Quattro Quarti

Quattro Quarti, con un saggio di M. Sannelli, Collana Autori Contemporanei, Il Foglio, 2005, ISBN 9788876060472.
In copertina: Pierrot Lunaire (particolare), olio e materiali su tela, Federico Federici, 2004.

Fuori catalogo. Ultime copie disponibili scrivendo a antoniodiavoli@gmail.com


 

da: Due Qualità: i testi

 

Il problema dell’identità implica quello della lingua (non metaforicamente: quali parole usare e perché; e le parole di chi per e contro e chi, ecc.): “[…] fare poesia, come fare l’amore, è prendere coscienza che niente è in sé, tutto è correlato, tanto che il momento di massima fusione (di amato e amata, di oggetto e parola) è il punto da cui comincia a rinascere la separazione, ricomincia a fluire il desiderio dell’altro/a, la ricerca dell’altra parola per dire ancora, dire diversamente, cantare evocativamente, cantare oltre la fine…”. [1] Infatti “sapere prima ogni mossa / veder sempre tutto / […] fa questo un poeta”.
Nei Quattro Quarti i campi semantici del tempo (vita, storia) e dell’espressione (bocca, lingua, voce, parola) sono fondamentali per capire. L’ansia metalinguistica prevale senza esitazioni. Ma non si tratta di una deriva autoriferita (rendere oggetto della poesia la poesia stessa, nel suo farsi o darsi): è forse un percorso più onesto e appropriato ad un’identità in formazione (e quindi in metamorfosi: gli stadi e i raggi, anche neri, devono essere molti). Più che la poesia, l’oggetto è il fenomeno e la meraviglia di un dire che è dirsi, in primo luogo, incarnandolo nella storia, anche minuta: “sciacquo le posate e lavo/ con le mani nella schiuma giro/ e giro il cerchio/ piatto fondo/ – ceramica o cristallo/ azzurro – di dentro levo/ asciugo/ lucido piano”.
Il dirsi impone anche il pudore, perché avviene (sta avvenendo) con meraviglia e come conquista graduale di sé in sé: di conseguenza il tu è ridotto al minimo, e compare in un solo testo (“tu scrivi”, “tu sai”). Nel quale è riassorbito, probabilmente, dall’io: non l’io trionfale che sa, ma il soggetto che sperimenta con e contro il silenzio. Proprio silenzio è una delle parole più usate nel libro, con sette occorrenze: per indicare sia il contesto della parola (cinque occorrenze) sia il nulla che può riassorbirla e vanificarla. Qui la parola è sempre tentata, non lanciata, e si sottrae al silenzio. Il procedimento riesce a creare una filologia poetica interna alla poesia: una metalingua vissuta e montata con una “selezione dei momenti” (Pasolini), quindi parte di una storia. L’arte del nuovo (il nostro) Tiresia è questa: “Il presente racconta il passato, ogni giorno mutandolo: inutile dire, inutile non dire – meglio la finzione dei versi: il loro farsi oggetto, il loro durare, il loro mutare. Fuori di sé…”.[2] […]

Massimo Sannelli

 

[1]: Paola Zaccaria, A lettere scarlatte: poesia come stregoneria, Franco Angeli, Milano 1995, p. 82.

[2]: Giuliano Mesa, Quattro quaderni, cit., p. 77. E cfr. la sua poesia a p. 31: “occorrerà affrettarsi / perché rimanga solo il vero / e dunque nulla, forse – / soltanto il movimento, verso // a ritroso, anche: via, e vai”.

 

 

 

appunto n. 3

Tempo fa, in una sera tra amici che allo Haitian Fight si celebrava il caro Pithecanthropus Erectus*, uno di noi, bassista dei Fingers, unico in grado davvero di dire qualcosa di non sentimentale intorno alla musica, cavò da una busta di cuoio uno spartito -non ricordo di chi- e lo mostrò sul tavolo: pochissime note. Come in Ungaretti le parole.
Disse che quello era tutto. Un bozzetto ed insieme il brano, proprio come noi lo conoscevamo per le radio e nei dischi.
Pareva strano che così pochi segni potessero alla fine significare tutto quello che già sapevamo e che anzi pareva ben altro a noi, complesso e articolato. Ci spiegò che, nella pratica, da quelle note se ne danno immediatamente altre, molte di più, per improvvisazione, come in una sorta di interpolazione tra nodi vitali, ma che pure tale interpretazione non è mai del tutto imprevedibile.
Quei punti (soli) sul foglio sono l’ultima unità di tutto: il resto è poco più di una vibrazione intorno alla portante. Che la rende ampia e magnifica. Un’amplificazione. A tratti una delicata costruzione, come altrove l’ossatura di un primate ricoperta d’epidermide, restituisce già una somiglianza o forse, meglio, una non dissomiglianza.
Chiaramente ciò non significa -pensai- che in poesia, all’atto della lettura, si aggiungano parole alle parole, ma proprio l’intonazione, l’appoggio della voce, fissato su certi punti si fa flessibile in altri. Risuona. Si lascia portare sul testo. E tanto è più flessibile quanto più lontani sono i momenti cruciali delle poche parole. Anche il silenzio non è per questo mai una forma di assenza, ma l’atto minimo per portarsi altrove.

* Charles Mingus, Pithecanthropus Erectus (Atlantic, 1956)

p. 59

 

 

Посвящается Турбиной Нике Георгиевне

 

единственная
                             истинная любовь

лишь та, к уже ушедшим
(безответная)

она нас пробудила к жизни
освободив от сна

но сон исчез
забрав ее с собою
                                       навсегда

 

 

l’albero torna alla terra
dov’era seme alla radice
come coi rami scava l’azzurro
                                                     per l’acqua
                                                                              la luce

si danno nel nulla
                             i suoi segni chiari
dal nulla di un orto
                             sul muro

                             incrociano a lungo
                             la ruota dei venti
e polline
                 rondine
– ha sopra il suo nido –
                                  la notte

gioiello di vita
                                  unico
                                                   al dito

p. 18

 

 

hai mai osservato chi legge sul treno
come se non sapesse quello che sta
facendo?        sembra qualcosa
gli venga sfilato dagli occhi
lentamente               il filo
                                            alla cruna
qualcuno gli disfi sottile         la trama
                                                                        dell’anima
un gesto preciso
tendendo tra l’indice e pollice
un capo         pian piano

e via disegni e i colori
il coagulo minimo e i mondi
in intrecci di nodi     poi
                                          lo sguardo improvviso
                                          altrove

                                          un soprassalto del treno

il finestrino     fuori
è appannato

p. 19

 

 

le auto hanno i fari
spenti, chiuso nei vetri
la luce
              (portati al macero
i detriti)
a marcia indietro
accanto ai muri
defilate a forza
              d’esser nulla
fanno come i gatti
ombre nel cortile

p. 20

 

 

un quarto di giro orario
la chiave e subito lasciarla

un balzo avanti l’auto e si parifica
al silenzio               un tentativo
allora più deciso
un quarto trattenuto
lungo un secondo
s’innesca il corto-
-circuito temuto

la nebbia               l’umido                la brina
sempre il vetro che si appanna         è
il fiato               il respiro               l’aria

azzeramento
                                          -dai!-
ultimo tentativo

 

s’accende e
spegne il cuore               anche
di continuo

 

tentare l’avvio
a freddo una mattina
costa in macchina fatica

p. 21

 

 

le trombe del giudizio
                          tra i pinnacoli
                          o le radenti tube di piccioni
                          sfollati ai tocchi di campane?

p. 26

 

 

su questa pagina in bianco
si può edificare
avrà così una casa
sua   anche il cuore

e l’anima      dei poeti
                        le ombre    avranno
                                              una città

mentre tu scrivi    ovunque
edifichi dimore
                                       tu sai
che tane fai e trappole
cunicoli che scavi e varchi
d’inchiostro    tra fibre

e mentre parli
dai scolo al silenzio

 

 

                                              e lo crivelli

p. 28

 

 

 

mi sono fatto scudo    già
nelle parole scritte
a mala pena
a penna     contromano

e impararle a mente
e che si legga e basti
ciò per ricordarmi

è tutto

p. 32

 

 

 

se indicandola la sfiori
                                    appena
                                              muore    la farfalla

 

e del suo oro intatto
non ti resta
che un po’ d’impiastro
tra le dita

 

chi incarna il vero
sconta la vita
e nel silenzio solo
chi tenta la parola

p. 41

 

 

c’è scambio in silenzio
d’identità

                                          tra il mobile
                                          il legno e una folla
                                          di termiti in fuga

 

la statua del dio
sepolta
               e la terra

 

                                          la tua mano
                                          vuota
                                                      e la tasca

 

 

a volto coperto
la donna assorta e le
sue mani in posa

 

devota

p. 42

 

 

 

da questa

                    vita

da qui a là
se sia non so passare

quanto il modo (solo)
di starci dentro

p. 53

 

 

Altri contributi su Quattro Quarti, a firma Paolo Fichera, Maurizio Maggioni e Fabio Orrico si possono leggere QUI.

Tutte le registrazioni su dispositivo Zoom H4n (.wav 44.1kHz, 24 bit), built-in studio condenser mics at 90°; editing: volume +14dB, fade-in e fade-out. 3 luglio 2010, in un garage sulla strada per Calice Ligure. Il fischio che occasionalmente si ascolta in sottofondo è prodotto da una piccola ventola di plastica mossa da correnti d’aria.

 

3 comments

  1. Grazie a te Federico
    in questo tuo spazio i confini delle “realtà” sono in continua tensione – e vibrazione- verso le espansioni possibili..
    e sono d’accordo con te che la “volontà” o qualsiasi “concerto” di forze capaci di segnare una direzione non possa essere esclusa

  2. E’ giustamente come dici: la singola particella, quella che nella fisica newtoniana rappresentava il “quid” indivisibile, elementare (il duale matematico del punto) è capace del massimo della complessità: l’indeterminazione. Di più, è messa in crisi, tramite il concetto di osservabile massima, l’idea stessa di realtà. Reale diviene ciò che è misurabile, non il valore numerico di tali rilevazioni. Sono prospettive fantastiche, oniriche più di qualsiasi poesia di Campana, scarne e crudeli più di qualsiasi pagina di Zola. Non è però così semplice provare a riprodurre lo stesso senso di conflitto tra realtà/non realtà attraverso la poesia. A volte mi piace giocare con le suggestioni: il verso come osservabile massima, la parola come osservabile. Ma sono “giochi”, come gli spazi metrici della Rosselli: non possiamo analizzarli con eccesivo rigore. Sfuggono. Si contraddicono.
    L’idea dell’universo come “manifestazione” di un’unica grande anima mi interessa molto: l’ho incrociata diverse volte in certe letture cultuali, ma pone anche la seguente questione: se tale manifestazione non fosse volontaria, cadrebbe l’idea stessa che abbiamo (almeno in occidente) di Dio.
    La grande sinfonia potrebbe avrebbe già le sue corde, le “stringhe” pizzicate nella teoria M. Ma, anche qui, ci vuole cautela. Come in tutta la fisica: onda o corpuscolo? Pizzicare una stringa? Sono correlativi oggettivi magnifici. Cordoni ombelicali tagliati: numero e parola (quantità e qualità) si fronteggiano.
    Grazie per la tua visita, così viva e piena di riflessioni.
    Federico

  3. Quei punti (soli) sul foglio sono l’ultima unità di tutto: il resto è poco più di una vibrazione intorno alla portante. Che la rende ampia e magnifica. Un’amplificazione. A tratti una delicata costruzione, come altrove l’ossatura di un primate ricoperta d’epidermide, restituisce già una somiglianza o forse, meglio, una non dissomiglianza.
    …….
    straordinarie queste visioni estremamente scarnificanti della semantica del tempo e dell’espressione…mi suscitano il desiderio di continuare l’azzardo “agganciandole” alle stupefacenti prospettive che si spalancano quando agli stessi temi si applicano le griglie in continuo mutamento della fisica quantistica..

    ecco un esempio (uno dei possibili):

    La fisica moderna permette di far sogni ben più grandiosi rispetto al “senso” del tempo di quanto era possibile con l’ormai superato determinismo meccanicistico dell’era newtoniana
    Basta pensare che nel più piccolo posto che si possa immaginare, una particella elementare, c’è il massimo della complessità che si possa concepire: l’indeterminazione. E questa particella è assimilabile a un’onda e forse a un insieme di corde che vibrano.
    La nostra “anima” non potrebbe essere contemporaneamente la musica di queste corde e il musicista che le suona?
    O, ancor meglio, il nostro corpo fisico non potrebbe essere la musica di queste corde e l’anima il musicista che le suona? Anzi: non potrebbe l’universo stesso essere la musica di un solo suonatore, non necessariamente consapevole? Niente bene o male, niente volontà, solo l’universo come manifestazione di una specie di unica grande anima…

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