Sono pesi queste mie poesie – Nika Turbina, Edizioni Via del Vento

 (pag. 3)

NOTA AI TESTI

I testi qui raccolti, proposti in nuova traduzione, sono stati scritti da Nika Turbina fra i sette e i nove anni di età, salvo gli ultimi quattro (del 1985 Pesciolino d’oro, gli altri tre dopo il 1990). Questa scelta è avvalorata dalle parole di una pagina del suo diario: «Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna».
È un arco ristretto di tempo quello in cui s’apre e chiude l’intero percorso e la Turbina sembra saperlo dall’infanzia. Se, come sottolinea Evtušenko nell’introduzione a Quaderno di appunti (1984), nei bambini è vivo un acuto senso di verità, questi versi assumono l’espressione non retorica di quel sentimento, lo risvegliano in chi legge, lo rivendicano proprio quando è massimo lo scarto tra poesia e vita.
L’esperienza di una condizione individuale e di un’altra condivisa con l’umanità, a volte contrapposte, in età matura serba i tratti di un’infanzia sconsolata e persa, alla quale la parola giunge come segno ultimo di grazia e di speranza.
L’atto della creazione è chiamato spesso a trasfigurare un dolore che lo trascende «Non lasciatevi più scrivere,/ versi, o imprimetevi nel cielo./ Di sangue è rosso/ il foglio che ho davanti» e che non è solo fisico, ha radice nella natura, in un’armonia sconfitta «Rime tagliate,/ frasi tagliate,/ alberi tagliati:/ hanno abbattuto il bosco», in un legame reciso «Cerco gli amici,/ io li ho lasciati andare».
La crisi del verso coincide con quella dell’individuo, la parola è novità di vita: «Quando scrivo, ho l’impressione che una persona possa fare tutto ciò che vuole. Ci sono così tante parole dentro da smarrirsi».
La scrittura è gioco, ma nel modo serio di un bambino, che manipola incantato quella cosa che lo ispira, la provoca: «Ho iniziato componendo versi ad alta voce quando avevo tre anni. Picchiavo i pugni sul pianoforte e componevo. Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge, poi ti lascia». In questo meccanismo, la scrittura si fa immagine-luogo della vita, «Tutte le lettere di questo appunto/ preso in fretta che è la mia vita/ sono stelle sparse» attraverso cui si dà non solo corso alla memoria, ma s’inventano le cose, il mondo, «L’amarezza di quel giorno/ tutta trasmuterà in parola», il guizzo musicale crea l’immagine, si svolge e si frantuma sino all’epigramma.
Non ripaga del dolore il compromesso, né invocare la pietà vale l’atto volontario dell’amore «Farò scudo con la spalla/ al peso del giorno, vi lascerò un usignolo»: la protezione offerta prima della grazia.
Lo sguardo fisso alla ferita è quello del bambino che, caduto, scopre il sangue, più rapito dalla novità che osserva che afflitto dalla pena. Proprio la coscienza del dolore aggiunge conoscenza: «Una persona deve capire che la vita non è lunga. E se dà valore alla propria vita, allora questa vita sarà lunga e, se davvero lo merita, sarà eterna, persino dopo la morte».
Nei dialoghi gli interlocutori sono spesso assenti, o quasi allontanati da una volontà più forte, che a volte coincide con quella di chi parla, come se imponesse solitudine parlare.
Resta viva la tensione di ogni creatura di fronte al destino, l’ansia di provocarlo, metterlo alla prova in un sussulto cosmico «In piedi sui confini –/ solo un passo ancora,/ avanti!, verso l’immortalità», altre volte solo un varco in cui la libertà goduta un attimo non dà scampo «Non tenete in pugno la farfalla/ che la fiamma tenta.»
La perenne indecisione sul confine, l’ambizione di sfuggirlo, sono spesso in relazione a un ambiente circoscritto, in cui la normalità esclude il mondo «In quella casa, invece,/ comincio la mattina spolverando,/ serrando le finestre/ per il vento». Questo luogo è una dimora carica d’affetti e d’ansia, è una figura del tempo accanto a un fiume, è il corpo vuoto, abbandonato, di una bambola. Liberarsi costa un gesto, un abbraccio che restituisce il cuore, o un gioco a nascondino misterioso con un’invisibile figura «A volte è buono/ il mio padrone/ e per la notte/ apre lo sportello,/ ma oltre il vetro sporco/ mette a guardia/ il buio». Il bisogno d’essere protetti a prezzo della libertà: «La gabbia/ è graziosa,/ non manca/ l’acqua e il cibo».
L’infanzia è un giardino recintato, in fiore, dove un piede nudo ha lasciato l’orma ancora tiepida di sole. Oltre quella soglia s’aprono sentieri, strade cariche di vento, le foglie coprono direzioni già tracciate, il saliscendi è un capogiro.
Tutto questo è presentito in anticipo sul tempo come fosse già di fronte agli occhi di bambina: stabilito con certezza l’avvenire, fosse chiara la sconfitta, non restasse che accoglierla o strapparla, come un foglio scritto.
Dura sino a quel domani incerto la nostra sorte, sino a un altro mondo dove tutti siamo destinati all’incontro con il sosia, con l’immagine riflessa: non sussiste a lungo, ricacciata nei frantumi dello specchio. Ma non basta. È l’immagine di sé che si conserva dentro, dura, senza cancellarsi, e non serve consegnarle il cuore per dividere con lei la sorte.

(pag. 4)

(pag. 7)

(pag. 10)

[1] NOTA BIOGRAFICA

Nika Turbina nasce a Yalta, il 17 dicembre 1974, in una famiglia di artisti. La madre, Maja Nikanorkina, è scultrice; la nonna, Ljudmila Karpova, interprete; il nonno, Anatolij Nikanorkin, scrittore e poeta. I primi componimenti di Nika risalgono all’età di quattro anni, dettati di notte alla mamma. Raggiunge l’apice della notorietà all’inizio della vita, quando a soli sette anni i suoi versi appaiono su un quotidiano nazionale, grazie all’interessamento dello scrittore già affermato Julian Semenov. Nel giro di un anno la sua prima raccolta, Quaderno di appunti, viene pubblicata a Mosca con prefazione di Evgenij Evtušenko. In occasione del festival internazionale di poesia “Poeti e pianeta Terra” tenutosi in Italia nel maggio del 1985, le viene conferito il Leone d’oro di Venezia. Prima di lei, solo un altro poeta russo è stato insignito dello stesso riconoscimento: Anna Achmàtova. Nel 1984 viene pubblicata in Italia, dalle Edizioni del Leone, la raccolta di poesie Quaderno di appunti, con traduzione di Evelina Pascucci, presentazione di Franco Zagato, con un saggio introduttivo di Evgenij Evtušenko ed illustrazioni di Ernesto Treccani. Dell’autunno del 1988 è un viaggio negli Stati Uniti, l’incontro con Iosif Brodskij e la pubblicazione della seconda raccolta, Passi verso l’alto, passi verso il basso, a Mosca nel 1991. Da allora, le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in dodici paesi. Divenuta ormai ragazza, Nika si trasferisce a Mosca. Studia per qualche tempo presso l’Istituto di Cinematografia e l’Istituto di Cultura, prende parte come attrice ad alcuni film, continua a viaggiare molto, tornando di tanto in tanto a Yalta; si sposa, prova a lavorare in radio e in TV, maturando l’interesse per la direzione cinematografica. Trascorre l’ultima parte della sua vita lontano dall’attenzione generale. Scrive di sé: «Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna». Scompare tragicamente a Mosca, a soli ventisette anni, l’11 maggio 2002. Le sue ceneri si trovano nel cimitero di Vagan’kovskoe. Nel 2004 Alexander Ratner, in occasione del trentesimo anniversario della nascita, cura la prima e più completa edizione postuma delle sue poesie Per non dimenticare, contenente l’intero corpus poetico precedentemente edito, arricchito di inediti e stralci dal suo diario.

[1] Le notizie biografiche sono state fornite direttamente dalla famiglia e da me tradotte.

(pag. 22)

Ringrazio di cuore Maya Nikanorkina, Ljudmila Karpova e Alexander Ratner per avermi sempre assecondato con disponibilità e gentilezza.
Ringrazio inoltre Tatiana Fominicheva-Kasap per il grande aiuto dato all’inizio di tutto.

Estratti da Sono pesi queste mie poesie, di Nika Turbina, traduzione e cura di Federico Federici, Edizioni Via del Vento, 2008, ISBN 978-88-6226-017-6, in duemila esemplari, numerati da 1 a 2000, impressi su carta vergatina avorio. Il volumetto può essere ordinato in qualsiasi libreria, o scrivendo direttamente all’editore info@viadelvento.it

Ringrazio l’attrice di teatro Emanuela Siciliano per aver dato voce a questi versi.

© Eredi di Nika Turbina
© Traduzione di Federico Federici
© 2008 Edizioni Via del Vento

17 comments

  1. Essere bambini è qualcosa di terribile, quando non si è semplicemente fatti di cartone e non ci si trucca già a quell’età.
    Sopravvivervi richiede una forza morale non indifferente – e se poi si possiede, o meglio si è posseduti, da una certa sensibilità tale forza deve anche sopportare d’essere variamente inquinata, svilita nei suoi colori; senza mai la certezza che sia temporaneamente.

    Così Nika sarà la voce dalla quale mi farò ri-narrare, quest’anno.

  2. è un casa vasta,con finestre alte,altissime e porte spalancate sull’immenso. Popola le vie del nostro mondo, chiuso nel cerchietto dell’occhio,impresso nel profondo dell’universo ed è dipinto con il rosso di un fiato, denso quanto basta, per sentire ciò che è lontano farsi prossimo. Grazie della presentazione,fernirosso

  3. Ringrazio Paolo Fichera per le parole con cui introduce il volumetto di Nika Turbina su PaginaZero.
    Sa quanto io tenga a questo progetto e cosa significhi per me vederne realizzata finalmente una prima parte, potendo così lavorare con maggior tranquillità a tutto il resto.
    Un abbraccio
    F.

  4. In futuro pubblicherò altre foto, inediti e qualche estratto video. Nel mentre, spero che questo libretto avvicini alla sua poesia chi non la conosceva ancora e spero lo faccia nel modo giusto, non alimentando pettegolezzi.
    C’è un senso molto composto del dolore nei suoi versi ed altrettanta speranza negli occhi di bambina e di ragazza.
    Mi preoccupano di più gli occhi sbarrati di chi si aggira tra i reparti delle merci in saldo nei supermercati, dipingendosi l’espressione in viso con il trucco.
    Federico

  5. Stavo guardando le foto , quelli messi su tuo blog, sconosciuti , molto toccanti. Bianco – neri.E poi , gl’occhi cosi tristi, di Nika, grandi e colmi di vuoto, un vuoto della insicurezza e smarrimento. E penso della sfortuna sua. Ma quale? Di essere nata nel momento sbagliato della nostra storia travagliata? E se fosse era nata prima? Almeno dieci anni prima?
    Complimenti per traduzione. E molto toccante. Anche in italiano.
    Natasha Bondarenko

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