(seconda lettera al padre)

 

Padre,

la morte e la parola amore non sono state mai così vicine tra le rovine dei nostri giorni e mai si sono somigliate tanto illuminandosi a vicenda. L’una all’altra viene dove termina il ripetersi conciso, affannato, e nel più breve soffio della bocca getta la sua gemma nera.
Con che occhi gelidi e profondi contano i tuoi palpiti nei polsi, a strappi spingono quel sangue a farsi vivo nello sguardo, districano vene spente e nervi duri, danno traccia a fiumi senza pesci o terra, a righe verticali della voce, e nel respiro a corde rotte: a tutto danno un nome su un atlante sempre più minuto.
Nella sola terra emersa tra le ciglia è l’acqua dello sguardo che riflette il mondo, muta, ferma.
Poi riprendono da capo e mi chiamano in disparte a sera, col pretesto di elencarmi bene tutte le tue ossa. Sono esatti, calmi e sembrano saperne il peso, contati i battiti dei giorni conoscere di te ogni cosa, essere altrettanti figli buoni ora che ti hanno ben frugato, radunati lì a parlare a un figlio solo, lasciato solo nel giudizio a risparmiare il padre.
Invece tutto è così vago nei miei occhi: non si sa nemmeno cosa vedano i tuoi occhi alle pareti azzurre o bianche di ogni stanza nuova, in cui ti portano a scoprire il nome del tuo male. Ogni gesto ha un numero sugli aghi, ogni tubo porta un’aria, un’acqua, un fuoco diversi.
Ma il tuo male è così chiaro dalla nascita: è la vita stessa, la bestia uguale in tutti, che fa nel corpo un nido lavorandoci una vita.
E la mia indole mansueta e silenziosa e schiva non sa lasciarti niente. Oggi non incontra solitudine felice lungo i fiumi o i boschi, ma la bieca, imposta, disumana assenza in tanti sguardi d’altri intorno, persi come noi e sfollati dalle visite serali.
Le mie parole troppo semplici traboccano per te e non sanno nulla. Le dita sono un pettine ai capelli. Non possiamo che ripeterci i comuni accordi, luoghi e nomi amati silenziosamente, che solo a noi ricordano la vita, il tempo e che sono pure i nomi d’altri, e di altre vite e tempi, come Alfredo in un’altra stanza accanto. Ma nessuno veramente sa – nessuno può – l’amore o la morte dell’altro.
Adesso vorrei partire anch’io, liberamente come forse farai tu, senza sangue, tacere per l’ultima volta e riabbracciare l’ignoto – chissà il volto dell’eternità che ti sorveglia. Ma non si può decidere il segno di una stagione: a noi son date solo cose che accadono con il tempo.

 

9 comments

  1. Tutti, sì. Ma non di tutti è la consapevolezza, lo sguardo e per i fortunati anche le parole. Un dono che si avverte troppo spesso gratuito e naturale.

  2. Unica necessità della parola in questi ultimi testi è chiarire a me stesso (prima di tutto) il senso di una condizione dolorosa. Riesco così a spiegarmi bene il baratro su cui si affacciano i nostri volti, la vulnerabilità dei giorni.

  3. Non ho il coraggio di dirti nulla, quale stupida affermazione potrei lasciarti?
    Mi hai regalato un senso della dignità che ben conosco ma troppo, solitamente, manca.
    Grazie.

    clelia

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