Lettera: Finale Ligure, 10 Dicembre 2009

 

caro *,

lo scorso fine settimana sono stato a Roma per incontrare * e definire i dettagli di una nuova pubblicazione per l’autunno prossimo.
Come sempre capita in queste occasioni, a cena il discorso si è presto spostato su questioni generali, legate alla situazione letteraria e, più specificamente, poetica in Italia.
Il bilancio è ancor più sconfortante di quello calcolato nelle nostre chiacchierate, arricchendosi di episodi e nomi insospettabili.
Il nodo centrale – par di capire – è sempre lo stesso: l’ambizione al potere di troppi poeti, senza che di questo potere siano chiari i contorni o la prospettiva, né se tale ambizione sia frutto di umana solitudine o di un senso (forte, personale) di allucinazione.
Ho ancora nelle orecchie certe piccole storie meschine, certi capricci raccontati non da un visionario, ma da chi vede le cose nascere di fronte ai propri occhi, giorno per giorno l’affanno nella ricerca di un consenso critico più alto, di un nome che “autorizzi” la parola, la elevi a cifra del dire, a chiave del mondo. Tutto questo accade continuamente, nelle redazioni di riviste o di blog collettivi, dietro le quinte segrete della corrispondenza cartacea e informatica, senza che quello stesso ego, tanto combattivo e determinato a imporsi, resista alle pieghe, alle frustrazioni, alle manipolazioni necessarie al suo forzato adattamento, senza che la sensibilità scalfita giunga a frantumarsi finalmente, in un urlo dignitoso di dolore. Nulla. Nulla conta, se non far presa ovunque, prendere tutto, dimenarsi, dichiararsi una volta pro e la successiva contro, contarsi, contraddirsi, dirsi dietro piuttosto che addosso, contare chi segue e chi precede, vedere il proprio nome farsi grande in una prospettiva storica almeno immediata.
Sono venuti fuori anche quei nomi, e questo dovrebbe sollevarci per averli sinora evitati, o per esserci subito allontanati prima che provassero a cambiarci. Di altri insospettabili è l’invidia, il livore, l’opportunismo, se non che guardando com’è prosciugato il loro ultimo verso, si prova pietà. La parola in un poeta è intatta o si frantuma come luce d’infanzia negli occhi di un uomo. Non può nascondere l’occhio l’orrore intravisto o quello commesso e, se in un uomo trasmutano piano i lineamenti del viso, un poeta deforma lo specchio in cui cerca quel viso continuamente, il testo, senza che se ne accorga.
Rivolgo a te questa preghiera, dunque: non esitare a richiamarmi se mai dovessi cambiare, ed io con te farò lo stesso, sperando ciò valga a entrambi per rimanere come siamo.
Si è poi trattato di un secondo tema, a questo solo apparentemente estraneo: la frammentazione del corpo poetico. Occupazione di un poeta dovrebbe essere l’esercizio continuo dei limiti del verso, il calarsi attento negli interstizi silenziosi della pagina, nell’ampiezza del suo millimetro, senza occuparsi di politiche editoriali, aspetti manageriali legati alle tirature o alla promozione della propria immagine – è su questo punto che i due discorsi collimano. Bene, da cinque anni a questa parte, ho, io per primo, disperso i miei frammenti ovunque, in almeno tre direzioni diverse e con fortune alterne, dovendomi spesso occupare di questioni poco o per nulla inerenti alla scrittura. Forse è giusto che, proprio a partire dal nuovo lavoro, e con queste premesse, inizi per me un percorso differente, che si estenda negli anni a venire, sino a ritrovare ciò che ora è sparpagliato (sulla carta, non nel cuore) in un unico corpo vivo, verso il quale ora provo compassione come per un amico lontano, che ho spedito, con un cattivo consiglio, nella sbagliata direzione. Avrò tempo e forza per misurarmi in questo? Non devi rassicurarmi o convincermi della bontà delle intenzioni – è una domanda che qui ti scrivo per porla anzitutto a me stesso, per insisterci su nuovamente, di fronte a qualcuno, mettendo alla prova le mie stesse convinzioni. Come sai, mi piace ragionare insieme a te di certe cose prima di farle. Qui non si tratta di collezionare rametti di alloro o pietruzze colorate, né di programmare un destino nella più conveniente tra le Letterature possibili.
Se, giocando un po’ con le teorie di Layzer, possiamo dire che il tempo di calcolo dell’Universo potrebbe infine non bastare alla sua intelligenza, perché c’è troppa novità in ogni attimo perché il futuro sia predicibile, come potrei io pronunciarmi dal bordo di una vita? Come può un mio palpito decidere volutamente, veramente, qualcosa di domani? Posso al massimo nutrire qualche umana speranza in buona fede e nulla più, ma essere ugualmente molto felice di intuire a tratti una scintilla di eternità.

Con affetto sincero, a ritrovarti presto
Federico

 

7 comments

  1. Per rispondere alla domanda, rubo da un articolo di Calvino una citazione di Beckett, lapidaria ed esemplare: “Bon qu’à ça” [pag. 143 in “Mondo scritto e mondo non scritto”].
    In effetti, cerco anch’io di fare al meglio quello che (forse, per il momento) so fare meglio. Chiedermi perché scrivo è un po’ come chiedermi perché ho questa faccia e non un’altra.
    In questi giorni, tra uno sbalzo di febbre e l’altro, cerco di lavorare alla stesura ultima di “lùmina”, che, fra le altre cose, ha ispirato la lettere riportata in data odierna (25 Dicembre). Ieri, ad epigrafe temporanea di tutto, si sono affacciati questi pochi versi nuovi (ma non è certo che rimangano, potrebbero essere solo un piccolo dialogo tra me e me), che qui riporto perché rispecchiano un altro, diverso modo di dar risposta alla domanda di partenza:
    .
    vorrei ascoltare tutto, tutti,
    senza alcuno mai si rivolgesse
    a me parlando e che si leggesse
    poi la mia risposta a ciò,
    che scrivo mai rivolta a alcuno
    .

    Con un saluto e un abbraccio
    F.

  2. Sconosciuto del piano di sopra alla domanda perchè si scrive non so rispondere se non con l’urgenza e la necessità del primo slancio, poi le ragioni sono un prolungamento di quello e moltissime altre diversamente e variabilmente dosate di giorno in giorno (di anno in anno), ne elenco solo alcune solo per prova di infinità: un appiglio, l’inconcludenza, una compagnia, una piacevolezza, il cioccolato, una culla del malessere, la distrazione, l’appunto, la resistenza, il sogno, l’intrattenimento, il bisogno…

    A parte l’inutilità di quanto da me appena scritto, ero approdata qui per gli Augurissimi di buone Feste a Federico e lettori di questo luogo.

  3. Ho letto con estrema attenzione ogni riga di questa lettera, commenti compresi. E, scusate la banalità, tutto quello che mi viene in mente è il Grande Fratello. Precisamente i provini messi in onda da “Mai dire Grande Fratello”.

    “Cosa vuoi fare da grande?” Chiede l’esaminatore
    “Voglio laurearmi in Scienze dell’Educazione […]”, risponde la ragazza.
    “Facci vedere un po’ il vestito”.
    La ragazza posa il microfono sulla prima sedia che capita e improvvisa uno spogliarello che potrebbe raccapricciare persino Tinto Brass.
    “Queste cose le insegnano al primo o al secondo anno?”, commenta il video uno della Gialappa’s con la voce sconvolta dal divertimento.

    Altro provino: “[…] momentaneamente sono single; carattarialmente sono. . . ho una grande autostima, carismatico, diverso. […]”

    Altro provino.
    “Qual è il tuo tallone d’achille?” Chiede l’esaminatore.
    “La simpatia”, risponde la ragazza.

    Un altro ancora.
    “Cosa fai di bello nella vita?”
    “Vado a donne!”, risponde il ragazzo.

    Tutti, a modo loro, cercano con espedienti diversi di “costruirsi da solo un’immagine da illuminare a tutti i costi con il fiammiferino della propria storia” (come ha scritto Federico). O con il fiammiferino della propria vanagloria, aggiungo.

    Certo, è da considerarsi assai grave un atteggiamento simile nel contesto artistico-letterario. La realtà di uno scrittore che vende l’anima in nome del “fine ultimo”, il Dorian Gray di turno, dimostra che per quanto si possa essere “dotti” non lo si è mai abbastanza da sfuggire il laccio della vanità.
    Ognuno, conscio o meno, scrive (poesia, romanzo, etc., non importa) a causa di un motivo ben preciso. Qual è il nostro?

  4. Vedi Valeria, il punto è proprio questo: quale ascolto si cerca? Quello di un lettore o quello di un critico, una personalità di rilievo (verso la quale spesso non si nutre neppure stima), per le prospettive che può aprire? Contrario al discorso della “carriera” in quanto “fine ultimo di un lavoro o un impiego”, lo sono a maggior ragione in ambito poetico. Scrivere da soli, lontani da tutti, senza neppure un lettore è una pratica dura, né credo si possa avvalorare a priori una poesia sorta al margine di tutto. Quello che però mi sento di escludere è qualsiasi atteggiamento nei confronti della scrittura in termini di “prodotto di mercato”, o mezzo per il compiacimento della propria ambizione. La fregatura per cui certi autori sono rimasti sconosciuti a tutti, a lungo, nell’ombra della loro stessa grandezza è un fatto che riguarda il versante artistico delle attività umane, molto meno quello scientifico. Impossibile che Einstein rimanesse emarginato: in ambito scientifico si parla di “comunità” scientifica, proprio perché c’è un problema comune, noto a tutti, e intorno a quello si lavora, facendosi spesso la guerra (la purezza, sono convinto, non è della maggior parte degli uomini). Non lo stesso dicasi per la letteratura, la poesia, specialmente negli ultimi decenni: non c’è un problema comune, né, tanto meno, un linguaggio da elaborare tutti insieme, ma ciascuno elabora la propria geomentria del problema, ha i propri numeri, la propria matematica e con quella bisogna fare i conti. Provo sgomento però, tristezza, quando scopro/vedo che qualcuno si affanna intorno al nulla, cerca di costruirsi da solo un’immagine da illuminare a tutti i costi con il fiammiferino della propria storia. Non è quella l’arte, penso. Pensa a quanti sbandierano in giro le proprie singolarità biologiche o ideologiche in cerca di consenso attraverso la simpatia o la pietà.
    Credo si possa lavorare pubblicando, leggendo, esponendosi, perché anche questo fa parte della dialettica della scrittura, riconoscendoli, però, come atti transitori, non fine ultimo del testo. Si tratta di strumenti, provocazioni, che non possono supportare o spiegare l’essenza dell’opera.
    Per questo non è condannabile a priori nessuna popolarità sorta spontaneamente. E’ triste, invece, piegare ciò che si fa al fine di raggiungerla.
    E’ triste – secondo me – che prima di tutto ci sia un sistema di “potere” presunto e che l’arte, da fuori, prema per entrare. In un castello vuoto, in un museo/museificio. Vogliono questo gli artisti? Scavare il muro della terra per entrare nel proprio cenotafio anzitempo? Buffe creature, no?
    Un sorriso
    F.

  5. Questo è un argomento che fa sanguinare mente e viscere. Perché è un dilemma dal quale non si esce. Se ogni essere umano ha bisogno di essere ascoltato e considerato, perché, a maggior ragione, non dovrebbe averne bisogno un poeta? In quale proporzione poi questo bisogno sia da imputare a mero desiderio di visibilità, non è facile distinguere. E allora, umanamente, si capisce perché anche un poeta può scegliere di piegarsi alla logica delle consorterie, farsi cliente di un patronus. Difficile, difficile farsi ascoltare se non si ha un amico di cui fare il nome, una personalità nota da usare per ripararsi a mo’ di scudo. Quanti – che poi il tempo ha dichiarato figure di primo piano – sono stati misconosciuti e disprezzati alla loro epoca, perché non sapevano vendersi ad editori e critici? Ma mi domando: esiste qualcuno capace di dedicarsi alla propria opera senza dare retta alle sirene, e di mettere tutto il resto nelle mani del futuro?

  6. Il significato della frase rimanda all’irriducibilità dell’ego, tanto ottuso, duro nel perseguire il proprio scopo, quanto duttile nell’adattarsi alle circostanze, ben disposto ad accogliere ogni manipolazione, pur di concludere. Mi stupisce come la sensibilità, che nei buoni poeti non può non essere acutamente ferita in questo sforzo, non inizi a sanguinare, a dolere al punto da mostrare all’uomo la cattiva strada intrapresa.
    Vedi, se di fronte a un ciarlatano non mi stupisco di nulla, né di nulla mi importa, di fronte a un poeta che si pieghi, si torca, si sporchi pur di giungere ad afferrare il lembo di una livrea, mi chiedo come accada che il pianto del bambino in lui non giunga a coprire la voce dell’uomo, a tacerla.
    Questo fatto mi lascia senza parole e senza fiato.
    F.

  7. Stigmatizzi giustamente la competitività del mondo letterario, quell’ansia di prendere tutto, di avere un nome autorevole a dare valore, di vedere il proprio nome farsi sempre più grande… non mi è chiaro soltanto questo passaggio “senza che quello stesso ego, tanto combattivo e determinato a imporsi, resista alle pieghe, alle frustrazioni, alle manipolazioni necessarie al suo forzato adattamento, senza che la sensibilità scalfita giunga a frantumarsi finalmente, in un urlo dignitoso di dolore.”
    Mi viene solo di pensare in risposta che per vincere occorre (r)esistere.

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