11-13 Novembre 2011, lettera a me stesso – in disparte

Quante parole hai sacrificato al bianco del foglio prima di entrare nel testo, sparire come una serpe negli interstizi, nei suoi silenzi cancellare quelle del ritorno! Quante pietre hai rimosso, sterpi battuti e strappati, sillabe tolte, solo sinonimi a tibie sepolte, piccole ciglia cadute! L’atto che unisce e confonde parola e silenzio è quello di chi va nel solco, scava e frantuma la zolla con metodo e ritmo dettati dal fiato. Mentre la vanga apre il varco e si sposta il confine del prato, frena la voce un attrito di mille scintille sonore: l’intermittente frinire è una massa intricata e compatta, un suono difforme che l’afa non placa.
Chi lavora la terra conosce la vampa del fieno, l’inciampo del sasso, il nudo del dorso scottato dal sole, il doppio fischio del nibbio che apre il giorno sul promontorio e le piene dei fiumi, le piume e le impronte nei boschi, gli uccelli dai colpi dei becchi sui tronchi, l’arsa fonetica della calura estiva e il rigore metrico dell’inverno. Gli brucia nel pugno ferito il sudore stringendo il bastone.
Chi spacca il silenzio conosce l’inerzia di ciò che è già scritto, la dura parola battuta in parole da niente, la rima fasulla, la doppia radice che si rinsalda, l’asprezza di un verso contratto, l’abisso di quello incompiuto.
Talvolta hai ripreso una frase disabitata dalla memoria tra le rovine di un discorso, un cumulo di sassi abbandonati sul pendio, che dava rifugio notturno a piccoli animali ed anime.
Ti ha fatto per anni da schermo la sagoma immobile delle betulle sul bordo del campo, ti ha cinto per sempre, in una bellezza sbiadita, nell’astrazione del paesaggio.
Ora il tuo passo va al gorgo. Nello sprofondo anche il fiume disseta la tenebra. Più si allontana la vita, più la parola si avvera e ti chiedi come sia stato possibile scrivere a lungo una sola parola in più nel luogo della vita.
Questo ti insegna il maestro: «poeta è quel cieco che addita la luce quando la palpebra trema». A lui finalmente mostrano gli occhi l’inciso del buio.

 

7 comments

  1. Questo pezzo mi ha ricordato la campagna della mia infanzia, con i giorni pieni di polvere e di cicale, e le notti in cui insetti sconosciuti frinivano nel silenzio. Era un mondo in cui si poteva stare da soli e imparare a conoscere le cose, la vita vera.

  2. In effetti, ci sono forme di scrittura in cui si decide di non abbattere il confine tra verso e verso, forme di perlustrazione invisibile del silenzio, nelle quali la traccia rimane nascosta, ma non manca la speranza che qualcuno riconosca il passaggio e ti segua.
    Ecco che l’inerzia del già scritto equivale al sentiero già battuto, quando bisogna affrontare il prato.
    F.

  3. Bella questa lettera me stessa, che pare più una lirica che una prosa.
    Le immagini usate, le sensazioni provate riescono a colpire il lettore.
    Complimenti per la nuova casa.
    Un caro saluto

  4. Riordino qui gli appunti raccolti su foglietti sparsi durante tre giorni di riprese improvvisate nei boschi tra Vetria e Bardineto. Mi conforta, tra le altre cose, leggere queste parole di Alessandro Ceni in proposito: “La poesia fa a pugni con lo spettacolo. La creazione prende a calci i “mezzi di comunicazione”. La poesia sorge dal silenzio, tende al silenzio e torna nel silenzio; ha quindi bisogno dell’esatto contrario della spettacolarizzazione, dell’enfasi audiovisiva.” Dico anzitutto a me stesso: non lo dimenticare. Sparisci, piuttosto, ma non lo dimenticare.

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