Giovanni Catalano su “L’opera racchiusa”

 

per aver soltanto vòlto il viso al tuo passaggio
hai finito lì da dietro di guardarmi, dove non vedevo
a onor del vero: non sono forse belli i tuoi occhi? o
come non sapessi già il colore dei capelli, l’opera
dolce delle labbra, il fiato, il dono della voce, chiusi
dietro al dito che indicava la più breve via in silenzio

 

C’è un atteggiamento mistico di fronte ai simulacri dell’immaginazione e del ricordo.
In una poesia che è religione della poesia, il poeta si muove misurando ogni gesto e ogni silenzio, risparmiando la luce perché la luce è sacra, la luce brucia irreversibilmente.
E la luce è quello che resterà di noi dopo la nostra morte, per persistenza retinica.
Ma anche la luce ha una velocità finita e questo ci condanna ad arrivare sempre in ritardo.
Per cui questi appunti di viaggio, scanditi dall’ansia di misurare, sono traditi dalla paura di non trovare una corrispondenza spazio-temporale nelle cose e nelle parole.
Il poeta si muove, deve muoversi, deve viaggiare perché ogni saluto per strada, ogni incontro fortuito, può farsi salvezza.
Non è dato sapere se il poeta si muova alla ricerca delle tracce lasciate da una donna nella speranza di indovinare il prossimo momento di un incontro, se prevalga la paura di dimenticare e quindi commettere in futuro gli stessi identici errori (se bastasse la memoria), se – come dopo un trasloco – il vuoto di una casa abbia magicamente risparmiato qualche indizio, un capello, una fotografia.
C’è un attraente odore di polvere quando si entra in questa casa e, tra una poesia e l’altra, quel silenzio di chi resta in piedi a guardarsi attorno perché è arrivato in ritardo (o in anticipo) ad un incontro importante.
Ci sono morti che non si rassegnano, che ancora parlano ai morti.
E se è la distanza a rendere tutto impossibile, la ricerca della via più breve è il tormento degli uomini attaccati alla terra, con le loro radici scoperte, non a caso l’indice che chiude le labbra è lo stesso che dà indicazioni stradali.
Nella missione etica di significato, nella ricerca del senso (sia esso regola o eccezione) il poeta deve mettere in discussione non solo la percezione ma l’esistenza tout court.
Allora il logos (parola, numero, rapporto) è la cura quotidiana che dobbiamo al mondo, perché esista davvero.

Giovanni Catalano

 

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