Lettera: Finale Ligure, 5 Agosto 2009

 

caro *,

immagino che troverai spassosa questa mia confessione, forse un poco irriverente, visto il tono alto della tua ultima lettera.
Tre volte soltanto sono capitato in un ambiente adatto alla lettura di versi: due in Germania, una in Italia. Nonostante ciò, penso di essermi accostato (nell’idealità, per lo meno) al “modo perfetto” in cui far accadere la poesia. Ti esporrò dunque le mie osservazioni come si trattasse di un protocollo, sperando ti piaccia il gioco e ben sapendo che da ogni ricetta è pur escluso un elemento non da poco: l’attitudine del cuoco a interpretarla.
Il luogo non sia troppo spazioso da essere dispersivo, centripeto, e sia di preferenza buio, carico di un silenzio diverso da quello che indica la semplice assenza di voci. Questo è un punto delicato, perché non c’è espediente tecnico che valga a riprodurre quel silenzio, come il vuoto sottraendo l’aria. È piuttosto un tratto interiore, uno stile, che solo certi luoghi sanno esprimere, perché hanno acquisito col tempo un’interiorità particolare.
Non si legga da un palco o cavalcando l’Ippogrifo, secondo un’arguzia solo strumentale, ma il punto di lettura sia comunque segnato da un leggero rialzo, non troppo però da sembrare pulpito.
La voce nel microfono non dia echi di santità, e sia chiara, senza sforzo, senza esercizio, non impostata secondo il canone di certi attori di teatro (disinvolti, agili tra urli o cantilene, però come da copione), e neppure sia volutamente colloquiale, controllata ad arte o preda di uno stato d’animo alterato, più per circostanza che dal testo.
La lettura non si protragga ore, tra scroscianti battimani, abbracci e pacche, schiocchi della lingua sul palato e tripudi e mugolii e baci, né si alternino troppi nomi, né, quei pochi, messi in luce come i soli, i santi.
Il pubblico non sia solo quello degli addetti ai “lavori in corso” (mi esprimo come loro, tecnocrati secondo lingua, tra proclami autostradali). Sia però vietato l’accesso ai pedoni maldestri, giocolieri e gendarmi, ballerine (l)abili nell’ego, pur ad agio tra licenze di linguaggio. Se possibile si tengano lontani anche gli amici, tutti, non solo quelli primi, ma gli amici degli amici convocati a un giubileo di endemici sussurri e grida, ed in acclamazione comandati per l’eletto, esperti di via crucis e cruciverba, prima statici, rapiti, poco dopo rapidi a distrarsi in origami e organigrammi letterari.
Per pietà (o di grazia) si eviti penosa piaga degli incontri aperti, nei quali l’ultimo che legge è quasi solo, lì rimasto commosso, e i commessi già sbaraccano alle spalle banchi e sedie e lui sta convinto e volto alla cassiera sbrigativa, come l’ultimo cliente in coda al supermarket quando chiude.
In tutta questa idealità, si provi a parlare poco di poesia in astratto, ma concretamente, attraverso la poesia stessa. Non si sprechi il tempo a esporre inclinazioni, doti o miserie, per esser giudicati spiritosi o arguti, poveri e sublimi, si provi invece a condividere l’occasione tutti insieme.
Il microfono è importante: chi legge sia il primo a dare ascolto alle proprie frasi, seduto in mezzo agli altri, con gli altri e mai in un punto altissimo, dal quale intonare la propria oscura messa in latino ai prelati davanti, biasimare, col tono odioso rubato a uomini di Chiesa o dottori già vecchi, gli accolti dell’ultima ora, accaldati nella calca in piedi, in fondo, ungerli in un pinzimonio sacro – homo sapiens sapiens edoctus denique erectus.
Purtroppo, di tutte le occasioni avute, tre volte solamente ho ritrovato un agio quasi perfetto, non avendo l’impressione di fare io qualcosa solo, ma di farla insieme ad altri e così di avervi parte.
Più spesso mi sono allontanato da serate di poesia appesantito, come da una cena riscaldata e consumata in fretta, o un po’ stordito a una seduta di consiglio d’amministrazione, col fardello di bilanci, proiezioni e cifre nella testa, sempre in debito con tutto, e verso tutti un carico di rimorsi.
Ci fu una circostanza però tanto buffa che ora voglio ricordarla. Ricordo bene anche il posto, alcuni anni fa: ero stato invitato con * a leggere in una enoteca, che aveva da poco iniziato un piccolo ciclo di mercoledì letterari. La situazione fu presto così tragica e divertente che, qualche giorno dopo, ne cavai un resoconto per il mio diario, intitolato Ash Wednesday, in surreale parafrasi di Eliot.
Ci sistemarono al centro di una saletta, di fronte ai tavoli, per sfruttare il leggio con la lista dei vini in appoggio ai nostri fogli. In sottofondo veniva continuamente diffusa musica elettronica, di vago stile new age. Chiaramente nessuno ci ascoltava, per quanto cercassimo di alternare le voci, alterare un po’ la voce, i testi, produrre contrasti vocali o richiami che avrebbero distratto persino i pesci sordi degli oceani. Chissà cosa aveva spinto quella ventina di persone a radunarsi lì la sera: forse il pollo fritto, il vino buono, il freddo – si era ai primi giorni di febbraio e tirava vento. Il programma esposto all’ingresso non lasciava dubbi però: “Serata di poesia”.
Dopo una decina di minuti, quando toccò per la seconda volta a me leggere da solo, decisi di averne avuto abbastanza. Non fui prudente, certo, ma afferrai sul banco il catalogo già aperto di orologi Breil, che il proprietario lasciava lì per i clienti e, come si trattasse di poesia, la più sensuale di Garcia Lorca, o del richiamo più affascinato di Neruda, declamai un paio di minute descrizioni, intonai un controcanto, litania di cinturini in pelle, bilancieri a vista, lancette lunghe e corte. Nessuno protestò, nessuno se ne accorse. Nessuno ascoltava e chi – forse – di tanto in tanto lo faceva, non avrebbe comunque capito una parola per l’altra, piuttosto incline ad accettare tutto o rifiutare tutto con la stessa disattenzione. Come vedi, la poesia trova sempre la propria salvezza almeno nella voce. Fu così anche diverse ore dopo, quando chiesi il nome alla ragazza slava in strada e lei rispose che voleva solo fare l’amore.
Sperando di non essere stato questa volta troppo irriguardoso o, peggio, noioso,
con un sorriso

Federico

 

2 comments

  1. Non ho mai amato – tante volte ne ho scritto qui – l’accostamento della poesia a qualsiasi pratica/apparato rituale, né, per contro, il suo svilimento a una fibra colloquiale, quasi pettegolezzo biografico o poco più.
    Ci sono pur dei momenti nei quali mi piace coltivare un’aspirazione “orfica” dell’atto poetico (recentemente ho scoperto una magnifica grotta che sembra una piccola sala di calcare, nella quale la voce prende un’intonazione strana), ma non si tratta mai di qualcosa di “istituzionale”, “retorico”.
    Chi si pone da un palco come il preticello o il vescovo di turno o chi si pone dietro un microfono come il barman che offre un caffè, non mi è mai piaciuto, né sembrato sino in fondo sincero.
    La serata di cui ho parlato fu buffa e grottesca, certo non peggiore di altre, nelle quali invece nessuno mangiava (unghie a parte), ma ugualmente non ascoltava, ripassando sotto voce la propria parte, come prima di un esame.
    Ah, che risate silenziose, ma che squallore anche, non dimenticando mai quel motto che è la poesia a fare il poeta, non viceversa… ;-)
    C’è poco da aspettarsi, allora.
    F.

  2. la poesia è un pasto per solo amanti, ma forse la poesia chiede tempo, di aprirsi, accogliere, porsi in interesse interrogativo, se manca questo, manca l’ascolto.
    allora meglio pollo patatine
    non mi sembra irriverente questa lettera a chiunque sia diretta, ma divertente

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