Lettera: Vetria, 26 aprile 2011

cara *,
la nostra vicenda terrestre si mescola senza rilievo alla minuta cronaca del pianeta. L’impasto della storia in sé ha nulla di meraviglioso, si accresce intorno ai piccoli passi delle formiche, nel grande silenzio del bosco. A milioni, in colori vivaci e pungenti, minuscoli insetti assaltano in volo corolle di fiori. Vacillano solo gli steli. Vorrei arricchire l’eternità di questo momento!
Come crescono i prati sotto il peso del cielo, invisibili agli occhi! E senti, che dolce follia ha il fiume sulla roccia, a gettare i suoi giorni d’infanzia – ancora, finché c’è acqua, ne ha tanti – e così i nostri giorni con loro, tra piccoli anfratti, cascate e saltelli! Quale voce migliore dell’assoluto ci dovrebbe parlare, voce forse umana? Aspettiamo quella parola nella nostra lingua e in ciò perdiamo il senso della voce. Gratifichiamo persino rapporti futili d’affetto, ci offriamo alla stretta di tutte le mani, impegniamo la vita nei dialoghi più astuti, per catturare chi – chissà – potrebbe un dì giovarci. Non conosco ansia peggiore di questa condanna alla socialità. Ci lascia ormai immaturi nell’attimo della solitudine, incapaci di cogliere a pieno in lei il significato. Ed è così che ai più appare vuoto e carico di desolazione il silenzio, o brevissima la scala infinitesima delle cose approda al nulla.
L’io frantumato come un getto d’acqua sul muro è un peso di cui fatichiamo a liberarci, ma non si può tacere.
Con rispettoso affetto, sempre
F.

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