Lettera: Finale Ligure, 26 Febbraio 2009

 

cara *,

a volte mi trovo a pensare alla poesia come si pensa alla complessità del corpo, nell’inconscia, tesa, infinità dei processi che regolano la materia. Si compie in essa ogni secondo una perfetta teatralità biologica, che tiene insieme in gioco poesia e vita. Mi fa paura quasi nella sua delicatezza pensarla, pensare in quel momento al cuore che giunge a contrazione, restituisce sangue e aria pulsando ancora involontariamente, così come a fatica penso il verso che da sé verrà. Non è forse mai propriamente detta alcuna poesia.
Per questo prima ti scrivevo della forma inconscia (in fondo inconoscibile) in cui confido quando leggo o scrivo, come cercassi i meccanismi del mio stesso corpo toccando quello di un altro, in un chiaro esercizio, innocuo. Al primo incontro un testo impone una domanda, e successivamente la ripete, insiste perché sia chi legge a fare proprie ancora le parole, i temi e senza minacciarne la bellezza in sé, la perfezione. Siamo la metà feconda in cui si posano parole, la loro terra e la speranza. Non si raccoglie a lungo mai un fiore strappando la radice, ma coltivando attentamente ciò che porta il seme. In questo modo, mi sento giudicato anch’io nella poesia che leggo, come ogni filo nuovo d’erba o fiore giudica la vita.

Un caro abbraccio
Federico

 

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