Lettera a G.

caro G.,
le tue parole sfiorano una ferita aperta, tolgono però altro sangue: cerca davvero ascolto chi scrive nei propri lettori, in qualcuno in cui suscitare l’impenetrabilità, l’imperturbabilità delle ragioni per fede? Qualcuno che riconosca (e pratichi) la lettura come atto residuo di carità? Oppure la formulazione definitiva della propria cifra ad opera di un critico influente, la decifrazione del genio e dello stile, in subalternità reciproca?
È un atteggiamento bigotto più che militante questa continua ricerca di un espediente tra vita e scrittura, di un’interpretazione che non si riduca alla sola stesura del testo, come di un’assoluzione che non si colga nell’assoluta comprensione della preghiera. L’élite ha bisogno di assicurarsi questo consenso spontaneamente. È il fenomeno più silenzioso e repressivo che io conosca, perché si rinuncia da subito a denunciarlo. Si tratta infatti di un meccanismo che, innescato, trae da sé vigore, s’impone nelle generazioni a venire per necessità, pur animato da forti tensioni interne, dal conflitto aspro tra il carisma dei nuovi e l’autorità dei vecchi, ricomposto a tratti solo per cinica ratio economica/politica (avanzamento degli uni), o pacifica legge di Natura (morte degli altri). È una forma di mistificazione di cui la letteratura non ha bisogno, di cui nulla ha bisogno, perché non ne hanno bisogno gli uomini. Eppure sembra essere il solo atto “veramente” politico e spregiudicato, sopravvissuto nell’intera questione che poni a fondamento dell’arte.
Con scarnificante, vivificante ironia, incidere la crosta persuasiva della giustezza di una causa fondata sui numeri, sulla misura impossibile delle qualità, laddove l’origine del numero risiede piuttosto nella quantificazione, nel conteggio di oggetti in sé non necessariamente particolari. Siamo qui a discutere sull’equivalenza pratica letteratura-potere, potere-capitale, sull’istituzione (o destituzione) di certi paradigmi culturali, manovrando, spostando, ricollocando, recuperando alla memoria o gettando nell’oblio. Tutto questo è tollerato nella sua banalità, senza scandalo, anzi continuamente prospettato come svolta condivisa.
La liturgia mi disgusta, e quando me ne occupo mi rendo conto di perder tempo. Non posso che ribellarmi alle continue impennate dei rapporti, alle loro verticalità sempre più vertiginose, autoritarie, che nascondono volti, testi, paesaggi, ciò che ad occhi superficiali non sembra avere consistenza storica, solo flatus vocis – per scherzarci su.
Ci sono codici al di fuori dei quali nulla è concepibile, come nella moralità più primitiva e morbosa. Che cosa chiameremo a nome di libertà fra molti anni? Ne sentiremo la mancanza? Avremo ancora la forza di farlo? Ho spesso paura di non aver mai abbastanza screditato di fronte al mio cuore certe figure, di non avere circoscritto definitivamente l’abisso di questa comune disperazione e di cedervi, poco a poco, prima per indulgenza, via via per condiscendenza. Ne ho paura e orrore più che della morte fisica, perché sarebbe una morte cui sarei costretto mio malgrado a sopravvivere, della quale avrei tardiva coscienza, senza poterla più respingere. In nessun caso si tratta di coltivare un’apprensione troppo viva e orgogliosa per l’arte in sé (qui: la poesia) – non dico questo –, ma di non preferire la sua piccola dimensione sociale, di non preferire a una scintilla d’eternità il barlume di un intero giorno.
Oggi affiorano i rudimenti di una superficialità sempre più estesa, che rafforza in me una disperazione priva di attrattive. È il consumismo “reale”, “spontaneo”, la sua febbrile impazienza. I testi si consumano, quando chi li scrive non ha memoria per il futuro, e quando gli uomini parlano in termini “generazionali”, senza essere una generazione, edificano polvere sulla polvere. Una mucchio alto di pietre non farà mai una montagna. Ci vuole un connettivo: terra, radici, conglomerati, agglomerati. Anche per l’acqua ci vuole qualcosa che la accordi, un moto, un divenire comune affinché si faccia fiume. La Natura ha in sé qualcosa di rivoluzionario, sempre in atto.
Così come tutto ciò che si è dichiarato “reale” nella storia, anche questo atteggiamento forse un giorno finirà. Ci lascerà un tempo di parole vuote, prive di promesse, impronunciabili, e sconfinati archivi, slogan e decreti, dimostrando come non di tutte le parole sia il potere di alimentare il segreto delle cose, la realtà, nominandole. Avremo i ruderi del mondo sulle labbra, il suo lutto, il fallimento espresso nei silenzi. Non avremmo sospettato mai fosse più difficile nominare le cose, che ereditarle, ereditarne i nomi dopo averle screditate.
Capisci ora la mia avversità, per indole, alla carriera come avanzamento? Avanzare verso cosa, poi? O su che cosa? Attraversando cosa? I rami avanzano al cielo? E le radici, allora, verso quale cuore in terra spingono l’albero, morto e ritorto in appendice al sole? E l’uomo buono verso quale ingenua bontà soprannaturale? Lungi dall’essere esaurita, persino la propaganda sulle anime val bene una messinscena, forte e retorica. Capisci perché quello studio, scritto in un linguaggio arido e preciso, mi è sembrato un referto redatto su commissione, una dotta distrazione post mortem? Mi vorrei dichiarare sin d’ora defunto, come status sociale, pur continuando a vivere serenamente per conto mio.
Vedi, ogni avanzamento contiene, per sua natura, un attraversamento e ciò che si attraversa si dispone per una sua parte alle spalle e per l’altra, via via meno consistente, innanzi, secondo una promessa. Noi siamo il confine. Ma io non voglio lasciarmi dietro la parola, voglio starci in mezzo, nel suo cuore, suo fondamento, piantare lì le lettere, le sillabe, le unghie, nell’eccezione animata dei fiori, nella ramificazione dei ragionamenti e del discorso. Non arretrare, non avanzare. Atti di vera grazia, i versi abbagliano nella luce del primo sguardo e non importa che raccontino la solitudine o l’esilio. Preferisco rinunciare a mettere giudizio, a districarmi nel fumo dei discorsi, e toccare invece gli alfabeti di queste cortecce che contano le stagioni, studiare continuamente il tempo senza ridurlo allo spirito di un’epoca, alle sole ragioni della storia.
Ci deve essere una legge oltre la volontà, ma è difficile pronunciarla, quando si dovrebbe dare il nome prima della cosa. Il Poeta intona शान्ति शान्ति शान्ति, colpisce l’ultima volta il silenzio, perché risuoni interiormente e indichi solo che ciò è profondo. Il Poeta è insieme libero e crudele.
Qui le stelle corrono su un’orbita invisibili che sentono nell’aria. Siamo noi a perderci nella ragione dei calcoli e dei cieli. La luce è nella luce. Le cose accadono senza saperlo, in un sottobosco di numeri e di segni che, ripetuti così a caso come sono, le vanificano, le riducono al limite della pronunciabilità. Ho scavato anch’io, prima di allontanarmene, nel groviglio dei tuoi stessi discorsi e nelle argomentazioni, ma è una pratica che ora non riconosco più come prevalente. Non voglio dimostrare a me stesso (e a nessuno) l’ignoto, ma riabbracciare ciò che nella sua assiduità ho scordato, risentirne la mancanza. Non si tratta di abbandonare il tracciato del verso, di perdersi lasciando il sentiero, sottraendo ogni parola, accorciando e riducendo, ma di esercitarsi nell’attesa: la perfezione è nell’attesa – ricordi questo mio verso? Eccolo: qui ora è vita.
Ogni tanto mi traggo dal silenzio dei boschi, che sembra equilibrare i mondi in una sola notte, abbandono lo studio, la lingua animale e vegetale delle campagne, la geometria e la matematica delle sillabe e dei numeri, e qui riporto un verso, ammutolito, lontano dai frantumi delle voci: il verso dell’acqua lavorato alla pietra di fiume, o quello dell’aria toccato dalla primizia di una gemma. Lo faccio per contemplare meglio lo stato della forma, assicurare a me stesso di non avere perso nulla di pronunciabile. Come chi si ascolti i polsi per sapere di esser vivo, ascolto io l’inchiostro bagnare la carta, o mi sporgo sull’abissale cablatura della rete, nella vera allegoria del mondo, attraverso un monitor. Lì sei anche tu, nella tua mistica disobbedienza mal rivelata agli altri, con il carattere negativo della tua insofferenza non verbale, derisoria, che almeno io conosco e, se non proprio giustifico, certamente comprendo.
Ci sono atti inconciliabili con la scrittura, altri inconcepibili per buonsenso. Mi raccontava sere fa un contadino anziano, che certe piante continuano a mettere foglie nuove mentre la stagione avanza, consumando le vecchie, perché per loro quello è il senso del tempo, come per noi è di costruirci sopra numeri e nomi. Allo stesso modo un poeta invecchia, può ridursi a stagioni di silenzio. Mai snaturato. Mai, un poeta.
Scrivere in solitudine è certo la pratica più dura che conosca, ma anche la più necessaria e dolce. Richiede disciplina, non avvalora a priori nulla, né concede sfarzi, ma permette di penetrare le proprie rovine a ritroso nel tempo, smuovere polvere e macerie depositate in anni di parole-rumori, accordare finalmente il respiro al silenzio, dov’è stato vivo il primo, l’unico vagito della voce.
Oggi fatico a non trovare strano il modo di fare degli uomini. Hai osservato due cani che si incrociano per caso? Si scambiano uno sguardo, si avvicinano, s’informano nella loro lingua di qualcosa che non si dicono. In giro vedo invece uomini talmente abituati a incrociare altri uomini, da aver rimosso il mistero dell’incontro. In campagna succede di rado. C’è sempre un cauto tentativo di tenersi d’occhio, di studiarsi, un motivo per provare a confidarsi, ed è lì che affiora una solitudine uguale negli uomini e negli animali. Quanti cani mi sono venuti dietro in mezzo alla faggeta, attraversando i prati, i campi allagati, fradicio di fango! Cercavano una meta, una casa, pensavano che io ne avessi una, o che avrei saputo indicare loro qualcosa, cercavano d’istinto cibo e compagnia. E a quanti uomini ho indicato la vetta di un monte, il nome di una sorgente, un sentiero vicino, quanti hanno segnato con l’unghia un punto sulla mia mappa!
Mi chiedi del conforto della poesia, dell’amicizia dei poeti, e ne parli (scrivi) rivendicando un candore, che non credo ci sia mai stato, e meno che mai oggi. Da tempo l’arte (tutta) sembra essersi esaltata nella propria industrializzazione, elaborando in essa un’identità (o più identità, nominali), dandosi cioè un codice di riconoscimento e legittimazione. Ci sono scuole all’avviamento creativo, vere e proprie unità di produzione di artisti-operai, continuamente edotti sulle esemplificazioni di precisi schemi linguistici, per amministrare (somministrare) una fantasia semplicemente di massa. E dove non arriva direttamente l’insegnamento (al quale volontariamente ci si sottopone), arriva la continua riduzione della vita a immagine, illustrazione delle modalità di consumo, proiezione di altrettanto misere idealità. Non si sperimenta più nemmeno il peso di un’angoscia collettiva: è stato sollevato, rimosso, sostituito dalla rappresentazione di una libertà dall’alto. Si sono spezzati i legami della socialità, anche di quella più selvaggia e disorganizzata. E i semi – si sa – non migliorano macinati, anzi perdono memoria del germoglio.
Da tempo non frequento pittori, e posso appena esprimermi sui letterati. Ne conosco alcuni incapaci persino di vedere il testo, edotti a stilare interminabili rendiconti di occorrenze, figure retoriche, conteggi di sillabe e di rime, incroci e disposizioni dei loro numeri nei versi, come si trattasse di un abaco o una cabala. In posizione eretta di fronte ai monitor accesi, o chini su una pagina stampata, assumono fattezze di complicati insetti, dottori scrupolosamente intenti all’autopsia, da sé incapaci a riconoscere la vita, se non catalogando ossa, arterie, nervi.
E i nuovi, come pare entusiasmati al gioco, si aggirano nei pressi di questi uffici, in cerca di prima occupazione: sterilizzare qualche bisturi, tagliare qualche garza, disinfettare una piccola piaga. Tutto quanto serva per avviare sul campo una professione. Presto discuteranno di un libro (proprio o altrui) con la stessa cinica chiarezza con cui leggono l’etichetta di uno shampoo, scelgono un dopobarba o un profumo secondo gli ingredienti, un prodotto di consumo insomma, un fatto derivato, che ha perso ogni suo tratto naturaliter interrogativo. La scrittura tende sempre più a replicare quel sistema di segni socialmente in atto, senza più falsificarlo.
Ancora più grotteschi e sterili certi tentativi di épater le bourgeois, (cioè, per lo più, di far colpo su se stessi) attraverso meccanismi di emarginazione e diversità già fossilizzati, archiviati dalla storia, o assorbiti, tollerati come forme deviate di cultura o di folclore.
Emarginata è anche la scrittura di ricerca perché, in quanto tale, non si confronta a priori col mercato, né lo recupera tra i propri interlocutori. Qualcuno cura l’incremento del “punteggio”, segnalandosi per merito a una corte di giurati, o menzionato honoris causa. Altri, fatalmente, aspirano slegati a una propria unicità. È un vecchia logica, per certi versi impiegatizia, nella quale la normalità appare persino più dignitosa di quella piccolo borghese, perché sembra più ispirata.
Dal principio alla fine è un elevarsi sopra la scrittura, perché è questo, a tal punto, che diventa la scrittura: un pulpito, un rialzo, un tacco, un callo, il cumulo dei propri escrementi emotivi o intellettuali, la raccolta differenziata delle emozioni: civile, ermetica, visiva, lirica ecc. Scarto. Scarti. Smaltimento dei rifiuti d’una storia vecchia. Conta le antologie. L’irriducibilità dell’ego, tanto ottuso, duro nel perseguire uno scopo, quanto duttile nell’adattarsi alle circostanze, ben disposto a tutto pur di non tacersi e rappresentarsi, anzi: partecipare alla comune rappresentazione di qualcos’altro, fare di se stesso un mediatore, raccogliere un filo di luce.
Noto come neppure la sensibilità, certo acutamente ferita nello sforzo, inizi a sanguinare. Manca dunque umanità al colmo della poesia? È un continuo dispiegarsi di eufemismi e cortesie, torcendosi a sfiorare il lembo di una livrea: assolti, benedetti, adornati finalmente da un barlume di santità. Tutto ciò ha una coerenza interna forte e che non va indagata con sospetto, ma, una volta per tutte, spiegata, e accettata o ripudiata.
In ambito scientifico si parla di “comunità”, perché comune è il problema da affrontare (l’esperienza della realtà, la sua interpretazione) e a tutti noto, e intorno a quello si lavora. Lo stesso non può dirsi per le Lettere (qui: la poesia): non pare più sussista in profondità un problema comune, nuovo, né tanto meno un linguaggio. Ciascuno elabora una propria geometria, i propri numeri, la propria matematica, e con quelli bisogna fare i conti. Spesso il lavoro critico si esaurisce nell’interpretazione dei segni, scoprendo che non c’è altro, che non si è fatto niente più che inventarli.
Credo che molti degli obiettivi di certo accanimento culturale andrebbero considerati atti puramente transitori della scrittura, sottraendoli così all’effetto di soffocamento che esercitano sulla radice del testo. Da soli non possono spiegare l’esistenza di un’opera, semmai la esigono per legittimarsi.
Non voglio pensare, né lasciarti pensare, che la poesia sia necessaria solo a se stessa, avviluppata nella propria perfezione, antagonista alla prosa, alla musica, alla pittura. Nel suo stesso nome non sento nulla di ingenuamente astratto, di vuoto o di refrattario. Persino la tecnica è, forse, figura di un più alto grado di astrazione, laddove aspira a mettere ordine nell’universo, piegando in termini precisi l’inspiegabile necessità della Natura, secondo le nostre vulnerabilità.
L’ultima sera che sei stato qui, parlavamo di cosmologia e fisica delle particelle, dei buchi di Fontana e dell’eco di Hiroshima, dei tagli nelle mani di tua moglie e dell’esaltazione della forma, di tutte le forme, dalla lettera al numero, dell’istanza metafisica di una singola zolla di terra, delle monocromie lunari, dei fari dell’auto, dell’accumulo di muschi sopra i muri, all’unisono, con una sensazione così fisica delle parole appena pronunciate, che ci sentivamo liberati dentro la storia, come pesci finalmente dentro un fiume. Aveva importanza il fondamento teorico di ciò che stava intorno: la casa, il prato incolto, i solchi dell’orto? Dovevamo giustificarci? No. Il nostro sbandamento era fondato di per sé, nell’assenza drammatica di un referente “alto”, nobile, certo. Resistevamo al silenzio della notte, come ragni tesi in una profondità spaziale, acustica. Ah, quanto adoro la versatilità d’intelletto nel formular domande!
Oggi, viceversa, ti esorto al silenzio di chi scrive, perché è attraverso quel silenzio che si ascolta l’altra parte del testo, quella che sta dietro il suono e il significato, il suo ultimo respiro. Lì tutti i testi sono un testo solo, traboccante. Una lingua dell’inizio, sola e senza pace, irripetibile, folgorante, che scuote tutto l’essere. Ben vengano le ragioni della solitudine e la tragedia muta delle parole lasciate sole. Si torna come d’estate su un prato, tra i fiori, dov’era una coltre di neve e il ghiaccio soffocava i pozzi. Muti, per ascoltare. Per liberarsi di una paura d’addio.

Tu, non aspettarmi.
Un abbraccio
Federico

 

 

20.06.2010, in località Perti Alto (foto)

5 comments

  1. Il nulla circoscrive il tutto. Si dice anche che l’eternità (il prima senza fine, il dopo senza fine) circoscriva il giorno. A noi è data la scelta: intuire l’eterno o appiattirci sul tempo. Il fuoco o la luce? Essere arsi o intiepiditi dalla vita?
    Il solco scavato un secolo fa da Sir David Henry Thoreau non è mai stato più prodondo.

    f.

  2. Un manifesto. Fotografia di chi è morto e di chi vive e sconta la vita o, meglio, suo vuoto, sua assenza. L’ introvabile, par exellence. Nostra s’ignora. E sì che poi ci sono ancora un ruscello o un bosco, un monte, l’osteria, o questo sangue listato a lutto e muschio che scrive ancora, il meglio senza inchiostri. O occhi piantati, puntati in un Altrove muto, vivissimo. Il resto è niente

    i.

  3. “Non si sperimenta più nemmeno il peso di un’angoscia collettiva: è stato sollevato, rimosso, sostituito dalla rappresentazione di una libertà dall’alto”.

    Ciao.
    Gi.

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