Versi Clandestini (parte 2)

 


Antonio Diavoli e Louise Weber
in una foto degli ultimi anni

[…] Sul finire del 1932, Diavoli fu costretto a rientrare, dopo più di un anno di completa assenza da casa, per la sopravvenuta morte del padre, assalito, rapinato e ucciso di ritorno da un viaggio a Marsiglia. L’incontro con la madre e la dolorosa permanenza nei giorni del funerale sono più volte rievocati nelle lettere scritte negli anni a venire all’amico di Roma, come una sorta di temporanea rinascita a ciò che era stato da bambino.
Fu nel viaggio in treno di ritorno a Genova che si compì il destino del secondo e più importante incontro nella sua vita, quello con Louise Weber, studentessa di pianoforte al conservatorio, figlia di un banchiere tedesco e di una donna francese di nobili origini. La ragazza, di quattro anni più giovane, era in viaggio sola, di rientro a Genova dopo una visita ai familiari. […]

da Una biografia, in Versi Clandestini

 


Louise Weber da giovane
Rendez-vous (da un’altra vita) (p. 23)

 

Sei come l’Aprile
dei poeti che amo
tu
quando t’incrocio
passare in silenzio
tra le voci del mattino:
dai nuovo risveglio
e dolore antico

Quell’attimo
è un giorno d’Aprile
nel mio giardino:
schiude le rose
per farle sfiorire

Tu passi
(le labbra socchiuse)
senza proferire

Come l’Aprile (p. 71)

 

Sei rosa
sorpresa fiorita
in giardino
bianca quand’è sera
alla luna

E sei
tenebrosa rosa
nella mia casa buia
come un abbraccio
chiusa che non dai

Sei rosa allora
sosia dell’amore
che non sai

Sei rosa socchiusa
che ascolto
e profumi il vento
vorticosa rosa
che ha voce improvvisa
e soffio d’amore:
rosa di chiesa e
rosa di sposa

Ma
rosa nebbiosa e
rosa fraintesa
sei anche
spina bagnata
di sangue e di rugiada
spina velenosa
spina avvelenata

Poi
rosa indifesa
rosa recisa
rosa sfilata

In bocca il tuo nome
non si pronuncia
senza ferita:
rosa troppo amata

Giaculatoria sul nome di rosa (p. 72-73)

 

Qui scarsa è la messe:
la vita dal solco riemerge
alga tronco duro o stoppia
tutta fossile mistura ora
combusta indurita
poltiglia.
Di ori argenti e di gemme
torba soltanto e lignite
litantrace antracite.

S’è tutta distrutta
e rifatta da capo
più cupa la vita.
È un inutile scavo
ogni volta più a fondo
ad aprire la breccia
far luce
scavare una via
sotto i piedi
altrove parare
cavando col ferro
dal ventre alla terra
l’ammasso di viscere
torba e ossidiane
verdastre che cova.

È un approdo continuo
nell’ombra.

Ossidiana (p. 103)

 

Ho inciso d’unghia
un segno, tardi a sera
nel legno intorno alla serratura:
sotto le dita al buio guida
ad infilar la chiave presto
esser di là di quella porta chiusa.
L’ho ritrovato uguale
un giorno a margine
delle tue labbra mute
minuscola cicatrice di chi
prima di me nel buio
le ha cercate.

Ho inciso d’unghia (p. 105)

 

 

Il canto di rondini che si coglie, di tanto in tanto, in sottofondo e il traffico delle macchine sono quelli di domenica 4 luglio 2010, a Finale Ligure.

 

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