Lettera: Finale Ligure, 27 Marzo 2009

 

caro *,

a volte, scherzando con amici, ho avuto l’impressione che credessero davvero a quello che dicevano e che, da qualche parte, in un magnifico luogo della rete o del mondo, non mappato sulle carte, non raggiunto dai tentacolari agganci di nessun blog, si nasconda un popolo di lettori di poesia, di uomini liberi, di quelli che non scrivono, ma leggono soltanto, senza mai alzare la voce, così come ci si nutre e cresce: in silenzio. Questo pensiero buffo mi ha ricordato la periferia dove muoiono i binari in Fahrenheit 451, il luogo sacro ai margini del bosco, dove il popolo degli uomini-libro si è messo in salvo.
Passando i minuti, la discussione volgeva in zuffa, in lotta di supremazia, un’estetica sull’altra. I libri fondamentali cambiavano titolo, gli autori irrinunciabili partito, da dieci ora passavano per cinque, poi venti negli ultimi trent’anni. A turno l’idea poetica di chi si pronunciava andava contraddetta. Restava ancora poco nudo il corpo della poesia, inanimato sempre, inerme, poi, coperto d’abiti tagliati secondo altra misura, sembrava finalmente all’avanguardia e perfetto. Così godeva a turno ciascuno del vantaggio di aver parlato ultimo.
Non so se sia di questa solitudine colma di incomprensioni e d’ansia che muoiono i poeti, ma non dovremmo mai riunirci e dire gli uni agli altri di tacere, o giudicarci indegni, o compromessi, anzi, imporre a noi sinceramente quel silenzio a regola dell’arte.

Con sincera stima
Federico

 

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