Michela Trevisani su “L’opera racchiusa”

 

L’opera racchiusa è il libro di esordio di Federico Federici, dopo i lavori a firma Antonio Diavoli. Se nel precedente Quattro Quarti i testi si raccoglievano in nuclei organici, ciascuno emblematico di un “altrove”, in L’opera racchiusa si trovano piuttosto tre “momenti” successivi, congeniali a un meccanismo narrativo, in un unico non-luogo, una casa-corpo popolata di voci, ombre, tracce.
La prima sezione è siglata dall’evocativo l’anima tema, che è insieme esortazione a un timore indefinito e argomentazione articolata intorno all’anima.
I testi si susseguono in un canto unico, non delimitati da sigle, titoli, o altre convenzioni tipografiche, scanditi da una punteggiatura in cui s’intende un’intuizione più metrica che sintattica. È su questi temi che si struttura l’intera raccolta, la casa-corpo nell’ombra che “[…] sgrava il buio / contro la parete scura / bocca nuda di febbraio”, la donna-anima svelata nel “[…] sentore dei giardini / dietro la finestra”, che la parola tenta di scoprire, indovinandone i passaggi “qualcuno, che prima è venuto, è andato via lasciando / presto il suo sigillo d’acqua al centro della stanza”. A tratti si scoprono intuizioni di gusto quasi medievale per l’iconografia religiosa “l’angelo ammirato attentamente nel dipinto ha / labbra chiuse […]”, o i quattro elementi, soprattutto acqua e fuoco, nell’antitesi memoria-smemoratezza.
È proprio nella memoria che si ricostruiscono le cose, a partire dai loro dati primi o, conoscendo gli studi in Fisica di Federici, da misteriosi indivisibili verso cui costantemente tende la ricerca di un ultimo strato significante, di un nòcciolo più duro della realtà, prima della completa dissoluzione in un fuoco che “da una parte brucia / nei colori e i nomi, intorbida / le cose, stacca i segni ai muri, / le lettere alle parole, tiene a sé / in un guizzo chiusa la materia, / il mondo, ne matura il senso”.
Le note ci informano sulla seconda sezione: radici scoperte è frutto dell’elaborazione di appunti presi durante un viaggio in Germania, nell’inverno del 2007.
Anche in questo caso il titolo sembra alludere a un doppio significato: da una parte la scoperta del legame con un luogo “dove stare nel momento atteso / della vita” e di un’enigmatica figura dalla voce umana in atto di promettere il suo nome, dall’altra l’aspetto doloroso, faticoso, impresso alle radici dissotterrate, la cui scoperta è causa stessa della loro morte. Ed è nelle radici che emblematicamente i morti cercano un senso alla loro condizione, o funi, o versi – ci informa il poeta – lungo i quali risalire al mondo da una fine non ancora certa.
La metamorfosi della figura femminile, da pura essenza di spirito, anima della prima sezione, si compie in sottili allusioni al corpo amato “rami d’aghi scuri e foglie, scossi dietro / coprono la terra e le tue spalle l’ombra / che calpesti muta […]”, o ancora instaurando fecondi raffronti, che non sono semplici sostituzioni simboliche, ma vere e proprie costruzioni, nelle quali si rivela un’identità di fondo, un unico destino “[…] a coltivare le radici / dei capelli, i palmi che raccolgono / le ciglia ai fiori aperti, sibilanti all’aria / solo in due a dividerci le ossa, i rami”.
L’ultima sezione, come s’inoltra, è un lungo dialogo amoroso che si confronta con l’ostacolo della parola o, all’opposto, la sua felice trovata. Qua e là affiorano mesi (aprile, giugno, luglio), che non coincidono però con le date di stesura in nota, ma sono i luoghi veri del raccoglimento, della memoria. Anche l’unico spunto biografico svelato “fra i trent’anni ed ora un amore solo, / superato con la morte […]” dura appena un attimo, riassorbito nell’analisi meticolosa della cura di una prediletta rosa.
C’è in ogni parte uno slancio continuo a instaurare un dialogo vivo, non più solo testuale, a ristabilire l’ordine di un altro tempo, che ha lasciato, passando, intatti i luoghi e il paesaggio, nei chiari accostamenti del presente “io lo sapevo dal muro caldo di luce / che questa casa vuota ci aspetta”.
Il congedo, rievocato per l’intero libro in nuove inquadrature, si riaccende ogni volta che se ne scoprono i segni, in un’atmosfera di incontro silenzioso, che ricompone una lontananza fisica solo in parte consumata.
L’opera del mondo raccoglie in sé continuamente le sembianze, attraversa il fuoco, le mani, il tempo, le riconsegna in una oscurità di punti nuovamente indecifrabili, alfabeti chiusi su un segreto di lingue, di intuizioni a fatica pronunciabili “voce, voce ha in questa casa attentamente l’alfabeto / fermo tra le dita, le vocali concave alla gola e sonanti”. È come se alla parola toccasse infine di infittire i dati con esperienze nuove, non solo raccontare, organizzare, consolare gli accadimenti, ma farli proprio accadere, nell’unico destino delle cose, del mondo.

Michela Trevisani

 

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