Della libertà condizionata

 

Da settimane rileggo con ostinazione una lettera di Gilberto Gavioli sulle difficoltà oggettive a pubblicare e diffondere gratuitamente la rivista Il foglio clandestino, un (a)periodico che coltiva l’insana aspirazione a occuparsi di poesia, prima che dei poeti.
Ho provato a informarmi per sapere cosa sia dovuto per un’attività editoriale pienamente in regola e cosa si ottenga effettivamente in concessione. Sembra che il libero accesso alla legalità sia ostruito da oggettivi ostacoli, il cui vincolo prevalente riguarda la quantità di risorse economiche a disposizione: maggiori i finanziamenti, più saldo e apparentemente inattaccabile il livello di legalità raggiunto, un po’ come in certi videogiochi in cui l’eroe acquista poteri e dotazioni varie attraverso un punteggio. In che modo, però, si accumuli questo punteggio, se sconfiggendo zombie o draghi, raccogliendo mele, organizzando carte magiche disseminate lungo un percorso, o compiendo veri e propri atti di cibernetica misericordia, incantesimi, qui non è fatta menzione. Anzi alla virtù di tale ascesa non corrispondono necessariamente i contenuti, sui quali il codice non impone che generici requisiti di legalità appunto, cosa che notoriamente è frutto assai volubile di accordi e, come ogni frutto, soggetta a naturale corruzione.
Ci deve allora essere un principio ben più fondante di quei richiami vaghi a ideali di libertà, bontà e giustizia, se è stato architettato un meccanismo simile.
Essendo per natura persona dedita al vizio di sostanza (non di forma), amo capovolgere enunciati e leggi in cerca di impreviste relazioni. Se è dunque vero che per essere nella legalità occorre denaro, mi chiedo se sia possibile ottenerne altrettanto per virtù di legge, nel qual caso basterebbe una seria ipoteca iniziale, risarcita a tempo debito, avuto finalmente accesso al virtuoso meccanismo. Nessun onesto creditore dovrebbe poi negarla, essendo in cuor suo persona buona e giusta, in quanto legalmente conosciuta. Se però – come pare – l’accumulo di risorse avviene a volte proprio a scapito di legge (o per legge, rifacendosi su chi la invoca), sono costretto ad ammettere che la legalità non sia in sé né virtuosa né remunerativa, e altrettanto deve essere il denaro allora, qui provvisoriamente assunto a garanzia e misura della stessa.
La questione appare alquanto controversa. Verrebbe maliziosamente da credere che sia stato creato tutto questo sistema per chiudere in paradigmi certi (di legge, di giustizia) chi, “in qualche modo”, aggirando ostacoli, sia riuscito a procurarsi il bene necessario, a far punteggio.
Come può allora un editore essere fino in fondo virtuoso, pur continuando a esistere?
Siccome siamo liberi almeno nel pensiero o a scrivere per sé le cose, vi racconto un sogno fatto l’altra notte, proprio nel miglior momento di un magnifico Truffaut.
Campo largo: agosto, pomeriggio, luce intensa, capannone di campagna in mezzo a un prato (fattoria o granaio). Intorno, nell’erba in fiore, animali. La camera stringe sul tetto: un alveare di silicio raccoglie silenziosa la libera irradiazione dell’universo.
Interno: a un lato della stanza alcuni uomini, altri in camicia spostano bianchissimi pacchi di carta, due ragazzi accumulano libri sui bancali. C’è un fruscio di rotative in aria, che attraversa le finestre verso il campo e uno scambio forte di profumi tra le parti, d’erba secca e colla, d’acqua ferma e inchiostro, i muri e i prati.
Gli alberi han dato corpo ad alfabeti e segni. Silenziosamente, un uomo affranca buste al tavolo di sfondo, impila e rifila carte. È la concezione teatrale del suo personaggio a imporlo. È il nesso tra la stanza e il mondo, anticipata in queste mute inquadrature. Non si deve più temer raggiro o legge: timbri, firme in ordine, contratti stipulati nei cassetti. Quasi quasi condannata al nulla che la fonda, la spietata stravaganza del potere non intacca più la storia. L’arrogante non offende giudicando l’umiltà. È il più bel sole dell’anno, perpendicolare, greco nella sua sembianza. Nella luce smaniano a venire al mondo fili d’erba e libri.

 

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