Lettera: Canova, 31 dicembre 2010

Non accetto, caro *, questo tuo ragionamento. Mi pare anzi che siamo tutti incatenati a una virtù posticcia e disonesta, che non è neanche schiavitù, perché non ha padrone diverso da noi che la rendiamo condizione disperata nella storia. La nostra buona volontà di migliorar le cose senza romperne il meccanismo è spesso falsa. Ci basta infatti un’opinione favorevole, un incoraggiamento insperato dato in direzione opposta, che subito ci pare fosse solo risentimento, solitudine aspra, tutto quello che avevamo in animo di dire e fare. Non è così. Tale appare il mondo guardandolo da dentro, mettendolo al centro non dell’attenzione, ma dell’universo, scordando come veramente vanno le cose, com’è in deriva il cosmo, la rotta giusta delle stelle, non vigilata, pur perfettamente regolata nel vuoto in ogni direzione. È follia la nostra – chiedere di avere qualità spirituali non solo leggi della fisica – o è paura della follia? Educhiamo l’animo all’approvazione del giusto e suturiamo di continuo le ferite della scienza. Nel nostro corpo si apre già l’oscurità: che non ti inganni il sangue che colma la ferita. Ci sono tenebre più fitte, crepe nei sussurri della voce. La realtà mi pare sempre più un’allusione continua, in cui la morte è solo intercalare.
Il gran fracasso delle città, insieme ai bisbigli delle chiese, ai versi degli animali, al rumore dei boschi, dei fiumi, agli attriti impercettibili dei ghiacci rimangono tra noi, suggellati, custoditi a terra, perché non c’è aria intorno al mondo e soffoca ogni suono nello spazio. Da fuori il pianeta rassomiglia all’autobus che sfreccia via veloce in rettilineo, scavalca l’ultimo semaforo e si precipita a fari accesi nel buio, a far luce sul nulla, nella città che ci aspetta, degli angeli o del fuoco. Tutti i passeggeri schiamazzanti sopra si affacciano dall’alto, formicolanti sull’alto e il basso senza distinzioni, incuriositi sullo splendore cosmico, inspiegato delle stelle.
Ci soffermiamo sul plurale perché fatica è abbracciare l’uno in una vita felice. I numeri ci salvano dall’infinito, danno stabilità e valore alla quantità, al freddo e al tiepido, alla metà della strada, all’interesse e al prezzo della lana, misurano il raggio delle stelle. Ma questo è solo il modo in cui somatizziamo la fisica, accondiscendendo per similitudini alle leggi dell’universo. Ma i numeri sono anche figura del nostro vizio più grave, della nostra inaccettabile finitudine: dividere le cose in parti invece che riunirle e poi pensare che tutte quelle parti insieme siano state prima nella cosa, anzi proprio la cosa. L’infinito invece è qualità, incalcolabile, un urto irriferibile.
Non dubito che sia per i tuoi scritti che mi parli, e che ci sia per questo in fondo a te il carattere comune che rende tutti noi umani, solo forse un poco più nascosto qui che altrove.
Siamo costretti dalla nascita allo studio, a un’operosità intellettuale sempre senza precedenti, perché la morte ci azzera di continuo le risorse, annullando le generazioni, spazzando via le vite e la certezza. Occorre ricostruire daccapo ogni volta il livello massimo di conoscenza, istruire l’umanità e un numero adeguato di persone all’eccellenza. Se non lo facessimo, la società non potrebbe né sussistere, né progredire. È una tragedia ben profonda la nostra, una ripida tensione/torsione verso quel sapere estorto, un’ansia babelica di cogliere e trattenere una sillaba assoluta, una scintilla. Per questo bruciano a milioni vite, costrette ad inauditi sforzi, inaridite sul piano personale, dove resta poco o nulla di ciò che fanno, ma che, bilanciandosi più o meno i contraccolpi, le contrapposizioni, sostengono un complicato costrutto verticale, sul quale deve arrampicarsi il genio, per arrivare a cogliere qualcosa per tutti e riportarla in terra, nell’attimo dell’illuminazione. Tutta la vita protesa all’attimo. Anni spesi per bucare un secondo e farlo scintillare. Non ci sono giganti, ma spalle fragili a miliardi, umane e affaticate, compresse l’une alle altre nel comune sforzo, consolate appena dall’idea del tempo, della speranza, della giustizia e della verità, sospinte dal fiato dell’eternità e dall’approvazione di altri uomini. In realtà non c’è fuga. Non c’è fuga alla realtà e ogni superiorità morale ha il metro dell’uomo ed è una costruzione a volte utile, ma fasulla. Niente a che vedere con l’individualismo degli animali, privi di ragione e di prospettiva, soggiogati solo dall’impeto di una forza maggiore.
È opera di piccoli maestri mettere in rilievo la giustezza del metodo, fuor del quale non c’è speranza. Perciò, da allievo, qui ti esorto: a vedere in te un grande maestro, mi convincerà non l’autorità di ciò che scrivi, o di chi riporta per sentito dire le tue parole, ma la loro mansueta dolcezza, l’imparzialità della fortuna, il lavoro meticoloso che ti impegna intorno alla domanda e non fa salva la risposta.
E questo è tutto – la speranza e l’augurio.
Federico

 

2 comments

  1. Il punto è proprio quello che hai sottolineato: scavare nelle pieghe dell’assoluto toglie importanza al resto. Ancor più interrogarsi sul carattere di tale “assolutezza”, sull’estensione che può persino essere totalmente confinata entro la materia linguistica e la sua elaborazione. Non esploriamo forse l’interezza del mondo, perché il linguaggio ci rispecchia, è a nostra immagine, ha i nostri stessi limiti. Siamo però produttori di linguaggio e la nostra preferenza va al confronto tra il segno e la cosa, ove (spesso) il segno è un indizio della cosa da scoprire, quindi precedente alla scoperta stessa.
    Come può, in questo contesto, non stupire che le dinamiche sociali si fondino su frettolose risposte in materia di assoluto (la certezza di dio, del privilegio della specie ecc.), dilagando in una perpetua, instancabile, dialettica di stupidaggini?
    Grazie del tuo intervento, Giuseppe…
    F.

  2. Davvero troppi concetti e contenuti per poter scrivere un commento che non sia un trattato :)
    Ciò che dici è molto vero, se penso a Goedel e ai suoi problemi mentali dovuti allo stress da troppo lavoro, alla dimostrazione dell’ultimo di teorema di Fermat….a come drasticamente sia cambiata la mia vita a causa della Filosofia…penso che è un piacere sacrificare me stesso, sempre di più col crescere del mio sapere. Penso che questi grandi uomini a cui scioccamente mi associo facessero con estremo entusiasmo ciò che hanno fatto, senza pensarci troppo,evidentemente troppo presi dall’intuizione. Penso che quando si scava nelle pieghe dell’assoluto, tutto il resto non ha importanza.

    Ottimo post :)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s