Lettera: Finale Ligure, 28 Aprile 2009

 

cara *,

non sai quanto sia ogni volta più difficile pretendere di dire, anzi di scoprire ciò che non si sa, credendo alle parole messe lì per circondarlo, ridurlo a un punto tanto fine che dovrebbe esser chiarito tutto in quello. Scopri invece che non resta nulla proprio lì dove aspettavi la risposta. Il nulla si è richiuso sparendo la parola, negata. Ci ha lasciato l’urlo accanto al riso o al pianto. Perché in sé per gioco è fatta la parola e ad ascoltarla bene e con fantasia a guardarla, come l’aria, l’acqua, si intravede, non trattiene forma alla sua origine. Si dice sostenuta anche da nessun argomento, si dice ad interrompere un discorso o a cominciarne un altro meglio, un silenzio lungo. Si disfano le nuvole nel modo in cui finiscono a parole, nel modo in cui ricordano qualcosa certe cose messe lì nel cielo, pensate. Non è intento di memoria però, non nell’armonia scoperta al conto delle sillabe si spiega. Non è mai misura, è istinto, volontà a seguire questo passo o l’altro.
Nota l’impersonale necessario qui mentre ti scrivo o parlo.
Vedi bene allora che dare la parola (propria) a un altro è donare sé, la propria mano, l’occhio, la punta dei capelli, il preciso cerchio in cui si abbraccia al mondo il corpo. Quando si dice (per dire) che un verso, una parola ci ha toccati, vuol dire proprio questo: toccati sul corpo, perché la profondità più ardita è in superficie, non trapassa confondendosi nell’ombra.
Con ciò non voglio togliere ragioni o libertà alla vita e consegnare tutto alla parola. So anch’io la grazia senza affanni offerta da un lenzuolo fresco, steso sulla pelle se si dorme, la finestra aperta, la distanza acquietata nell’occhio obliquo del bosco. Il fiato degli animali bagna la porta, il muso, il loro fischio è notturno. Nessuno alza una voce più forte di tutti. Noi due, ancora il fiato speso ai rami, rallegrati insieme dal segreto che ci tiene, sempre che si spieghi meglio il tempo e torni in noi qualcosa, il nuovo in cui parlarsi.
Sediamo intanto qui tra l’erba, i fili e le radici mal cresciuti dalle potature dell’autunno. Non ci sono insetti in queste prime fioriture e solo una farfalla azzurra sopra il fiore bianco, come palpebra dispiega e chiude i suoi colori a scatti, e mezza aperta da una crepa una campana gialla suona vuota.
Ma è lontana, ancora poco prima dell’ombra.

Federico

 

2 comments

  1. Mi hanno molto colpito le tue parole, in particolare quando ti riferisci alle parole che arrivano “sul” corpo.
    Grazie per la tua arte!

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