Charlottenburg, 30 luglio 2011 – lettera a Werner Karl Heisenberg sulla solitudine dell’uomo

caro *,
le tue parole mi accompagnano da giorni, ma per una forma di piacere che trovo a coltivare i pensieri senza scriverli, respingendo ogni istinto d’improvvisazione, ho finto maggiori impegni, ho rimandato il momento di sedermi qui e risponderti. Detto questo, penso che il percorso non sia verso la parola, ma dalla parola, quasi per un principio di trascendenza che dalla vita aspira a un oltre inattaccabile, in cui la parola è inservibile perché troppo “reale” o troppo “conosciuta”. Sembra che di ognuna il significato si perda nella ricerca della sua realtà, come il numero si frantuma approssimando senza scarti l’inafferrabile, diminuendo a ogni progresso l’errore, non per questo però giungendo a conclusione, anzi delimitando un territorio ostile, un infinitesimo sempre più inabitabile.
Le figure si complicano a ogni palpito di foglia, le cose conosciute, tagliate dalla luce, diventano altre cose tra le tante, cose più rare, polvere staccata al mondo – mi piace qui chiamare questi tratti del discorso “cose”, per non ridurli a un grumo di nomi tentando inutilmente di definirli.
Nei miei giri di città, annoto brandelli di frasi sbriciolati dalla massa di rumore che assorda il mondo, franati sul mio silenzio e spinti nel profondo così che, per assoluta incompiutezza, diventano antagonisti, richiedono una continuazione, un lavoro estenuante che riconosca in essi il verso ispirato.
Da una conversazione su skype di alcuni anni fa con *, che ho salvato perché piena di idee, oltre che di dolce vanità nel chiacchierare a notte fonda con gli sconosciuti:

litrillo: liberare dal cumulo la piccola pietra, a mani nude
*: è così che si soffre?
litrillo: no, ma bisogna predisporsi alla fatica, esercitarsi a una certa follia, scrivendo… è questo il momento più tangibile del discorso poetico, quasi la scarnificazione di un sentimento religioso: cercare le proprie ossa nella terra del Dio

Talvolta è necessario lasciare alla vita la fatica di rappresentarsi, non tirarsela dietro/dentro/da dentro a forza di espedienti/esperimenti. Non dico questo per amore del paradosso: le cose, in fondo, accadono da sé, scavalcando i trucchi e le approssimazioni del calcolo, o le mille inerzie del linguaggio. «Dio integra empiricamente» – chiosava Einstein con una battuta divenuta celebre tra i fisici. Ecco, forse c’è anche una scrittura empirica in questo senso. Forse non in ogni cosa c’è una volontà che la separa dal resto e tutto è già compreso nel gigantesco quadro dell’Universo in rappresentazione. Così forse si dà anche qualche testo o il testo. Come fare allora a stabilire altri stadi intermedi, scomporre un quadro così compatto senza frantumarlo per definire la scrittura nei minimi termini? Tutto questo riporta all’impasse che pone il concetto di misura in ambito non classico. Concetti ancora più fondamentali sembrano implicati, complicazioni “inaccettabili” che, a ben vedere, sono il segno più evidente dell’intrinseca struttura dei nostri dispositivi logici e sensoriali, delle aspettative che ci hanno via via definiti come esseri umani. Ora, non voglio qui tentare un raffronto (forse addirittura impossibile) tra la ricerca (sistematica) del numero che definisce la grandezza (misura) e la ricerca (ispirata?) del nome che nomina la cosa (scrittura), ma porre l’accento su una suggestione, come ho fatto altre volte.
L’occhio aperto registra la luce, non è un atto volontario. Non ci interessa però il complesso meccanismo dell’immagine, né il suo invisibile deposito a memoria collettiva (o individuale), ci preme il distacco da questa rappresentazione fuori di noi (furori di sé), comprendere ciò che essa ha a che fare con il mondo. La “realtà” sembra così innominabile… incommensurabile. È impensabile ci sia tutta questa differenza tra i giorni, i luoghi…
Anche la poesia, come una pietra, una delle cose del mondo, deve accadere. La scrittura è questo? E la nostra reazione allora, quella che crediamo sia sotto il controllo della nostra volontà, è il movimento dalla parola. È la presa di posizione che ci allontana continuamente dal nulla e ci salva.
Un caro abbraccio
F.

One comment

  1. Non ci sono né scusanti né attenuanti… non ci sono condizioni o imposizioni sociali… non ci sono compagnie sbagliate ed errori casuali… “Ognuno è ciò che decide di essere… e se nel corso della sua pur breve vita, qualcuno a te vicino ha deciso di cambiare la sua vita dimenticando i valori e le sue vere amicizie, non fartene una colpa… perché è solo e soltanto lui il vero responsabile.”

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