Lettera: Finale Ligure, 21 Gennaio 2009

cara *,

ti scrivo rassegnato alla dolorosa forma della mia insonnia, che non ha origini apparenti. Sono molte ore che respiro a filo del cuscino, tra i segni bianchi delle dita, in un alone freddo, come un figlio troppo piccolo cui manchi la carezza di una madre per quietarsi. Non è offerta che la stanca pesantezza all’ombra che non toglie il corpo al vuoto in cui sprofonda. Ho così più tempo anche stanotte per tornare alle tue lettere e scriverti di poesia.
Ci sono intere strofe o testi addirittura nel libro di * che avrei completamente riscritto o addirittura escluso, eppure non è in dubbio il suo talento. Semplicemente credo sia a un certo punto impossibile staccarsi da un giudizio “storico” su quello che si fa. Per questo, riguardo al mio lavoro, più che non piacermi, mi son convinto di non potere insistere di più su questi versi, per cambiarli o consumarmi in essi. Da qualche settimana, infatti, non scrivo che prosa, a parte un appunto di qualche giorno fa: poche righe ancora tutte da decifrare.
La prima parte della raccolta ha subito poche variazioni dalla stesura che già conoscevi: solo un testo escluso. La seconda, invece, è completamente riscritta, salvando solo quelle parti liricamente più convincenti e insistendo ulteriormente sul tema della radice. L’ultima, infine, quella che in qualche modo ci riguarda (e che ho a te dedicato con la sola iniziale del tuo nome), è molto diversa, meno discorsiva di allora: non così sperimentale come Profilo Minore, si colloca tra questo e Canto fermo.
Hai notato come ci siano emistichi che si ripetono quasi identici all’interno di tutta la raccolta? Soprattutto quelli riguardanti il fuoco, l’acqua, il tema della radice, che continua ossessivamente a ritornare. Su tutto dominano il senso e l’immagine di una casa, che racchiude una presenza, di anima o di donna, che l’ha abitata o che ancora la abita.
In queste settimane mi son fregato a lungo con la volontà di recuperare a ogni costo uno svolgimento puramente narrativo, come si trattasse di un poemetto e non di un sogno.
Dovrei invece capire da solo che non si può operare con questo rigore nella mia poesia, né è detto che mai approderò a quella forma.
Questo continuo rovello in solitudine, poi, comincia a farmi impazzire.
Spero sia per tutti come dici tu, che il libro valga davvero e molto, sennò mi pentirò di averlo pubblicato: non ha senso oggi in poesia aggiungere solo un po’ di legna al fuoco.

Ti abbraccio
Federico

 

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