Lettera: Finale Ligure, 25 Dicembre 2009

 

caro *,

oggi che non sto affatto bene, trovo il tempo per rispondere alla domanda che mi hai posto numerose volte e che avrei voluto sino all’ultimo evitare: “in che consiste il tuo lavoro di riscrittura di un libro che hai già scritto?”
Non penso di poter parlare a nome d’altri, ma posso testimoniare la mia esperienza, che ogni volta va perfezionandosi, per non dire “complicandosi”.
Stamane è successa una delle più stupefacenti cose quando si rielabora il già scritto: da un testo ne sono nati due, spontaneamente, unendo la sua prima strofa con la terza e la seconda alla quarta, poi lavorando a dar struttura e fondamento al nuovo.
Cos’è che non andava? Com’è che ciò che a più letture sembrava funzionare, si è rotto improvvisamente, quale meccanismo?
Ti parlo per immagini, sperando di essere più chiaro. Un libro (con ciò intendendo un corpo di testi non semplicemente in sequenza cronologica) mi appare come un’unica tela, su cui si depositano figure (i testi, appunto), in cerca di un dialogo segreto con altre figure. Una strofa potrebbe essere un piccolo, bianchissimo fiore isolato, o il piumaggio azzurro di un uccello, un testo intero una figura umana, un verso un filo d’erba, un graffio impresso a fresco nel colore.
A differenza, però, di un quadro, tutto resta “mobile” (o per molto tempo, almeno), così che, a riguardarlo da lontano, si sente il bisogno di muovere le cose in cerca di equilibrio, di un intero mai completo: spostare uccelli da un ramo all’altro, ritoccarne la tonalità (se più in luce o in ombra), ricoprire i graffi o farne di profondi, strappi, avvicinare a un dialogo di sguardi due figure umane prima più lontane, e via dicendo.
Difficilmente un libro resta intatto dalla sua prima stesura. E non c’è di che stupirsi in questo confronto con la pittura: avere sotto mano più versioni, confrontarle o leggerle come parti autonome, non par dissimile da un lavoro necessario di bozzetti, di studi sciolti d’ogni personaggio, dove sono riprodotti anche elementi poi soppressi.
Così mi piace lavorare: tenendo innanzi fogli, appunti, più stesure, persino interi fogli di parole estratte chissà dove, provate o rifiutate, come tavolozze, stracci da passare sul pennello per levare via il colore o amalgamarlo meglio.
Questa è la mia risposta, finalmente, alla tua curiosità.
Forse resterai deluso dalla precarietà che esprimo. Forse, da un fisico, ti aspetteresti una sistematicità diversa, un lavorio dall’ossatura sino alla pelle, ma non è così. Non si formano in un corpo vivente prima le ossa separate dalla pelle. Anche nella musica, tua vera passione, qualcosa funziona allo stesso modo. Mi pare che l’accordo di uno strumento parta dall’analisi della sua disarmonia, e che talvolta avvenga a tentativi, a correzioni successive.
Perdona il tono forse troppo asciutto, dimesso delle mie parole o la semplicità di questo scrivere per gioco. Ho un po’ di febbre. Sono sceso qui, chiamato da un’immagine più forte, in una pausa del sonno.

Con un sincero abbraccio
Federico

 

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