6 Novembre 2011, da un gruppo di case abbandonate sull’Appennino ligure

caro *,
scrivere impegna sin dalla scelta degli alfabeti, della lingua tra le lingue. Uno spazio bianco, una riga saltata non sono nulla di incompiuto, ma un verso senza parole, un segno dello scavo o l’affioramento del taciuto. Non che ci siano parole senza poesia – mai ci sono corpi senza bellezza –, ma ciò che delimita un testo è sempre silenzio e i versi sono crepe fatte in un silenzio ancora più assoluto, nel tentativo di significarlo.
Credo ci sia tra chi scrive e lo scritto una promiscuità inseparabile, qualcosa che agita la voce e la parola ad avverarsi insieme e si scontra con un’impronunciabilità che non è senza pudore. Accostare la parola al mondo è, anzitutto, scontrarsi con l’impossibilità del suo pieno realismo. Eppure la si porta, di generazione in generazione, come fosse tutto ciò che è. Ma la parola precipita, si frantuma franando da quelle regioni di buio, sottratta all’edificio di un testo e portata in un altro, squadrata, posata a fondamento. Il capitello di una reggia sarà focolare in una capanna e ciò che qui vacilla fortificato altrove. In questo continuo fluire senza sosta che è nei secoli lo scrivere, si muovono parole come pietre, lentamente levigate in modo che non facciano rumore rotolando nell’armonia del fiume, si sottraggono in silenzio sino a che rimanga l’esile vena del verso, la sua vibrazione, come a levare le dita da una corda si scopre il suono.
Se è vero quello che ci consegna Celan («Wahr spricht, wer Schatten spricht»), sepolta nella parafrasi del testo è la sua ultima verità, la disperazione stessa del non poter dire (non saper dire abbastanza). Bisogna diffidare allora di chi racconta qualcosa che è già stato, qualcosa che già sa mentre scrive, perché non può aggiungervi altro che un po’ di stile, e bisogna diffidare di chi costruisce muri di mattoni, perché non disposto a cercare pietre nella montagna. In qualche modo la scrittura deve partecipare della scoperta, deve contenerne in sé l’intuizione, l’immagine folgorante che ha aperto il varco e il buio che lo circonda, non può limitarsi a una resa di conti. Proprio perché non si sa (non si sapeva) tutto, si torna innumerevoli volte allo stesso punto, intorno alla stessa parola nell’arco di molti anni o di una vita intera, ossessionati da quello che non si è capito dicendolo o per correggere l’errore.
Destino di ogni poeta però è farsi foglia, apparenza volatile di una stagione, di un’epoca di forme e movimenti, portare il senso della luce alle radici e nella luce il buio terrestre.
Ecco, caro *, nell’acuto della morte smette di mancarti il mondo, sorge agli occhi la bellezza immortale della notte, dalla quale non puoi distoglierli. È il solo amore che unisce entrambi, i vivi e i morti.
Con stima e affetto
Federico

 

4 comments

  1. Ti ringrazio, Fabio. Anche io provo spesso conforto quando, nelle parole di un altro, scopro cose che non ho ancora detto a me stesso, ma che sono lì, da chissà quanto tempo, in attesa. Recentemente mi è capitato con le pagine di Alessandro Ceni in “Tra il vento e l’acqua”.
    Da alcuni giorni, invece, sono dietro a una specie di “lettera a me stesso” che vorrei mi chiarisse, una volta per tutte, il valore della solitudine che mi accompagna.

  2. “Se è vero quello che ci consegna Celan («Wahr spricht, wer Schatten spricht»), sepolta nella parafrasi del testo è la sua ultima verità, la disperazione stessa del non poter dire (non saper dire abbastanza). Bisogna diffidare allora di chi racconta qualcosa che è già stato, qualcosa che già sa mentre scrive, perché non può aggiungervi altro che un po’ di stile, e bisogna diffidare di chi costruisce muri di mattoni, perché non disposto a cercare pietre nella montagna. In qualche modo la scrittura deve partecipare della scoperta, deve contenerne in sé l’intuizione, l’immagine folgorante che ha aperto il varco e il buio che lo circonda, non può limitarsi a una resa di conti. Proprio perché non si sa (non si sapeva) tutto, si torna innumerevoli volte allo stesso punto, intorno alla stessa parola nell’arco di molti anni o di una vita intera, ossessionati da quello che non si è capito dicendolo o per correggere l’errore.”

    è sempre una strana esperienza quando qualcuno, parlando, parla i tuoi pensieri in una forma cui tu non eri ancora giunto a illuminarli, rivelandoti dunque l’intreccio di te stesso. sono profondamente d’accordo con queste tue parole appena riportate, Federico. grazie per averle scritte,

    f.t.

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