fisico, come se certe aperture verso un discorso poetico più ampio fossero inutili complicazioni, buone piuttosto per la stesura di un trattato o la riduzione divulgativa di questa o quella teoria. In realtà il tema non mi pare affatto nuovo, ma già ben vivo in Leopardi, per citare un contemporaneo non vivente. Recentemente ho apprezzato molto un intervento di Alberto Pellegatta su “Poemondo”, a margine della sua raccolta L’ombra della salute: il contatto tra poesia e scienza vibrava di autentico “stupore” nelle sue parole, non limitandosi a elencare i dati di un vuoto aggiornamento lessicale. Non basta infatti dire che Schrödinger è triste perché non trova più il suo gatto o che, per punizione, Pavlov non porta a spasso il cane al Parco Lambro. Occorre studio e pazienza perché un’idea nuova si faccia materia viva del testo. Soltanto allora avremo tolto al fuoco almeno una scintilla.
Con un abbraccio
F.

11 thoughts on “Post-karte: 23 Dicembre 2011, Hofbräuhaus München

  1. sembrano belle intenzioni che non si sa dove vanno a parare : allenano i processi cognitivi? Una ragione sociale da inventare per i traduttori?
    Ma se ho qualcosa (un bel dire) da dire non devo essere anche capace di trasmetterlo?

    1. Non capisco il discorso sulla ragione sociale per i traduttori.
      Credo che qualsiasi linguaggio (poetico, musicale, pittorico ecc.) non possa fare a meno di un’interpretazione. Ascoltare John Cage avendo nelle orecchie Debussy potrebbe far propendere per un carattere sgraziato della musica del primo a vantaggio di quella del secondo. Chiaramente, di fronte a un testo poetico, ciascuno si pone con “l’orecchio” allenato dall’uso quotidiano della lingua: ma è tutto lì il potere del linguaggio? Solo un po’ di “galateo” stilistico per rendere più bello “il dire”? Personalmente credo che la poesia non possa disgiungere lo stile dalla ricerca di qualcosa. Altrimenti a che serve impegnarsi tanto seriamente nell’arte, nella scienza, se tutto ciò che resta da fare è adornare con un po’ di bellezza il risaputo? Il problema della trasmissione può anche essere ribaltato e situarsi a livello della ricezione.
      Da un lato ci si può interrogare se non ci sia un modo diverso di dire la stessa cosa; dall’altro si può rispondere che, proprio quella cosa, detta diversamente, non sarebbe ciò che si vuole dire.

      1. adesso l’esposizione è più chiara, educazione e abitudine non sono la stessa cosa , la ricerca di qualcosa è sacrosanta purché non assomigli al nulla che si gratta i brufoli, la bellezza è un riferimento logico per i progetti ambiziosi dell’intelleggibile che l’artista presume
        dispensare al creato, decenni secoli per la loro lettura?

    2. Mah, bisognerebbe intendersi su cosa sia questo “nulla”: “Finnegans Wake” è parte di questo nulla? Non credo sia un testo “leggibile” in senso tradizionale, né credo sia classificabile come prosa o poesia. “Fuga tripla” è parte di questo nulla? I “sought poems” propongono sicuramente un bel meccanismo, ma non faccio fatica ad ammettere che un poeta che si limitasse a interrogare la rete per “scegliere” qualche bella trovata da assemblare, finirebbe presto con lo sfibrare il proprio verso. In questo senso, il corpus di Sanguineti può presentare delle ridondanze, ma non lo trovo chiuso monoliticamente su se stesso, incomunicabile come un “angelo sterminatore”. Del resto, la poesia facile facile, quella che a prima lettura fa sorridere il cuore, rischia di far la fina di una barzelletta, che fa sorridere solo la prima volta. Non getterei via le sperimentazioni che paiono fini a se stesse: quanta matematica sembra solo un gioco a grattarsi i brufoli, per chi ha poca voglia di esplorare quei paesaggi mentali, quegli oggetti intangibili? Viene poi il giorno in cui si scopre che quello che sembrava un brufolo, è invece una particella fondamentale e le cose cambiano radicalmente. Allo stesso modo, viene il giorno in cui quello che sembrava una torre chiusa su se stessa, stretta e inabitabile, ha un cuore che ci fa sorridere. Certo, bisogna che qualcuno l’abbia messo lì, questo cuore. Un poeta ne è capace.

  2. A volte nulla è complesso come le scritture semplici. Comunque, ogni parola ha un’energia incredibile, di cui neppure il suo creatore è consapevole: legandosi ad altre parole costituisce forme costruttive e semantiche, che si sviluppano nel ricevente secondo modalità imprevedibili.
    Ma l’energia è maggiore quanto maggiore è l’autenticità, la corrispondenza tra pensiero e parola prodotta (emessa o creata). Raramente il mero esercizio stilistico riesce a veicolare una vera ricchezza semiotica, perché questa nasce da una ricchezza emotiva situata all’origine e non può essere facilmente contraffatta o imitata con semplici artifizi retorici o affidata a una casualità priva di regole interiori.

  3. Il punto forse è questo: qualsiasi barriera, che sia veramente “lingua” e non puro esercizio di stile, non deve nascondere ma, come una scala o un semplice gradino, deve aiutare a scavalcare il vuoto.
    Anche le scritture “semplici” allora custodiscono un mistero, che non è più tanto chiaro da prendere alla lettera. Diversamente, scrivere significa aggiornare appena gli archivi del tempo e del mondo, tenere traccia di eventi comunque indistinguibili, sperando che qualcuno dia loro lustro mettendoli in vista. A mio modo di vedere, leggere e scrivere sono invece due aspetti congiunti di un unico modo di conoscere e ciò li distacca da qualsiasi discorso puramente editoriale.
    Ti ringrazio della visita…
    F.

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