Una poesia senza eroe?

 

L’intera produzione poetica di Nika Turbina, di là dell’organizzazione convenzionale in date e periodi, si configura in ogni punto a propria mimesi del reale, verso una romantica coincidenza delle due dimensioni. Tanto appare preparata con perfetta incoscienza, quanto pour cause anticipata, evocata sino alla morte violenta, tentata ripetute volte e già piuttosto anticipata e scritta nel codice del sogno verso l’invisibile [in Ikonostas, Pavel Florenskij]. La Letteratura sostituisce ex machina la realtà nell’evocazione onirica, sino a fare davvero la Vita come non era mai stata, perché chi pensa in principio alla morte è ancora vivo.

 

 

La poesia di Nika Turbina è tutto un Poema bez geroja (Poema senza eroe), parafrasando, non a caso, uno dei capolavori di Anna Achmàtova. L’io poetico che la fonda non ricrea la memoria per occasioni, come in un diario minuto di annotazioni, come chi sente già di dovere dar luogo alla Storia, perché sussista (Termina il conto dei giorni/ […] /di cosa potranno nutrirsi/ se non restano versi?). “Bisogna uccidere la memoria sino all’ultimo – bisogna che l’anima si impietrisca – bisogna imparare a vivere di nuovo” [A. Achmàtova]. Eppure questo non comporta una riduzione di tempo e di spazio, un’assenza completa di relazioni altre o, di conseguenza, l’impegno in un linguaggio non-articolato, ermetico sino al nucleo della parola. Né si conforma del resto a una qualunque mitografia; dà invece lentamente corso ad una vera biografia (forse addirittura riconoscibile in alcune circostanze) e si consegna al mito senza alcuna pretesa finzione di simbolo altro. I tratti lasciati scoperti non sono che certe possibili forme di marginalità: i nomi propri delle persone, le maschere dei volti, le mappe dei luoghi, i giorni e le ore. Questa la via per cogliere a segno la mimesi della parola in ciò che è reale, commisurando l’oggetto a lungo prima che diventi già Storia. Questa poesia non si costruisce però in una nuova mediazione simbolica della realtà: si incarna in archetipo, tout court, in un processo vero al limite del linguaggio. In questa strenua vicinanza tra mondo e parola, il verso, a tratti brevissimo, quasi un cesello, è l’ultima figurazione accessibile: più sotto è la parola, evocata nel suono, indicata nel gesto, archetipica, intatta e priva di Storia a sé. La parola, che prende una Storia solo quando è detta, in accostamento a ciò che nomina, muta sopra la bocca, alla superficie del respiro, quell’afferrare a distanza privo di movimento, con il minimo accenno alle labbra di dire, che in origine significa già fare luce, apparire.
Ogni individuo parla una lingua propria e che si ricrea. La diversità non è di suoni e segni (Identiche le lettere, tanto estranee le parole), ma, secondo l’aforisma W. Humboldt, “è diversità di modi di vedere il mondo”. L’occasione sembra semmai la stessa di sempre e contratta allo stremo: ogni esistenza è una copia fallita in più dell’archetipo. Non ci sono per questo solitudini, ma una solitudine sola, sdoppiata in tanti individui. L’io e il tu si fondono in unico destino e che proprio in questo non va celato: Di chi gli occhi quando guardo nel mondo […] Di chi le labbra per bere rugiada […] Di chi le braccia per stringere […] Chi sono in tutto questo io? […].
Proprio perché la persona esiste – e in noi soltanto – se si dà voce e ascolto: Parliamo lingue diverse,/ tu e io / […] / vivi su isole diverse,/ ma nello stesso appartamento. Mai si tratta di monologhi: quando neppure sembra chiaro poi l’interlocutore, si sostituisce un senso acuto del silenzio, che è ascolto in sé del flatus voci e fondamento di ogni parola (sempre). La parola come in superficie l’anima: grazia e levità di verso sono come su vetro a polvere il diamante. Il cuore sempre è poi (più) duro (Lascia che io disperda la tua tristezza/ pure se non so dire mai/ che tu sarai felice allora), se non addirittura assente, astratta radice del vivere (si sono scordati di mettermi/ un cuore nel petto).
Ciò che del resto appena si conosce sono ombre domestiche, fantasmi svelati al sogno, solo brevi tracciati: Voglio stare sola con voi/ sedere presso la vecchia casa/ quella vicino al fiume/ che ha nome Memoria. Altrove è la parola-germe, la sola in grado di sostituirsi al silenzio e autenticare la percezione: Tre tulipani tre/ lacrime scese. Non mettere radice mai, ma vivere in eterno il sogno dentro il seme. Essere parola detta e nulla più. Covare ancora e a lungo una vita, non accettarne troppo presto corpo e morte: Cerco amici,/ che ho perso./ E cerco parole/ che sono con loro lontano. Lo stacco breve dell’inciso – quasi a latere un sussurro, un ritmico découpage – richiama di continuo all’io che si frantuma: Provate ora a indovinarevoi non verrete -/ se dalla porta indietro il capo si volge/ – addio! – – addio!
Poi l’esercizio strenuo e protratto del silenzio nei testi brevi si restituisce al canto, tra i bisbigli di un sogno: “dormi, mia cara, a lungo/ e gli anni passeranno/ e al tuo risveglio di nuovo vorranno prenderti in braccio […]”
C’è fissità anche là dove a simmetria si frange quasi il movimento: Tre lacrime di sangue/ tre tulipani./ Una donna seduta in silenzio. Tutto sembra a un punto ancora da accadere, o già accaduto, come sta scritto. Ciò che si agita è vita che si svela, al di qua. Il moto è negli occhi di chi osserva le cose come mai avrebbe altra occasione di fare e nessuna terra come quella ancora: non vedi che verità è questa a venire o già venuta?

Federico Federici

[in PaginaZero, numero 6, Giugno 2006]

 

 

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