Lettera: Finale Ligure, 29 Gennaio 2010

 

caro *,

sono io a doverti ringraziare per la pazienza che mostri nell’accogliere miei scritti così polemici, per quello spirito mai domo che cerco di educare al mondo degli uomini, senza riuscire, non scrivendo con pudore e certo contro ogni amor d’elogio, ogni ronzante vaniloquio – ai più caro di ambulanti adulatori.
Non si consola il cuore perfezionandosi davanti a tutto e a tutti, né resistendo a oltranza in posizioni impopolari s’insegna più a se stessi libertà. Sempre quel dovere, di dare contro alla miseria che ci opprime, sottrae dalla voragine più vera di noi stessi, eccita i discorsi ovunque, li piega per tonalità più alte, via via stridenti, mentre mille volte e più dovremmo imparare la sonora pronuncia del silenzio. Ed è nella miseria consumata viva ed estrema nei rapporti, che han valore i gesti che ci insegnano “civili”, e pesa così doppio, nell’indifferenza dura, quel lasciarci vivere, o morire perché non adatti, non dissimili per sorte da forme pullulanti, bipedi, di insetti. Eppure non sembrava identica la condizione di tutte le età, le epoche, quando, in uno slancio accresciuto forse troppo alla parola poetica, tracciavamo un bilancio sommario del futuro, dai teoremi schizofrenici del tempo.
Tutto questo mi ricorda l’erba calpestata fine di un giorno, non strappata, non lasciata libera seccare nel suo solco: non dà spine, ma fiori per ferire. La bellezza ispirata al dolore in sua difesa e il dolore per non morire.
Siamo dunque già esiliati al mondo? Ci vorrebbe altro invece, un modo vero per accomiatarsi, silenziosamente commossi per la stanchezza dolce degli occhi e della voce, uniti insieme all’ombra, e andare soli a custodire quel residuo in un angolo del mondo.
Ho visto, sere fa, un albero magnifico, coperto di neve lungo un viale, disteso in un biancore di nube, di anno in anno appiattito dalla verticalità del cielo, o forse abbattuto da un fulmine, da un colpo di bufera. Nel mio basso sentimento terrestre, mi accorgevo di muovere non visto, insetto a una parete illuminata, scampato lungo crepe d’intonaco, scanalature, o buchi, o chiodi. Era schiacciante il senso di unicità creaturale in cui venivo continuamente ribattuto levando gli occhi in cielo, innocuo, nel frastuono postumo alla Creazione. Non un fremito sonoro aveva sembianza di una voce, non una lingua umana allora conosciuta.
Dev’essere così che ho sempre immaginato il paradiso dei poeti: carico di un silenzio avaro, trattenuto, perché tutte le parole sono scritte a turno in terra, e stanno loro silenziosi e calmi ora, i poeti, raccolti vigili a un residuo sentimento di terrestrità.
Ti ho scritto queste cose in confidenza, perché sono anche segni di una gioia cara a entrambi e che non va taciuta.
Ora, come promesso, i testi.
Tanto è passato dall’ultima versione di lùmina che conosci. Il trattino, a spezzare quella parola che ti infastidiva, è dapprima sparito durante una delle ripetute prove di lettura, poi, ascoltando meglio tra le righe il testo, ho deciso di asportare completamente proprio la parola, bilanciando meglio nella strofa l’inciso che è rimasto. Il richiamo gergale al sesso femminile mi pare già evidente poche righe sotto, che insistervi così due volte, aumenterebbe lo sforzo del lettore, non aggiungendo nulla a quell’effetto, anzi, svelando in anticipo il suo gioco.
Sono felice ti siano piaciute le colate liriche nel pazzo che gioca a carte col camino e in archivio apocalittico farsesco, scritta, questa, in una sorta di trance estrema dell’apnea consumistica, produzione lirica attraverso scarti epigrammatici dell’informazione.
La mia risposta al sociale, oggi, è nel cortocircuitare la poetica dei codici, in un preciso campionario di semi e radici linguistiche (anglismi, tecnicismi neo-avanguardistici, acronimi, anacronismi ermetici, romanticismi e altro ancora, in gioco-rima di definizioni), ripulendoli però dell’automatismo che li genera, prima ieratici poi ripetitivi, rinnovandoli nello spazio unico e silenzioso del discorrere poetico, che è cosa ben diversa da certo bricolage posticcio o socio-linguistico che imperversa in giro.
I dubbi sull’uso originale dei meccanismi di riciclo, o di ripristino dei segni, andrebbero fugati elaborando l’attualità, le sue stimmate virtuali o cibernetiche, mettendo il dito in quelle piaghe storiche o biografiche che cedono all’oblio. È forse nella novità dei materiali, nella dialettica interpretazione-uso, il riscatto delle vecchie procedure, illuminando combinazioni inedite, o singolarità da definire, proprio come nell’opera aritmetica sui numeri si scopre il carattere schivo di quelli primi, o dello zero, si formula più volte l’infinito senza mai vederlo o pronunciarlo (è questo il senso ultimo di frattale su un mucchio di cenere esposta). E ancora: «il metodo per prova, i non-luogo/ a procedere oltre la parte/ già negoziata al già scritto» (in sette compendi di tecnica mista).
Notti fa sfogliavo un manuale dei primi anni Ottanta, trovato a pochi centesimi su una bancarella. Oggetto dello studio la dislocazione e l’organizzazione dei discount per tipo, approvvigionamento, politica dei prezzi e altri parametri.
A un certo punto mi ha attratto una sequenza in vista, indentata a centro pagina, che qui ricopio:

«- scaffalature semplici, disadorne, assenza di rifiniture, utilizzo di cartelli indicatori del prezzo non necessariamente richiedenti l’apposizione di cursori, profondità consistente dei ripiani
– zone libere, a muro come a pavimento, da scaffali, sia per consentire l’esposizione diretta (cioè senza supporti fisici di alcun genere) di merci in confezioni di consistente volume e/o peso; come per rendere possibile la collocazione di pedane in legno o pallet o, infine, di container idonei sia al trasporto delle merci che alla loro esposizione per la vendita dei prodotti
– ecc.» [1]

Non ti sembra, previa un’opportuna ricollocazione dei contesti, sostituendo i termini, di ritrovare qualcosa di già scritto in materia di poesia? L’ampiezza delle stanze, l’organizzazione e la dislocazione dei versi, gli incisi e la punteggiatura, a delimitare percorsi carichi di senso o più significanti, le sospensioni acute ecc. Tralascio la virtuosa denuncia-lamento di “politiche editoriali” avverse e sciagurate, magari ispirate da occulti stratagemmi culturali, perché ci stiamo occupando qui del testo in quanto “costrutto”, non in quanto “prodotto” di consumo, deperibile. È magnifico e, insieme, raggelante aumentare l’estensione di queste somiglianze. Così – insisto – nel nostro tempo si possono coltivare aspirazioni orfiche persino nei centri commerciali, nel turbinare di carrelli vuoti, o pieni di merci etniche alla moda, scegliendo per sé la parte di argonauti veleggianti su paesaggi chimici e alimentari, o quella più prosaica di villeggianti inquieti alle domeniche d’agosto.
Portare il palpito di una foglia tra i surgelati è far rivoluzione.
Spero che tutto ciò s’intenda come si deve, all’interno del mio ciclo lirico, opposto a quello produttivo, nel vero senso di una posizione distaccata e forte, e civile senza retorica del caso.
Ti preannuncio che, nella stesura finale che stai per leggere, qualcosa di nuovo è accaduto in tra sgarbi d’alfabeto e digestione. Anche la sconsacrata cena ha trovato il guizzo che mancava per concludere, un ardito intreccio sulla parola-verso “transustanziazione”.
Resta qualche incertezza altrove, forse nell’ordine dei testi è possibile qualche miglioramento, che renda più visibili strutture interne minimali, poi procederemo alla prima bozza a stampa.
Fa effetto sfogliare i primi manoscritti, confrontare l’estensione e il valore di certi versi ora con lo spunto che li ha ispirati. In alcuni casi conservo il foglietto appuntato per strada: una lista di parole, una frase colta a volo chissà dove. Tutto ciò conferma nel mio metodo di scrivere e riscrivere lo stesso nucleo di testi, in fasi successive d’espansione e contrazione, quali forme di lettura e ascolto più profonde.
Eccoti, per curiosità, un piccolo campionario, da uno stralcio di moleskine datato solo Novembre. Riconoscerai senza difficoltà modi e parole collocati in lùmina, e altri interstizi del testo.

«nelle gengive [i]/ giardini d’acqua // vedo [gli] uccelli volare/ l’aria tra due ciglia // epidermia -?- // l’amalgama dei punti nella mano/ un arcipelago [arcipelaghi] di unghie [di luce] // l’ingegno del [al] sangue le sue [i suoi fili] fila, [le] sue sorgenti»

L’opera prima di chi scrive è raccogliere, poi lavorare a filo di dimenticanza, sino a rendere nel mondo l’opera, che sarà un giorno forse nuovamente accolta e lavorata, poi riconsegnata, opera unica dell’uomo: è questo che si chiama far poesia? È come andare a fiume a scegliere le pietre ai muri di una futura casa, e fare scrigno o schermo all’eco di una voce.
Ho eliminato numerosi incisi in altra lingua, lasciando solo il breve dialogo in tedesco, nella poesia sul ballo grottesco in un bordello di Monaco, e il testo di chiusura, sconsolato, in francese: una intonazione di dolcezza, per accettare dignitosamente il carattere improbabile della speranza, fondata su presupposti troppo umani. E proprio la sua sconfitta andrebbe riportata in auge, come un oggetto rilanciato in aria, con più forza e maggior danno. Allora non ci importerebbe più di niente.
L’universo è un fantastico balocco di parole, equilibrio invisibile dei più sottili pesi, e di forze inaudite ma invisibili, di termini primi e termini ultimi da scarnificare, tormentare, consumare girandoseli in bocca, gioendo come passeri della briciola che non è pane.
In lùmina sento la purezza degli sconfitti, la solitudine sconfinata e primitiva, per una volta espresse al di fuori dei miei registri, così spesso distaccati dalle parole del mondo, ora invece più aderenti ai segni e alle cose. Era quello che provavo a scrivere da anni, prematuramente.
Nei mesi prossimi mi apparterò tra le piante care e le abitudini dei boschi, ma voglio presto elaborare un altro canto, d’intonazione ben più religiosa che civile, e raccontare il quotidiano incontro con una figura del Cristo, ferma, piagata, piangente, seduta a un semaforo, come a un albero di luci che dà protezione.
Perdona se non sono troppo sistematico nelle mie riflessioni, e ti racconto le cose collegando tutto a tutto il resto. Ti ho scritto tra due poesie da leggere e, forse, un po’ di quella cadenza che lasciano i versi ripetuti sulle labbra, si rovescia agitando ancora le parole.
Porta anche tu pazienza e fra pochi mesi vedrai su carta i frutti. Allora ci incontreremo e mi dirai, sinceramente, se ne vale la pena.

Un abbraccio caro, con amicizia e stima
Federico

 

[1] da I discount, di Giuseppe Berruti, Franco Angeli Editore, 1980, Milano

10 comments

  1. e questo, che era sfuggito al collage del commento precedente

    “L’universo è un fantastico balocco di parole, equilibrio invisibile dei più sottili pesi, e di forze inaudite ma invisibili, di termini primi e termini ultimi da scarnificare, tormentare, consumare girandoseli in bocca, gioendo come passeri della briciola che non è pane. ”

    E’ un bel posto, questa lettera, dove fermarsi a pensare.

  2. Annoto, innanzitutto il nick: litrillo. Lo scorso agosto, a Parigi, ho visto una bellissima esposizione dedicata a ‘litrillo’ e a sua madre: la considero una singolare coincidenza, perché il tuo nick non mi avrebbe detto nulla, prima di allora.
    E poi molti passaggi, da trattenere in memoria come semi di riflessione. Questi, ad esempio:
    “…Sempre quel dovere, di dare contro alla miseria che ci opprime, sottrae dalla voragine più vera di noi stessi, eccita i discorsi ovunque, li piega per tonalità più alte, via via stridenti, mentre mille volte e più dovremmo imparare la sonora pronuncia del silenzio. Ed è nella miseria consumata viva ed estrema nei rapporti, che han valore i gesti che ci insegnano “civili”, e pesa così doppio, nell’indifferenza dura, quel lasciarci vivere, o morire perché non adatti, non dissimili per sorte da forme pullulanti, bipedi, di insetti
    … Dev’essere così che ho sempre immaginato il paradiso dei poeti: carico di un silenzio avaro, trattenuto, perché tutte le parole sono scritte a turno in terra, e stanno loro silenziosi e calmi ora, i poeti, raccolti vigili a un residuo sentimento di terrestrità … Portare il palpito di una foglia tra i surgelati è far rivoluzione … L’opera prima di chi scrive è raccogliere, poi lavorare a filo di dimenticanza, sino a rendere nel mondo l’opera, che sarà un giorno forse nuovamente accolta e lavorata, poi riconsegnata, opera unica dell’uomo: è questo che si chiama far poesia? È come andare a fiume a scegliere le pietre ai muri di una futura casa, e fare scrigno o schermo all’eco di una voce …
    lùmina …

  3. E’ così purtroppo, decisamente raramente, il che mi rattrista davvero molto.

    Pare che poesia non sia più poesia se non la propria oppure convalidata dai media, dalla “letteratura” o, atteggiamento ben più grave, accesa da interesse personale.
    Scrivevo poc’anza, altrove che il carnevale accreditato per il turismo per quest’anno è sospeso. Ci si può rimettere la maschera, io posso rimettermi la maschera, la mia.

    Grazie della tua risposta.
    clelia

  4. Grazie di questa lettura, Clelia.
    La forma epistolare, privata di un reale destinatario, diventa forma collettiva, in cui il dialogo viene continuamente consegnato a lettori/scrittori, secondo quell’auspicata condivisione della poesia che (mi pare) si realizzi raramente nell’ambiente strettamente letterario, certo non nelle forme in cui se ne scrive o parla “ufficialmente”.

    *

    La poesia citata da Musa mi ricorda un analogo sentimento in Shelley, riferito però al rapporto poesia-silenzio. Anche in quel caso c’era la mediazione romantica, consolatoria, delle stelle, del cielo – mi par di ricordare.
    Niente di più verò – come dici -, eppure non è mai così arido neppure l’orizzonte cibernetico, se gli occhi che lo scrutano conoscono anche la tenerezza delle stelle.
    Federico

  5. Emily Bronte in una sua poesia diceva:

    “Non dovresti conoscere la disperazione
    se le stelle scintillano ogni notte;
    se la rugiada scende silenziosa a sera
    e il sole indora il mattino…”

    Niente di più vero.

  6. Ho letto e poi riletto. Ho trovato, grazie alla forma epistolare equindi la prima persona utilizzata, una intimità che scalda. Mi scopro confortata da pensieri e valutazioni che mi appartengono in qualche modo. L’ interrogativo a volte sottinteso che fa capolino in ogni osservazione, conferisce umanità e dolcezza.

    Ho apprezzato decisamente.
    Grazie.

    clelia

  7. Mi fa piacere che i temi trattati in questa lettera siano cari a più persone, e spero che ciò sia buon segno in previsione della pubblicazione di lùmina.
    La necessaria trasformazione di questo blog richiede forse un modo tecnico, segreto, di accompagnare il lavoro di scrittura ed è una svolta che tento di condurre a fondo, giorno per giorno.
    F.

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