La libertà di non pagare l’Editore

Riporto qui di seguito lo scambio epistolare intercorso tra me e * alcuni anni fa. Al tempo proponevo in lettura L’opera racchiusa, uscita poi nel 2009 per Lampi di Stampa. Non si può neanche dire che certi editori siano da soli in malafede: l’ego smisurato dell’autore è il loro più stretto complice.

 

Gentile *,
ho letto attentamente le indicazioni per l’invio di un manoscritto, ma, prima di farlo ed eventualmente attendere inutilmente una risposta, ho una domanda da porre. Al punto 10 si sollecita lo scrittore (eventualmente scelto per l’edizione) a “non essere passivo, attivandosi per la promozione, partecipando a incontri, fiere e contattando le librerie di zona”. Pur trovandomi pienamente d’accordo, chiedo, senza troppo nascondermi, se ciò significhi dover partecipare economicamente (ovvero: contratto con acquisto obbligato di un certo numero di copie) alla pubblicazione.
In attesa di un riscontro
*

 

 

Gentile *,
il partecipare a incontri, fiere, eccetera, non significa acquistare copie per questi eventi. Significa cercare di far capire che starsene a casa a braccia conserte ad aspettare, molto raramente porta frutti tangibili. Per quanto concerne la nostra linea editoriale, noi valutiamo caso per caso. Se da una parte cestiniamo quello che non riteniamo idoneo alla pubblicazione, dall’altra possiamo chiedere un minimo aiuto sotto forma di acquisto di sole 50 copie. Che questo piccolo contributo venga chiesto o meno, dipende dal tipo di materiale che ci viene sottoposto. Mi spiego: una silloge di poesie, per quanto bella, non può essere pubblicata senza l’acquisto di cui sopra. Questo perché la poesia ha pochissimo riscontro in termini di vendite.
Stesso discorso per le raccolte di racconti, o per determinati generi di narrativa. In ogni modo, sia che contribuisca o meno, il nostro autore ideale deve sapersi promuovere, chiaramente in sinergia con *. Perché, lei capirà, 50 copie non sono una speculazione, né costituiscono un guadagno. Rappresentano solo un viatico.
Cordiali saluti

 

 

Gentile *,
innanzi tutto grazie della risposta.
Il problema delle 50 copie è, dalla parte dell’autore, un problema oggettivo: rivenderle da sé è in qualche modo umiliante, dilettantesco, contrario a quello spirito di professionalità che da più parti si invoca nell’autore stesso, chiamato a rivelarsi tale non solo nella scrittura, ma proprio nel percorso editoriale. Chiunque, interessato al libro, preferisce contattare un rivenditore o direttamente l’editore, piuttosto che aspettare l’incontro con l’autore, o fare versamenti o bonifici sul conto corrente dello stesso. Del resto, un libro giunge a destinazione se la distribuzione è efficiente.
Vendere ad amici, colleghi di lavoro et similia mi pare meschino, come imporre una colletta dopo aver spedito gli inviti a cena. Non resterebbe che regalare le copie: a chi? Agli amici di cui sopra? Ad altri poeti/scrittori, in un circolo vizioso che somiglia al gioco della pagliuzza più corta, per vedere chi esaurisce prima l’ultima copia? E poi regalare è forse persino ingiusto e inutile: ingiusto perché svaluta il lavoro, inutile perché spesso chi riceve il dono si sente in dovere di liquidarlo con qualche parola di circostanza prima ancora di averlo letto.
Anche “stimolare” di propria iniziativa i critici comporta dei rischi: alcuni, che abitualmente si occupano di recensioni su riviste di un certo prestigio, hanno addirittura indicato la pratica come sintomo d’improvvisazione e si avvicinano allora al libro non senza pregiudizio.
Insomma, 50 copie sono un cappio, che mette pure di cattivo umore.
Secondo me, un libro di poesia ben scritto, curato come si deve e discretamente supportato, supera facilmente in un anno tale soglia di copie vendute, acquistate, però, presso l’editore o in libreria da lettori veri, in carne e ossa.
Detto questo, penso di non sottoporvi nulla in lettura e, sinceramente, mi dispiace, racchiudendo il vostro nome l’arte di Buñuel.
Ringraziandovi in ogni caso per la puntualità e la gentilezza della vostra risposta.
Con i migliori saluti
*

 

 

Per vendere 50 copie basterebbero al massimo un paio di presentazioni, non crede? Comunque, auguri per la sua attività letteraria. Sono sicuro che troverà un editore professionale in grado di apprezzarla.
Cordiali Saluti

 

 

Mi spiace che lei abbia preso per polemica la mia risposta, anche se tale non voleva essere. A questo punto le dico: bastando un paio di presentazioni, perché chiedere soldi in anticipo all’autore? Facciamo così: non un paio di presentazioni, ma tre o quattro, anzi una decina e tutto il ricavato a voi.
Saluti
*

 

 

Non ho preso per polemica la risposta. Ho semplicemente capito che lei è di quegli autori che aspettano a braccia conserte la manna dal cielo, e dico questo senza spirito polemico o altro.
Ognuno è libero di agire come meglio crede.

 

 

Non ho scritto oltre.
Rispetto chi si difende con le spalle al muro.

 

3 comments

  1. L’unica ragione per cui si potrebbe prendere in considerazione la via dei media di massa è legata alla propria capacità di mandarli in cortocircuito, di agire dall’interno del sistema per sgretolarlo. Un po’ come il cavallo di legno nella città di Troia: nulla di autoreferenziale dunque.
    Come ho avuto modo di dire ripetutamente altrove, la poesia (l’arte) non devono confrontarsi con il mercato. Se il loro scopo o la loro misura sono quelli, sono morte in partenza.
    Qualche ora fa, passeggiando in un paese di campagna in mezzo alla neve, riflettevo in cuor mio sulla solitudine di cui gode (o cui è condannato) ogni autore contemporaneo: alle sue spalle non c’è più una comunità che chiede di essere raccontata. Il bilancio lo fa l’identificazione (spontanea, a posteriori) della collettività con le sue esperienze individuali. In ciò riconosco un buon margine di malizia o di casualità.

  2. Sai, durante una serata di reading recentemente, in una specie di “gioco” mi é stato chiesto se per diventare “famosa” con la poesia sarei disposta ad andare al Grande Fratello.
    A parte il mio ribattere dicendo che non trovo che tutte le opportunità che i media sembrano concedere (all’atto pratico poi non é nemmeno così) siano quelle giuste solo perché si avrebbe un vasto pubblico e che la gente che segue certe trasmissioni non é certo interessata alla poesia ma ad una sorta di banale illusione di voyeurismo, ho fatto un’altra riflessione:
    Spesso ci si lamenta perché il proprio lavoro non ha a che vedere con la scrittura e che si vorrebbe campare di poesia o di letteratura ma che questo all’atto pratico é spesso impossibile. Trovo però che ci sia un lato anche positivo in ciò: non poter vivere di poesia almeno per quanto mi riguarda significa poter far mantenere ad uno sforzo poetico quella dignità che magari sul lavoro non si riesce sempre a mantenere. Parlo di compromessi.
    E far mantenere una dignità alla propria scrittura significa permettersi di portarla in luoghi consoni o non pagare per avere un libro con un ISBN e delle copie in mano da vendere “porta a porta”.
    Nel primo caso ciò non significa che un autore non possa decidere di voler fare proseliti scegliendo coraggiosamente anche un pubblico non avvezzo alla poesia o alla letteratura in genere, ma questo può farlo per propria lodevole iniziativa, non certo per ambire alla fama.

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