Canone e santità

«È l’idea sin troppo chiara che vi sia una élite in chi combatte le altre élite a rovinare tutto. Chi combatte il sistema nel sistema forse ha solo più ambizioni di chi sta a guardare. È invece a chi vorrebbe uscire dal cerchio, non a chi tenta di quadrarlo, che vorrei assomigliare. Tu?»

caro *,
mi pare che la questione, nei termini in cui la poni, sia più semplice di quanto appaia, ma non meno squallida: artisti che aspirano al canone alla stregua di fedeli tentati dalla santità. Tra i personaggi che citi, quelli appena un po’ più buffi mescolano addirittura le cose, sperando di entrare nel canone attraverso la pratica di una fede posticcia, ma appariscente. Un po’ come se noi due, ambiziosi di entrare nel novero dei Santi, ci impegnassimo a eseguire copie perfette della Pietà michelangiolesca, ben sapendo che l’imitazione nell’arte è copia, roba da epigoni, mentre nel Santo è virtuosa e, se perfetta, viatico naturale per la Santità.
Essere canonizzati significa veder riconosciuto una volta e per sempre il “sommo valore” dell’opera, uscire dalla vita per entrare nella memoria, così come essere santificati sancisce nell’eternità la “massima aderenza alla parola di Dio” e distribuisce una felicità finalmente non solo promessa, ma propria. Il grande mistero è barattare l’infinitesimo con l’infinito, l’ora con il sempre, e stupisce che questa investitura universale sia opera di uomini per altri uomini, che agiscono nel nome di Dio o di tutti gli uomini.
Benché applicarsi volontariamente e con metodo nella propria virtù, nell’aderenza stilistica, ideologica alla tradizione o all’avanguardia non sia in sé disdicevole, l’ambizione a ricavarne un riconoscimento ufficiale mi pare indebolisca col tempo anche le migliori intenzioni e richieda, in ogni caso, di intraprendere un iter preciso, in obbedienza alle gerarchie ufficiali, perché vada a buon fine l’iniziazione. Dio, l’Arte e tutto il resto appartengono allora allo status quo. È rimosso il problema di congiungere ogni pagina, ogni parola, ogni tratto di colore con l’esistenza dell’universo: bisogna solo riconciliarsi con la storia degli uomini e che il passo sia guidato dall’autorità, sancito da un’ultima approvazione morale o artistica.
Quante santità note solo a Dio ci sono al mondo! E quanta novità nell’arte che non sapremo forse mai! È il passo dalla biografia alla storia, dall’individuo all’umanità che voglio qui esaminare con te.
Considera quel sentimento d’istintiva simpatia, che ci avvicina a persone realmente buone sin dal primo incontro, animi colmi della bontà senza colpe di chi non è sottomesso a Dio, o a persone d’intuito assai più acuto del nostro, ma un po’ confuse mentre parlano del mondo e di cose che sanno senza averle studiate. Individui senza identità religiosa, magari battezzati per tradizione, ma vissuti fuori dalle chiese, che parlano una lingua senza “cultura”, esprimendo però la forza della loro spontanea appartenenza proprio a quella cultura gesticolando, mantenendo un’intonazione straordinariamente leggera, grottesca o visionaria in ciò che raccontano. Ho incontrato veri poeti dialettali “inconsapevoli” qui sulle montagne ed eremiti veri che scavano il mistero dell’universo a colpi di zappa, coltivando terrazzamenti e bestemmiando il nome di Dio tra gli uomini, quando un fulmine abbatte un castagno contro il fienile, rischiando di ridurlo in cenere col fuoco. Di nessuno di loro ci ricorderemo, o solo dei pochi che artisti, uomini di fede o studiosi staccheranno con un’opera d’ingegno dallo sfondo opaco delle vite degli uomini, portandoli nel risalto della storia, protagonisti semplici e comuni nell’eccezione della memoria.
Vedi, l’urgenza di tracciare per forza (talvolta: con forza) solchi e sentieri in una terra incolta raddoppia i miei sospetti. La distinzione tra cultura popolare e altra, negli affondi dell’animato dibattito che ogni parola solleva in tal senso, mi sembra, di riflesso, andare nella stessa direzione. Istituire un vincolo di proprietà tra sé e le cose comporta necessariamente un principio di esclusione forte, tra chi non riconosce quel vincolo (e ne vuol restare libero) e chi cerca di guadagnare la sua piccola parte in questa appropriazione. Allo stesso modo, costruire una mappa dei soli percorsi di conoscenza accettabili vuol forse evitare che qualcuno, sfuggendo dal basso (o dall’alto) al sapere condiviso, lo metta in discussione? Che scopra e si sappia che la geometria del mondo non è euclidea e che non c’è assioma di tempo assoluto? Ci sono ambiti nei quali l’ignoranza delle regole potrebbe avere esiti virtuosi, come per quel senso di giustizia, che entrambi sappiamo mai dovrebbe soggiacere all’interpretazione cavillosa di un codice.
Poniamo per gioco di stilare la più completa occorrenza dei nostri campioni: Madre Teresa, Santacroce, Joyce, Giordano, Moccia, Warhol, Faletti, Omero et cetera. Uso il termine “campione” anzitutto in senso scientifico, senza attribuire alla parola alcuna sfumatura eccezionale. Un campione è solo una porzione prelevata da qualche parte, che ci aspettiamo rappresenti nel modo più completo le caratteristiche di ciò che si trova nelle sue immediate vicinanze.
Sospendo un attimo il ragionamento per chiederti di non sguainare subito il tuo humour dissacrante e delizioso, fieramente anticlericale, antietico, antiestetico, antitetico a tutto e di pazientare, perché non è mia intenzione sminuire il valore dei nomi che ho fatto, quanto discutere con te il processo che porta al riconoscimento di un valore e se ciò non imponga di considerare d’ora in avanti diversamente le cose.
Mentre nel caso di rocce, terreni o acque si può prelevare a caso un “campione” tra i tanti, lo stesso non vale tra gli uomini. C’è un a priori evidentemente necessario: le qualità devono essere riconosciute in un preciso ambito istituzionale, meglio se di pubblico dominio, con la prima condizione necessaria più che la seconda.
Eppure ogni giorno, ogni attimo, la Terra è percorsa da mille fremiti: si pronuncino parole con intonazione meravigliosa, si traccino linee magnifiche intorno a campiture di colore, si calcolano numeri “perfetti”, si compiono d’istinto gesti ispirati a autentica purezza. Ma non tutte le persone impegnate nell’esercizio quotidiano della parola di Dio pongono le proprie azioni al vaglio di una commissione giudicatrice, che le protocolli in vista del riconoscimento della santità, né tutti gli ottimi scrittori sottopongono i propri testi alla perizia di critici influenti (la prima condizione assai più frequente della seconda), né tutti gli ottimi pittori troveranno un buco, un angolo di MoMA dove appendere la tela e via dicendo.
Anche se è inevitabile che il bene fatto abbia almeno in chi lo riceve un testimone, essendo comunque impossibile “aderire completamente alla parola di Dio” escludendo a termine di riferimento “il prossimo”, sono convinto che l’infinità del bene non sia qualità che si accresce per estensione, nella somma dei gesti. Così il colore giallo di un pannello “un metro per un metro” può non avere tonalità diversa da quella di cento metri quadri dipinti dello stesso giallo. La somma non accresce l’infinito, né muta la sua qualità. Lo stesso dicasi di un testo, che ha pochi lettori o nessuno, o di un magnifico cespuglio sbocciato su un pendio, sfiorito senza testimoni. La non-storia dell’universo è piena di questi dati persi, che nessuno ha trattenuto (perché non ha potuto o non ha voluto) ed è nella ridondanza di questa informazione che si colgono momenti in apparenza più significanti. Rendersene conto, anche quando si accetti la cosa come inevitabile, dà alla storia (tutta) l’aspetto di una curva interpolante, di una polinomiale tracciata attraverso un campionamento fitto e rumoroso di dati, che tenta di adattarsi a quella complessità modificando coefficienti e gradi. Nessun perfetto determinismo, nessuna autorità può elencare con merito i dettagli imprendibili dell’ordine, se non – se mai ci sia – un Dio. Anzi, proprio del caos che si oppone all’autorità dà prova la storia sotto la scala artefatta dei suoi campioni, nel brusio di uno sciame d’api in cui ogni battito d’ali è diverso, ma uno solo è scelto. La parola addirittura, la nostra formidabile vibrazione pronunciata, ricade in sé nel vuoto, combatte contro quel vuoto da cui fuoriesce indifesa, per ristabilire la realtà dell’invisibile.
Nasce poi una questione anche curiosa, quasi un paradosso linguistico, sul quale riflettevo stamattina. Indicare esponenti significativi, campioni di virtù o qualità per popolare un pantheon o compilare un canone, exempla da esibire ai posteri, segnacoli precisi da tracciar la via, ricorda la costruzione in algebra degli insiemi quoziente, dove un elemento solo è scelto a rappresentar gli affini, data una particolare relazione di equivalenza, divenuta qui però relazione di eccellenza o di conoscenza. Ora, tu che ti occupi meglio di me ogni giorno di tenere ordine tra i numeri, di far sì che il due non scavalchi il tre per presunzione, sorriderai almeno quanto me della pretesa di chi si crede scienziato senza metodo e agisce dispensando unguenti di santità o sorsi d’ambrosia letteraria, come un matematico che distilli lo zero e l’infinito, e non puoi non trovare buffo anche chi, dall’altro lato, fantastichi golpe in Vaticano e in Paradiso, primarie nell’Olimpo per spodestare Zeus e tribune politiche, letterarie dove far schiamazzo come allo stadio, dove tocchi a lui e non a un altro presentarsi uomo della Lingua, del Colore, della Musica e di Virtù. È l’idea sin troppo chiara che vi sia una élite in chi combatte le altre élite a rovinare tutto. Chi combatte il sistema nel sistema forse ha solo più ambizioni di chi sta a guardare. È invece a chi vorrebbe uscire dal cerchio, non a chi tenta di quadrarlo, che vorrei assomigliare. Tu?
F.

Foto: atto devozionale che risale alle prime civiltà (in Fede e devozione nel Finale di Piero Vado, a cura di Dino Chiesa, copia 742/1500, Dicembre 1983)

2 comments

  1. Credo che tra le righe di queste lettere (lo dico dopo averle recapitate e rilette) si muova sempre più forte il desiderio di dare la “mia” parola a un altro, affinché la usi per raccontare la propria storia. Ho sempre cercato di affrontare la scrittura critica con lo stesso spirito: far dire al testo le sue cose, provare a interpretarne smorfie e pensieri, senza giudicarlo, senza dire “buono”, “ottimo” ecc., convinto che risulti chiara di per sé la distinzione tra uno stupratore e un bravo cristo. Ecco, questo accade sempre più frequentemente con le persone.
    Su “canone” e “santità” il punto, secondo me, è non confrontarsi con certe categorie con l’ansia di volerne fare parte e di riconoscere nell’istituzione di esse un dato (più o meno oggettivo, più o meno credibile) di valore antropologico, di rappresentazione dell’Uomo, il bisogno di tenere traccia del proprio passato senza poter, al tempo stesso, tirarsi dietro il fiato di tutti gli uomini, nei secoli dei secoli.
    Questo confine tra “nulla” e “qualcosa” ci interroga continuamente.
    F.

  2. Mentre io rimarco il nero, tu rimarchi il bianco; e il quadro si fa da sè.
    Confortevole. E dolce riscoprire dopo mesi la persistenza di una sintonia fra le corde di uno strumento che non so leggere (lo pretendo soltanto), ma so un po’ suonare.

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