Lettera: Berlin, Hotel Bogota, 3 aprile 2011

cara *,
lo stile non ci protegge. Una parte di noi si lega alle cose dalle parole, l’altra parte invece è solo parole. Certi accadimenti somigliano a una fitta nevicata che sigilla il paesaggio così che diventa impossibile descriverlo. Dal basso in alto nulla allora è distinguibile. Tutto ricade entro il limite assoluto della neve, in una rivelazione imminente, come osservare un punto preciso sul muro nelle tonalità della luce.
Non per un eccesso del sentire si scavalca il perimetro del mondo. Anzi è la capacità di trattenere le parole e i gesti a perfezionarci, la liturgia dell’esercizio.
Portare le parole così come sono attraverso la vita è un peso: attribuirle alle cose non è nostro compito, ma staccarle da esse nella loro esattezza, liberarle, staccare la lingua dal mondo perché non resti ferita, sempre ustionata dalla sua asprezza. Il ricordo di frasi isolate, colte di sfuggita, alimenta stesure senza pace in un miscuglio di suoni. Ogni parola ripetuta è perduta. Sulla pagina si deposita solo la somiglianza.
Cosa significa invece ogni parola in tutta la sua realtà? Che apparizione, o gigantesca sagoma di mostro, o nitida chimera la ispira? Quale acrobatica mossa trattiene l’abisso dai corpi?
Una parola dura e indecifrabile è attratta dai nostri silenzi. Questa è la poesia che sappiamo di scrivere, in una vigilia perpetua di silenzio. Qualcosa ci sfiora continuamente la bocca, ci sfida alla pronuncia del senso, ha il soffio vivo e frontale di un affetto, ma non si spiega e non è forse solo parola. Ci sono cose che nelle parole si pongono vicine al compimento. Ma la vera parola nasconde le lettere. La vera preghiera passa tra le corde della voce e trova il suo Dio.
Cosa ci porta a scrivere? A cosa ci porta scrivere? Chi ha conosciuto il mondo, felicemente se ne allontana. Altri ancora svuoteranno i cassetti, calpesteranno i pavimenti dove la lucertola palpita nella pietra, ci leggeranno insonni con un’ansia bella di infanzia. Per loro torneranno i nostri giorni e per altri ancora, come se la nostra vita fosse il tempo, tutto il tempo che non abbiamo potuto raggiungere. Allora i nostri gridi in aria ricadranno in altre bocche aperte e riusciranno alti e intonati in altri giorni di sole. Saremo così di nuovo i nostri volti di ora, per sempre non ci avrà distrutti il tempo macerando nella carne. Avremo lasciato un’impronta oltre il recinto, una traccia di animale nel calore della bestia.
È una lotta ìmpari col sonno, un mestiere, un bestiario essere qui e scrivere. E scrivere ci incolpa, ci scuote nell’euforia di chi a forza di paragoni sostituisce la propria lingua al mondo mentre lo contempla. Insegnare alle parole la solitudine delle cose, quando a toccarle a meno di un metro dagli occhi confermano le posizioni, è come togliere tutte le parole a una poesia sola tranne l’ultima, che diventa l’unica e la prima.
Avremo anche noi mille volte fatto una crepa, un varco, bucando superfici d’aria e d’acqua il nostro volto avrà riformulato la domanda affacciandosi da un vetro.
Venga allora a separarci dalla nostra opera il silenzio.
Solo ciò che scompare per sempre rimane.
Federico

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