Lettera: Pian dei Corsi, 23 gennaio 2011

caro *,
per quanto si sforzi di essere vera, la poesia non potrà mai dirci com’è il mondo, che cosa è la realtà. E questa sarebbe la nostra aspirazione più vera! Il linguaggio con cui è costruita, il suo presupposto, mi sembra ogni giorno più superficiale, privo di quei momenti cruciali, di quelle svolte che portano a scegliere, tra due alternative incompatibili, quella che più assomiglia alle cose, almeno nella loro rappresentazione. Invece è una continua contrattazione con la storia, una sorta di disgustosa metafisica del capitale. Non basta un neologismo per segnare un progresso sul mondo. Non basta aggiungere 1 a qualsiasi numero per segnare un progresso sull’infinito, né aggiungerne 100 o 1000.
A volte ho un rigetto quasi fisico per la lingua degli uomini (ma potrei mai vivere senza una lingua, fosse anche una lingua che solo io intendo?) e mi sembra così di sprecare tempo a lucidare le catene, ad abbellire la gabbia, in attesa che un padrone buono apra per poco lo sportellino e mi lasci sgranchire le ali. Anche questo disaccordo rimane però un fatto personale.
Ci siamo costruiti la più sottile di tutte le lame, la più invisibile, inverosimile e piacevole con cui tormentarci. E siamo così insoddisfatti di quello che già ci procura una sola lingua che, appena ne abbiamo appreso i rudimenti, vorremmo subito specializzarla, affilarla o avvicinarne addirittura un’altra, più complessa e dolorosa.
Può essere che tutto sia scritto invece nella matematica e che ciò che può essere sperimentato può essere (prima o dopo) dimostrato, e che ciò che può essere dimostrato sia già del mondo. Ma quale interpretazione dare allora del mondo oltre la sua descrizione? Quale verità che non sia, per similitudine, solo una descrizione?
Spesso temo che l’ultimo passo per spiegarci una volta e per sempre le cose sia la follia. Sì, impazzire. Si può scegliere di impazzire? Ma non saremmo creduti neppure allora, quando proveremmo a raccontare finalmente le cose come sono.
Un abbraccio
F.

 

5 comments

  1. che domande, Federico.

    e mi chiedo, anche, se malintendere il mondo (anche nel senso di intenderne il male), essere costretti o costringersi a distorcerne le interfacce *senza* per questo conoscere o supporre in anticipo alcuna condizione di struttura soggiacente, non possa essere, in definitiva, una terza via, profondamente tragica, al dittico descrizione-interpretazione.
    mi chiedo, insomma, se e fino a che punto possa essere tolto il “superbissimo mausoleo di sabbia” dalla mummia d’islandese, come possa essere tolto e quanto duri il margine per interrogare questa mummia, prima appunto che divenga altro accumulo, altra orizzontalità, che venga insomma condotta da verità a “museo”.

    un caro saluto,

    f.t.

  2. Conosco il compromesso di cui parli: è lo stesso che lega matematica e fisica, il serbatoio dei segni alla loro interpretazione nel mondo.
    Il problema del linguaggio in poesia è la perdita di un significato condiviso, quando fa leva su un’invenzione troppo personale.
    Di qui, forse, anche l’ironia landolfiana, che non perdona la tentazione di certe avanguardie.
    Personalmente, al di là della costante riflessione sul “segno”, mi interrogo sulle reali possibilità della poesia di tenere il passo nella descrizione del mondo. Non è, come ho scritto altrove, un problema legato al neologismo. La contemporaneità del verso non deve ridursi né a funzione “didattica” del nuovo, né a un eterno rimescolamento delle fonti, nascoste con abilità le citazioni. E, date le premesse di quella che oggi è la scienza, bisogna capire dove e come “astrarre”. Con quali tecniche costruire la nuova rappresentazione. Diversamente, si continuerà a perpetrare da un lato una poetica fatta di ricognizioni della quotidianità (con la banale sostituzione dei termini: da LP ad mp3, da haiku ad sms), dall’altro a frantumare e a perdere il controllo del codice, accumulando segni senza coerenza interna, senza una matrice di ritraduzione, credendo di aver così rappresentato l’opera del mondo.
    Leggere le “Operette morali” (dopo averne indagate le fonti) può aiutare.

  3. scrivere senza codice o utilizzando un codice inventato è una tentazione, ma significa rinunciare a priori alla comunicazione: sarebbe come pretendere di vivere senza il tempo, di avere coscienza senza avere ricordi. Il Dialogo dei massimi sistemi di Landolfi ironizza sulle tentazioni di talune avanguardie e l’ironia landolfiana non mi sembra del tutto ingiustificata. L’artista è alla ricerca della purezza, ma la comunicazione, il codice, la vita si basano su dei compromessi.

  4. …come spiegare alla luce dell’amore i risultati di Aspect negli anni ’80? O il materiale linguistico (quasi coevo) di certi testi di Pagliarani? Ha ancora senso l’arte come rappresentazione del mondo (di ciò che è profondamente “mondo”)? Lo stesso senso della realtà, oggi, vien meno, affacciandosi appena alle moderne visioni della Fisica. Difficile (oggi) riportare un po’ di pace nel cuore, senza realismo. Qual è la radice metafisica di Cristo? Altre domande. Molte.
    Purtroppo, l’amore mi pare una declinazione sin troppo umana per spiegare ingenuamente il mondo.

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