Lettera: Genova, 7 settembre 2010

 

cara *,

ti scrivo tra i soprassalti del treno, in una mattina bellissima eppure già dimenticata. Mi leggerai? Questo foglio è fitto e storto, scarabocchi e segni.
Non ho saputo resistere a un’altra alba nella camera d’albergo, quieto e senza colpe. Mancava la vita. Una sola occhiata sulla rampa esterna: la luce aveva già toccato gli scalini più bassi e i vasi di gerani. Tu dormivi voltata contro il muro e io ho voluto andare incontro all’ultima frescura, nel vicolo seguire, prima che sfilasse via, la coda nera d’un pensiero. Tanto fu lo slancio verso i suoni, le voci, i rumori di città che non sono più tornato. E che sarebbe stato, in fondo, un altro pomeriggio insieme, se non un annoiato giro tra Via Venti e Piazza Banchi? Un gioco ripetuto a sfogliare i libri di seconda mano o quelli antichi, in cerca di impronte nella polvere, nella memoria.
Tra quelle pagine scovammo già un’infinità di nomi, bigliettini, amori e vite dedicati sempre con sincero affetto, nella ridondante felicità o speranza di un momento solo. Tutto andato perso nella riduzione a mesi, a giorni del tempo, nei minuti consumati chissà come e dove, in vicende inconsistenti: una bolletta da pagare, il pieno di benzina, un modulo da compilare. Una sciocchezza senza serenità, insomma. È in queste cose (serie) che la vita manca di serietà.
Da studente in Fisica, mi concedevo spesso, al posto dei laboratori o di estenuanti lezioni in aula, il giro del mattino lungo la linea del 18 o del 19. Erano però stagioni di pioggia – il vento a Genova non manca. Avevo già troppa tristezza addosso per calcolare il numero tralasciando la parola, le lettere dell’alfabeto in balìa dell’algebra. Bisognava pur che non perdessi l’istinto per il viaggio e le invenzioni delle città. Così giocavo a mente a indovinare le fermate al finestrino, scovando nomi e date per tutto e tutti. In Vico delle lavande al numero 15 abitava una ragazza sola, armena. Su Piazzetta del Reclusorio davano le finestre della camera di Olga, la pianista che odiava Schubert. A Campo dell’alga, Nino, Bianco e Anna si sono conosciuti per la prima volta, la notte del 13 di Agosto del 1934. Non si sono rivisti più. In Vico della lana un vecchio teneva una trota viva in un secchio sempre sulla porta di casa: mi aveva raccontato che il suo sogno era di abitare lungo un fiume. Nell’ammezzato in Ca’ Da Pria avevano fucilato un partigiano. Sua sorella, finita la guerra, comprò la casa per abitarci. Fu anche così che mi innamorai di Diavoli. La poesia sembrava sapere sempre tutto. Forse di me sa già anche la morte.
Fossero ancora quei tempi, non sarei partito prima, quasi all’inglese, rinunciando al nostro giretto, lasciandoti persino l’albergo da pagare, povera ragazza! Allora andavo ovunque volentieri, specialmente solo. Avevo il gusto dell’animale che fiuta il proprio simile nel legno di una porta, nell’umidità della pietra. Ovunque c’era una stanza, si abitava per la vita intera.
Quanto alla poesia, per concludere il nostro discorso senza contorno iniziato a mezzanotte, bisogna saperla coltivare spesso come si coltivano i bonsai. Non sempre la nostra libertà (o la sua forma) hanno l’ampiezza di una pianta da cortile o di bosco. In fondo la poesia è in sé pure una riduzione del mondo alle sue parti minime, o un’aspirazione a farlo, a raggiungere quel grado primordiale del discorso, della nominazione, in cui tutto è ordine, come al principio del mondo, o addirittura nelle intenzioni di Dio scritte prima del big bang. Come qualsiasi forma d’arte, oggi è più difficile incontrarla, perché il numero dei poeti sopravanza la qualità di poesia in giro. In compenso c’è una quantità pro capite di versi (ovvero di frasi tagliate su misura, ma che non sono verso) spaventosa, tanto che nessun lettore, neppure il più fervido e longevo, riuscirebbe a smaltirla in una vita intera.
Purtroppo, non sussistendo alcun criterio di “conservazione dell’Arte”, si continua a filare la sintassi producendo ovunque materia verbale, nemmeno tanto oscura. Non vale, insomma, nessun principio sulla falsariga del celebre e scolastico “in Natura nulla si crea, nulla si distrugge”, ma piuttosto un angosciante “in Arte tutto si crea, nulla si distrugge”. Un po’ come studiare in Geografia una terra dove ci siano tracce per i fiumi, ma non più l’acqua. I fiumi sono quasi tutti secchi.
All’altra tua domanda (tre doti di un poeta), dico queste, su ispirazione di un bonsai: pazienza, cura, miniatura.
Tagliare un verso è come accorciare un ramo. Ogni poesia ha in sé una metrica che viene su scrivendo, come ogni albero prende curvature diverse rispetto agli altri della sua specie, a seconda del terreno, dell’aria, della luce, e di chissà che minimi fattori.
Forse anche solo il battito di un’ala di farfalla piega il ramo.
Sorrido – e tu (che mi perdoni) sai.
Federico

 

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