Nachrichten aus einer Stadt: Frankfurt am Main

caro *,
non c’è letteratura “meno utile” di altra: ci sono solo occasioni rimandate, questo volevo dirti. La mia scelta – perché di questo si tratta, non di un giudizio critico – cerca solo di far quadrare i conti in un momento di maggiore difficoltà.
Vengo ora all’altra questione. La fretta di acquisire credito in ambito poetico espone alcuni alla schizofrenia dei rapporti, si scontra presto con l’inesattezza assoluta del linguaggio: rimozioni, accostamenti, stratificazioni eterogenee e ripetuti scarti, come in un collage di Schwitters, un decollage di Rotella. Staccare le forme dallo sfondo, staccare le parole dal parlato per evitare che perdano significato aderendo pienamente. Lavorare su quel margine irrisorio oltre il quale il testo sopravvive più come interfaccia grafica del mondo, farlo prima che diventi replica di icone, clone, collante immateriale, prima che l’ispirazione di parole e cose sia rapita a vuoto dentro l’ansia tipica del clic. Un cliché o un nuovo tic nervoso – a te scegliere.
Vedi, elaborare la complessità, appropriarsene per esprimerla semplicemente, non dà margini nell’immediato. Se la sfida è raccolta per quella che è, bisogna coraggiosamente spingersi in un vortice di ritmi, nello strapiombo dei segni, in cerca del mondo nella vertigine della prospettiva, creare percorsi attraverso codici sempre più complessi, ricostruire alfabeti verosimili, semplificarli (se si riesce) rimuovendo i dati inerti, lavorare al limite del fantastico.
La semplicità di domani è a spese della complessità di oggi.
Ciò si lega male con l’investimento di risorse e l’aspettativa di un riscontro immediato. Si preferisce allora aggiustare alla meglio il proprio gergo senza discostarsi troppo dall’intonazione comune, o riproporre il vecchio scarto tra il parlato (impoetico) e lo scritto (poetico), o addirittura ribaltare tutto nella dimensione performativa, riversare “l’alto” nel “basso” (o viceversa) secondo i casi. Ma, se è pur vero che la lingua spesso si modifica per adattarsi al mondo, a me non pare tanto vano impegnarsi nell’opposto: arginare la deriva con il contrappeso della lingua.
Un’opera, quale che sia la sua arte, non deve esaurirsi nel rappresentare l’evidente, neppure quando esprime una denuncia. Se nasce avendo già un passato, dovrà per forza farsi carico di un futuro, o sarà persa o, peggio, mai stata. È proprio questa, invece, la debolezza che riscontro in molta poesia di oggi che ama dirsi “poesia civile”: manca di prospettiva, brancola farneticando in un’allucinazione storica perenne ed è incapace di entusiasmare i cuori intorpiditi, proprio quelli che andrebbero riscossi! È più viva l’ansia di segnare una trincea, un fronte chiaramente ideologico di lotta e resistenza senza compromessi, che andare quasi casa per casa, a mani nude, a spiegare l’evidenza delle proprie ragioni. Ci si perde in camerino al trucco, ad affrancarsi da cattive compagnie o cattivi maestri d’armi, ad occultare bene nonni, trisavoli e padri, a disinfettare le stimmate della discendenza, esibendo teoremi senza precedenti, corollari senza paragoni, alla peggio impugnando a causa la ragion di Stato. Si fa virtù coi fichi secchi. In alternativa, vien bene anche attorniarsi di una fitta schiera di minori mestieranti, di eredi sempre in bilico, designati o segnati.
In ogni caso, la testimonianza autorizza il testo. E i dormienti continuano a dormire un sonno senza sogni, e gli svegli ad agitarsi in preda ai languori di un ebbrezza rivoluzionaria solo a parole, o a darsi pacche e pizzicotti a vicenda per non addormentarsi. Dimmi: riescono a fornire una chiave narrativa della crisi? Esprimono l’istanza coreografica degli assenti, degli esclusi? Organizzano il dissenso o rendono diversamente canonica la virtù del consenso? Tentano di riattivare vecchi modelli o ne propongono di nuovi? Che arte è mai questa dello strike in progress? Un remake? Talvolta fatico a capire.
Per dirla con un paradosso, se stessi affogando in mare, vorrei che qualcuno si tuffasse per salvarmi, non vedere a riva il bagnino sul suo trespolo fischiare, sbraitare, gesticolare alzando i pugni, issando la bandiera rossa dei giorni di tempesta, facendo tutto quanto in suo potere meno che tuffarsi.
Questo il centro. Poi c’è la periferia dell’Impero: la rete, i network. L’arte non selezionata che si autodetermina, tag dopo tag, montagne di video-tag e note, opere e omissioni. La nevrosi del commento ormai precede la lettura e la persona eletta sopravanza il testo, in un’aura di sussurri o grida biografiche. Cose prima indistinguibili nell’anonimato hanno subito risalto nei rapporti.
Fuori di ogni retorica, basta poco per funzionare sulla scena, nulla di sensazionale: non crear tumulti, far la fila, aspettare il proprio turno, salutare tutti, incontrarsi, scambiarsi numeri e contatti, andare ai reading e moltiplicarsi, sempre pronti a traboccare di fantasmagorica commozione, approvazione, stupore ecc. Insomma, rispettare le buone regole del decoro. Tutto deve svolgersi ordinatamente «Altrimenti…» – si sussurra – «…si prendono troppo sul serio i poeti». A me pare sia piuttosto la poesia a non prendersi sul serio – «…mais alors pourquoi écrivez-vous?»
Quando saranno scomparsi i primi della classe, i voti migliori toccheranno ai secondi. Chi era un passo indietro farà un passo avanti e via dicendo, sempre più assordati dai clamori della storia.
Poi: confondere qualità umane (?) e cifra poetica (?) non puzza di morale? Non v’è dubbio che a qualcuno pur così convenga, come a un altro converrebbe il contrario, ma chi fa la morale, lo abbiamo visto, è soprattutto chi dispone dell’impunità nel peccato, e per questo pecca con gioiosa convinzione. Un allegro satiraccio, insomma, mammelloso, flaccido e caprino.
Per carità, ciascuno esprima a proprio modo simpatia: il cane scodinzolando, l’uomo, che non ha coda, tipografando, telegrafando, taggando a dismisura. Personalmente continuo a preferire i testi e chi, questa volta sì onestamente, lavora, pur se accomodato male nei rapporti.
Vedi, non si dovrebbe mai avere fretta di concludere: un’opera incompiuta è sempre migliore di una finita male. La scrittura si guardi dal coltivare i toni autoritari di certa critica, non caschi nella trappola di chi dissemina le pagine di indizi per essere “scoperto”, ma provi a custodire nel tempo l’incertezza della propria trepidazione, della vocazione. Anche Dio si riconosce nella sua domanda. Diversamente, è come spargere la cenere sul fuoco: un esercizio senza luce e soffocante. Due frasette messe a capo in fretta non fan testo! Non importa se a intercedere è un ministro d’alto rango: nessun pater o ave gloria ha tenuto mai qualcuno vivo, nonostante le intenzioni (e le decorazioni).
Il lavoro più arduo, e solo apparentemente esterno alle dinamiche della scrittura, sta nell’interiorizzare il senso della separazione delle proprie parole da sé. Bisogna capire quando non è possibile dire oltre anche se non si è ancora detto tutto. Con un’immagine che ti è cara: si impari a scrivere come a fare il bene, secondo le inclinazioni del proprio cuore, non per interesse.
Ultimamente leggo soprattutto testi da tradurre, autori che, in Italia, chissà se arriveranno. Hanno scarsa confidenza con l’industria culturale e coltivano poetiche “impopolari”, che non filano con ori, pomodori e cuori. Eppure anche la poesia rivendica gradi di complessità diversi. Hai notato invece quanta indifferenza? Sbuffi, ciglia, tacchi sollevati, convinti come sono che il testo si materializzi nell’impatto con la lingua parlata, consegnando al lettore il pieno controllo della parola, in quel grado zero di conoscenza che sfuma nel generico delle «esperienze di vita». Non che la poesia debba esprimere per forza qualcosa di astruso, ma neppure la matematica si riduce alle tabelline! Le cose a un certo punto si complicano. Sembra che Leopardi non sia nato in questa terra (ma ne scrivono, soprattutto perché non lo leggono). Com’è possibile cogliere la modernità del suo approccio alla realtà, prima ancora che alla poesia, se non si prova a immaginare un nuovo Dialogo della Terra e della Luna, un altro Copernico? O vince la paura di essere svalutati in seno alla filosofia, alla fisica, alla letteratura fantastica, o di dover uscire dal quadrato dei propri affetti per avanzare di un solo verso? Fior di intellettuali, che han letto tutti i libri, si rifugiano nella citazione, riportata in nota come codicillo di una legge complicata e immutabile, che a loro invece è concesso di usare a compendio di una creatività disarmante. Sono spesso amanti dei canoni, della burocrazia delle lettere, dei luoghi del potere più che del potere in sé, perché troppo astratto. Vien da chiedersi che idea si siano fatti dell’undici, del venti, avendo appena cinque dita in una mano. Too much abstraction. Vuoi mettere il carrello del supermercato, il sentimentalismo delle fanciulle in fiore, le loro relazioni pericolose, le confessioni di un italiano al di sopra di ogni sospetto, la leva calcistica del novantasei, la primavera dell’Inter in amichevole contro quella di Praga? Vuoi mettere il critico che veste Prada?
Insomma, come giustamente scrivi, bisogna andare oltre questo fracasso editoriale (e non).
Per quel che riguarda la schiera dei lettori, ho perso la speranza in quelli “di professione”. Inutile chiedere udienza alla consorteria. Bisogna andare da chi non sa chi sia Caproni e pensa che De André o Guccini siano tra i massimi poeti del Novecento. Ma chi vuol portare anche un solo cuore sull’orlo della poesia, non deve costruirsi un palco, presentarsi col padrino, farsi leggere da un altro. Questo è il cerimoniale di una sepoltura, con un ministro che ti loda – perché tu gli hai dato soldi e autorità per farlo – e un po’ di gente lì raccolta, che aspetta ave e gloria a turno. Dov’è la dignità?
Un atto di coraggio, non per soldi.
Con grande stima
F.

Bild: Mädchen im Grüneburgpark (F. Federici, Frankfurt am Main)

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