Lettera: Castrevëgio, 28 agosto 2010

caro *,
so di essere mancato a lungo alla nostra corrispondenza. Le cose che succedono non sono mai lineari e stabili. È nella loro natura ed è ciò che le rende salde e inattaccabili, come certi nemici che ti colgono da lontano, in campo aperto: saperne l’esistenza senza vederli riesce a disarmarti. Così non sono riuscito a tener fede alla promessa di scriverti con regolarità, di tutto ciò che mi accade e dei progressi, non sempre effimeri in città, come in un vero diario epistolare.
Da settimane occupo uno studio nuovo, ampio e vuoto come desideravo. Due porte danno su un pezzetto di campagna. La finestra si apre sulle scale di una casa semplice, ma disabitata. Qualche albero da frutto, i filari dell’orto, il cielo. La gente passa su un marciapiede lontano.
Mi piace molto quando fuori è scuro e tira tramontana: tengo ancora un po’ di fuoco nel piccolo braciere della cera a caldo, e spalanco le due porte. Un fiume ininterrotto d’aria infila allora l’una e l’altra, come se tentasse di legare le pareti al cielo. Qualche carta ferma sotto un peso forte fruscia, vibra. L’ombra si dilegua, improvvisamente piomba all’angolo, poi ricade al centro del pavimento, muta, lunga. Mi sento un fiore aperto prima dell’autunno nel bel mezzo di un prato. Una sillaba staccata male deciderebbe ancora i destini del mondo.  
Per ora ho resistito a trasferirvi tutte le mie cose, perché sento che la virtù di questo luogo è lo spazio. Posso occuparmi solo di pochi, indispensabili oggetti: libri, tele, colori soprattutto. Che sollievo poter finalmente tagliare tutta la lunghezza di una grande stanza, senza ingombri, osservare da lontano il tavolino e gli strumenti di lavoro come una natura morta! Era questa la rivelazione attesa? La salvezza? Basta allora liberarsi davvero di ciò che si continua a fare come dei propri oggetti, affidandoli ad altri, perché ne facciano buon uso. Consegnare veramente al passato ogni istante della propria vita, senza il timore di averlo perso. Non trattenere in sé qualcosa come fosse una rivelazione.
E perché fosse più definitiva questa migrazione attesa, ho accantonato in un angolo cieco, dietro la più piccola delle porte, i vecchi quadri e i disegni. Serviva però un rito inaugurale: ne ho preso uno e l’ho distrutto, piegandolo, spezzandolo, gettando i resti in fondo al fuoco per vederli bruciare. Ritraeva una figura nuda, una ragazza in piedi accanto a una cascata. Lo avevo dipinto vent’anni fa, mettendo insieme l’immagine di un film di Herzog e un sentimento. Ora l’ha divorata la fiamma.
Intorno al cavalletto si stanno radunando cose nuove, tra loro solo un po’ diverse, prima lontane, chiamate lì a raccolta da un istinto fantastico, in una vicinanza indecifrata, ancora in bilico. O per sempre?
Ho tracciato intanto due linee verticali, nere, su un supporto bianco. Le osservo spesso da un lato della stanza all’altro, cercando di includere in quella visione anche certi graffi che scorgo sul muro, o le teste scure e sporgenti di grossi chiodi arrugginiti che non ho tolto dalle pietre, dai quali pendono fitte ragnatele cariche di polvere o gli stracci. C’è l’impressione di un’opera mobile, che segue l’occhio nei suoi movimenti in cerca di somiglianza.
Stare nel vuoto, a tratti persino nel vuoto e nel silenzio, specialmente le mattine dei giorni di festa o intorno a mezzanotte, rende più fedele la pronuncia alla parola, dà ritmo e colore alla visione.
Sono io, io da solo, in volontario esilio nel volume di una stanza. A porte chiuse l’istinto spinge a una continua fuga: la parola, il gesto della mano, rapido e metodico su cartoncini, tele, fogli, scava l’invisibile dei muri, delimita la visione. Sono anni-luce i millimetri su cui via via procede a scarti l’opera: una sillaba, un punto, un tratto del colore. Niente si accosta con più nettezza del silenzio nel silenzio, del vuoto a vuoto. Combaciano i tempi morti del mondo. Nessuno può trovare le parole e insegnarci questo. È qualcosa in cui naturalmente si vive o si muore, come nel proprio corpo.
In fondo però tutto è pronto a morire e ci lascia nello sforzo pericoloso di chi tenta comunque la vita, in un modo, un tempo, un luogo che non ci ospita.
Poco fa l’urto dei rami contro il vetro, in ordine sparso, mi indicava un vento fresco come c’è d’autunno. Niente di più ermetico del paesaggio visto attraverso il vetro sporco. Sembra che persino la luce si accosti con grazia per non smuovere la polvere. Un altro mondo terso veglia sull’oscurità di questa stanza chiusa, si sporge dai contorni del suo disegno, inciso come i margini di un pozzo.
Quasi è settembre. Sembra che l’inverno che verrà abbia voglia di poesia – se verrà. A formare un’unica figura i versi, i rami.
Se passerai da me, questo è l’indirizzo: *
Ti sembrerà di esserci già stato.
In tutte le stanze vuote c’è lo stesso palpito dell’universo.

Con affetto sincero
F.

 

 

2 comments

  1. Caro Luigi,
    ho sentito (e sento) il bisogno di liberarmi di un intero ciclo di lavori, che pur non rinnego, né disprezzo, ma dai quali mi sono definitivamente allontanato, in silenzio.
    E’ la stessa cosa che capitò ai tempi di Versi Clandestini: ci sono pacchi di fogli e quaderni che non guardo più, nei quali sono racchiusi versi e pensieri dai primi anni ’80 sino ai primi del 2000. Come il serpente (che qui dà il nome alla pagina e mi accompagna), lascio indietro un’altra pelle, un altro corpo. Le pietre diventate ossa – ormai troppo pesanti. Tutto ciò che si fa smette di appartenerci nel momento stesso che abbandona le mani, o forse già poco prima. Non sforzarsi a trattenerlo è il segreto della libertà, è vero.
    Un abbraccio
    Federico

  2. Per il rito inaugurale, avrei usato uno qualsiasi degli ogetti che non hai portato con te. È un vero peccato per la tela – non era più tua. Le tele non sono mai di chi le dipinge, come le poesie di chi le scrive :)
    Un abbraccio
    Luigi

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