Oscurato: su “Entrata nel nero” di Ranieri Teti

«Eingedunkelt
die Schlüsselgewalt.
»
P. Celan

Sin dal titolo, questo lavoro di Ranieri Teti contiene un’indicazione programmatica: l’esplorazione del nero, da intendersi non nell’unica accezione del colore, ma come categoria più vasta, una sorta di compendio biografico dell’oscurità. Di volta in volta interrogato è il nero della materia combusta, lo «spegnersi di finestre alla fine dell’estate», l’attesa/assenza «uguale al nero che vive nel giorno», l’occultamento delle cose, delle loro posizioni su una riga di confine, ultima barriera lungo (e oltre) la fuga del mondo. È l’esodo (o l’esilio) verso l’altro lato della notte, verso «la meta inabissata nell’opaco», che neppure la parola nomina e trattiene. Il fine unico è un ritorno anche se la partenza (o l’allontanamento) è stata senza testimoni.
Il “non scritto”, negativo dello scritto, ha valore interstiziale, definisce la raffigurazione cingendo d’assedio la parola, riducendola, contraendo lo spazio del testo («nella divisa unità della frase/ il bianco intorno unisce e separa»), rinnovando il monito di Celan: «Schreib dich nicht/ zwischen die Welten». Alcuni componimenti sono brevi, altri brevissimi, tutti insieme superano la forma del mero ciclo di frammenti, organizzato a posteriori intorno a un’idea comune che lo salvi dal naufragio di senso. Qui i versi sono ciò che sopravvive alla scrittura «tra gli smottamenti delle cose/ nel silenzio delle due rive/ nell’acqua trattenuta dalla sponda», strutturano a sé stanti aree o si coagulano in brevi strofe, speculari al «nero del film che assedia i colori». Sono polvere, residuo «nel suo lento addosso d’ombra», disgregate parti in superficie che conservano fatture di profondità, braci quiescenti mentre «la vastità del fuoco è tutta nell’aria», perché la poesia, come elemento, può solo intaccare e consumare la materia che abita, lasciando in essa i segni indelebili di quella modificazione. La parola, liberata dalle intermittenze della punteggiatura, si deposita sulla patina indecifrabile di un mondo guardato dalla notte, aderisce stratificandosi in un corpo unico, spegnendosi, rarefacendosi in somiglianze, spezzandosi: buchi, crepe, sbalzi «nell’ultima sponda dei margini», «una distesa frantumata che ultima si insabbia».
Tre fratture macroscopiche (Risonanze dell’oscuro, La destinazione opaca, Dove siamo scritti) segnano il punto più esterno di questo procedere per discontinuità, che ricorda i cretti di Burri, nei quali un substrato monocromatico e scabro smorza l’impatto dell’informale. Allo stesso modo, in quest’opera di Teti, qualsiasi enfasi narrativa è riassorbita in un attimo entro la materia del testo, ogni figura è dispersa «nel valico della palpebra», «nelle distanze dello specchio», come intorno ai confini di una macchia «nel consumarsi progressivo degli smalti». Neppure dove affiora quasi un nome proprio «nella tabula rasa dello specchio» (a Ele), la presenza va oltre l’apparizione «con il pretesto del buio». È come se la raccolta fosse, nel suo complesso, “un nero” ottenuto attraverso molteplici declinazioni d’ombra, intrecci che si rivelano solo da vicino, a livello del verso, della parola, staccando in trama e intonazione un’immagine dall’altra.
Superfici opache, lucide o trasparenti costituiscono espedienti mobili di scena che duplicano il mondo, lo nascondono, costruiscono confini invisibili ma invalicabili, sono «basi per altezze» issate a delimitare lo spazio fisico dei corpi, confrontano la realtà con la sua rappresentazione, sino alla tautologia inabissata «nell’allontanarsi delle immagini» nello specchio. Analogo procedimento coinvolge una fitta rete di contrapposizioni/modificazioni (pienezza/assenza, ascesa/declino, ascesa/attesa, custodire/smarrire, forma/frammento, incontro/solitudine, scorrere/restare, ecc.), sfibrata in aporie sfuggenti («densità del vuoto», «luogo di nessun dentro», «divisa unità») che, come a dividere per zero, rifiutano definizione e calcolo, contratte nel seme dell’infinitesimo.
La ricerca della giusta misura del silenzio tra il “da dire” e il “non detto” recupera, con felice estro, l’espediente della variazione musicale, si consuma intorno ad «antifone e fughe», moltiplica le differenze «in tanto andare tra avanti e controfuga», accerchia il senso con l’iterazione di pochi termini («dove tutto è qui tutto essendo altrove», «dove le direzioni di tutte le direzioni/ […] sono differenti strade» «nelle due finitezze pensata/ la fine di ogni fine legata»), oppure sviluppa nello scarto di un solo verso un intero tema («ogni parola un incontro/ ogni frase una solitudine»), come una brevissima intensità sospesa nel minimalismo sacro di Pärt.
Pur nell’identità del nucleo tematico, la coordinazione interna alle strutture (o tra le strutture) rimanda a uno spazio vuoto, a tratti mutilata del verbo, del divenire, forse per sottrarsi al tempo «che passa da una parola all’altra» o «tra tempi fermi protratti in verbi riflessivi». A volte il peso di un’elencazione è sorretto appena dal puntello di un ultimo verso isolato, o custode di un verbo “definitivo”, spesso lasciato all’infinito come in certi epigrammi di Celan.
L’Entrata nel nero «dall’ultima riga mormorata» non è però un impronunciabile spegnimento, un atto graduale e irreversibile appreso al di qua di una soglia come la prima sezione (Risonanze dell’oscuro) potrebbe far sospettare, ma il protrarsi di affioramenti e immersioni, di aderenze e distacchi, approssimando una «destinazione opaca», un silenzio in cui covano riverberi e vibrazioni di fenomeni mai esauriti. Questa tensione affiora ovunque, viva ma non scritta, come un suono troppo alto o basso, in vibrazione sopra o sotto il pentagramma, non scritto perché non riconosciuto. L’ambizione di salvare «il tutto in ogni parte dei frammenti» cede poco alla volta il posto alla speranza di aver custodito almeno «una chiave fino allo smarrimento», anche se il suo potere dovesse essere “oscurato” (P. Celan), consumata dall’uso, divorata dal fuoco.
L’ultimo atto ha di nuovo la forza di una parola scritta nella profondità degli «scavi innalzati», di quei versi che, metro dopo metro, tentano di riportarla nell’al di qua del mondo, in tutta la sua altezza, «von Rotem umdunkelt, von Andrem,/ von Fragen, dir folgend,// seit langem» (P. Celan). Ma qui non resta che vegliare i nomi assenti, come dei caduti in guerra, sporgendosi su un “centro vuoto” (P. Celan), o «quasi senza restare/ su uno scorrere muto» dove siamo scritti.

Federico Federici

Entrata nel nero di Ranieri Teti (Kolibris, 2011).
Citazioni in tedesco da Eingedunkelt di Paul Celan (Suhrkamp Verlag, 2006).

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