Maurizio Maggioni su “Quattro Quarti”

 

Questa silloge di Antonio Diavoli con saggio colto di Massimo Sannelli e Appendice narrativa, segue la raccolta di Versi Clandestini del 2004, caratterizzandosi per i versi liberi con brevi incisi visivi che rimandano a scambi d’identità, a idee letterarie (Eliot, Achmatova, Pasolini e altri) e a emozioni naturalistiche. Nelle liriche senza titolo di Quattro Quarti si compendiano luoghi, monologhi, dialoghi muti e cesure, dove prevale un’ansia metalinguistica (per Massimo Sannelli) nel percorso di crescita dell’autore dalla metamorfica identità in formazione.
Oggetto di questa scarna poetica è il fenomeno singolare del cantare che è un cantare di sé (il dirsi del Sannelli), incarnando le proprie emozioni nella vita più o meno quotidiana (come a pag. 37), tra momenti di silenzio (“atto minimo per portarsi altrove”) e lotte esistenziali. Il passato, l’amore vero verso i morti (a pag. 54), il movimento a ritroso (Giuliano Mesa), la coda dell’occhio e la visuale della retrospettiva (a pag. 22) fanno del momento post-mortem l’unico istante possibile della ricapitolazione pasoliniana biografica. Inoltre, come l’idrometra (a pag. 23), senza farsi risucchiare dall’abisso sottostante lo stagno/mondo, il poeta diventa preveggente (pp. 22 e 46) tra superfici e contenuti della realtà e, mentre parla con il suo “oro intatto” (pag. 41), dà “scolo al silenzio”, crivellandolo (pag. 28). Altre riuscite metafore sono quella del fiume (pag. 33) per il sonno e il risveglio nonché quella dell’albero (in apertura, a pag. 18) per la vita stessa.

Maurizio Maggioni

in Carmina, 2006

 

 

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