Conversazioni: Natasha Bondarenko

Ho qui davanti Macello, uno dei racconti che mi hai fatto leggere. La condizione di chi è figlio senza essere stato forse mai veramente desiderato ricorda le parole che mi disse Rati Saxena, una poetessa indiana: la nascita di una figlia era quasi un segno di disgrazia per l’intera famiglia. Puoi raccontarmi qualcosa della situazione in Unione Sovietica in quegli anni?

Niente di simile alla situazione indiana. So di sicuro, però, che essere figlio o figlia unica era una cosa normale. Per capire le radici di queste scelte bisogna conoscere il comunismo e i suoi slogan. Il primo diceva: “Chi non lavora – non mangia”, e non era un proverbio fiabesco, ma un ordine per tutti, comprese le donne, chiamate alla costruzione del “mondo migliore”. In cambio lo Stato garantiva gratuitamente i servizi necessari a chi doveva lavorare tutto il giorno e non voleva lasciare soli i figli: asili fino alle sei di sera, insegnanti molto preparati in materia di educazione dei bambini, un insegnante supplementare di musica e uno di danza. A ciò si aggiunga poi la completa indipendenza negli spostamenti da casa a scuola e viceversa. Cose impensabili qui in Italia.
Le donne partorivano il primo figlio abbastanza presto, tra i venti e i venticinque anni, dopo di che, la scelta di avere un secondo figlio spettava alla donna, che decideva autonomamente, spesso senza neppure parlarne con il proprio uomo. Cosi veniva al mondo il secondo figlio più per calcolo che per amore. A volte sulla decisione pesava la possibilità di avere una casa più spaziosa che, fino alla Perestrojka, apparteneva allo Stato. Per averne una più confortevole e grande si approfittava di una nascita; a volte bastava solo una gravidanza in atto, poi interrotta (se ancora era possibile), una volta ottenuto lo scopo. E questo è uno dei punti tristi in cui politica e vita si intrecciavano in modo doloroso e grottesco. Ho visto anche donne, poche ad esser sincera, che hanno partorito per il desiderio forte di avere un figlio, talvolta senza neppure comunicare all’uomo la nascita, così dette madri–single, con il padre sconosciuto all’anagrafe. Anche in questo caso lo Stato aiutava la donna, procurandole un lavoro e un’abitazione.
A questo punto devo soffermarmi sulla questione della casa, visto che negli anni ha acquistato sempre più importanza nella decisione di avere figli. Un altro slogan recitava: “La casa è per tutti”. Per poterlo realizzare concretamente, le abitazioni non potevano essere troppo grandi. Si era stabilito per legge un tot di metri quadrati per una persona che abitasse sola. Sposandosi e andando a vivere insieme si aveva diritto a un altro tot di metri che, nonostante tutto, rimanevano sempre molto pochi: un monolocale di diciassette metri quadrati e mezzo era una casa standard nel periodo sovietico. La nascita di figli permetteva di accedere ad abitazioni leggermente più grandi, con una stanza in più. Sembra una cosa oscena, ma per anni funzionò così. Eravamo abituati e coscienti del sistema, che, a quanto ne so, funziona ancora oggi, con la differenza che oggi chi ha la possibilità può comprarla privatamente delle dimensioni desiderate.

 

Quali erano in famiglia i ruoli del padre e della madre?

Ancora oggi mi chiedo quale ruolo abbiano avuto mia madre e mio padre, che ci ha lasciati quando avevo tre mesi. No! È una bugia. Mia madre non sopportava la sua violenza dovuta all’alcol – quando beveva diventava aggressivo, non capiva più niente – ed è scappata di casa, andando a vivere per un po’ di tempo da mia nonna. Questo periodo della mia vita è incredibile e rimane per me completamente sconosciuto. Quando avevo cinque anni mia madre si è risposata e io ho cominciato a chiamare “papà” il mio patrigno. Da noi è una situazione molto frequente. Il padre è colui che ti cresce, ma nonostante questo il vero padre ha l’obbligo di mantenerti sino a 18 anni. È un discorso forse incomprensibile per un italiano, ma il mio padre–patrigno è stato per me come un papà, perché il mio vero padre non l’ho mai visto. So che per legge mandava i soldi a mia madre, ma non mi sono mai interessata a lui. Non me ne fregava niente. Arrivavano gli alimenti, ma il papà, che quotidianamente partecipava alla mia vita, era il patrigno. In questo, ogni madre è un Dio, perché è quella che ti crea, ti mette al mondo, il padre (chi ha la fortuna di averlo) una specie di Beato, che ti assiste come può. L’educazione veniva impartita fuori dalla famiglia. Spettava alla scuola (quindi a una istituzione controllata direttamente dallo Stato) il compito di impartire i valori del marxismo–leninismo, con un costante “lavaggio di cervello”, un plagio quotidiano da parte di insegnanti che, a loro volta, erano stati plagiati e piegati al dovere. Per questo in casa rimaneva poco da insegnare. A scuola, una volta alla settimana, c’era lezione di lavoro: alle ragazze si insegnava a stirare, a pulire casa, ricamare e cucire; ai ragazzi lavori domestici, tipo bricolage e qualche elemento base di metalmeccanica.
A sette anni, quando tornavi da scuola, dovevi accendere il gas, mettere la minestra sul fuoco, mangiare, fare i compiti, pulire la tua stanza, iniziare a sbucciare le patate per cena, uscire di nuovo a comprare pane, latte e burro fresco, magari mangiare di nascosto un gelato, a volte due (per golosità o per pigrizia di riscaldare la minestra), lavare i pavimenti, perché sapevi che, al ritorno, la mamma sarebbe stata troppo stanca per farlo. Eppure ti sentivi anche un po’ felice e privilegiata: sapevi che avrebbe pensato lei alla cena. Potevi allora farle compagnia seduta al tavolo, guardarla, chiacchierare un po’, distrarla perché non controllasse sul diario i voti della giornata, promettendole di aiutarla l’indomani a lavare a mano la biancheria di tutta la famiglia – la lavatrice era molto rara ai tempi. Nel mentre “papà” aveva invece un po’ di tempo per giocare a domino nel cortile del palazzo, con gli altri uomini.
Con il passare degli anni questo ricordo assume quasi i contorni di un gioco molto naturale in cui ti senti più grande e consideri questo fatto in una luce positiva.
A sedici anni, per alcuni, c’era il primo trasferimento per andare a studiare in un’altra città. Almeno, così è stato per me. Allora benedicevi tua madre, apprezzandola e iniziando a riconoscere tutte le cose in cui aveva ragione.

 

C’era distinzione in base a qualche forma di ceto sociale?

Una domanda tipicamente italiana. Il nostro sistema non accettava disuguaglianza. Di questo non si parlava mai in pubblico, non si poneva la questione neanche a livello familiare. Era chiaro che dovesse essere così. Non si trattava di un problema di discriminazione, ma di isolamento, lo chiamerei così. L’ho subito da piccola, andando a scuola. Mi sentivo in qualche modo la figlia di una pittrice e questa cosa era rara di per sé. Come ti ho detto, non se ne parlava apertamente, ma tornando a casa capivo che in quella scuola non avrei avuto mai amiche. Quelle le ho incontrate nella scuola secondaria di musica, dove gli interessi comuni non creavano scompigli.

 

Ogni nuova famiglia porta con sé due discendenze: quella paterna e quella materna. Che significato avevano gli antenati, sia in seno alla famiglia stessa, sia nel rapporto con la società?

Posso farti l’esempio della mia famiglia, come esempio tipico di una famiglia di intellettuali: i nonni non erano miti, non erano loro ad indicare la strada da seguire. Avevamo Marx, Engels, Lenin, Gagarin, Tereschkova, Stachanov, miti del lavoro, eroi di guerre e rivoluzioni, partigiani caduti durante la seconda guerra mondiale. Nelle scuole si parlava solo di questo, in modo programmatico e, a volte, persino esagerato. Ai tempi sembrava normale che fosse così. Oggi, ricordando, mi viene quasi da ridere.
Pensando alla storia della mia famiglia c’è un fatto che mi raccontò mia madre e che mi colpì particolarmente. Durante la seconda guerra mondiale, mio nonno riuscì a salvare alcune famiglie ebree in un modo piuttosto insolito. Pur avendo un cognome di origine ebraica, Jusefovic, non era ebreo, perché figlio di protoi della chiesa ortodossa e per studiare nel seminario ortodosso non potevi essere ebreo. Prima della rivoluzione diventò pope. Presentandosi ai tedeschi come un ex–pope, e confermando la parentela con persone che avevano il suo stesso cognome (in questo caso, però, ebrei), riusciva a salvarle.
Mia madre si è sempre dichiarata molto orgogliosa di lui, ma certe volte mi chiedo ancora se questo racconto sia vero o se era solo un modo molto efficace di sottolineare che noi non eravamo ebrei, dato che in quegli anni il cognome ebraico non ti aiutava. Da bambina, però, credevo a questa storia ciecamente.

 

Sempre in Macello, parli dei tuoi sedici anni come di uno spartiacque. Si tratta solo di un’esperienza personale o di qualcosa di comune a molti altri coetanei?

Parlo di un destino particolare, non solo mio, ma neppure di tutti. Era il destino di chi, raggiunta quella età, decideva di continuare gli studi e poteva farlo solo in un’altra città, più grande, lontano dalla provincia dove mancavano le strutture universitarie. Era però anche il destino di chi non sopportava più un certo modo antico e conservatore di vedere le cose. Sin da piccola sapevo, intuivo, che sarei andata via. Se vuoi, il motivo era anche lo stesso di sempre, legato alla casa: averne una tutta per me, lasciando quella dei genitori.
Ma potevo sempre tornare almeno per le vacanze, avendo comunque un altro posto dove stare stabilmente: la casa dello studente prima, poi quella assegnata agli impiegati della Filarmonica. La libertà che avevo acquisito andandomene da casa però era tale che anche solo tornare per un breve periodo diventava traumatico, e, con il passare del tempo, la lontananza da casa si è tramutata in un definitivo distacco.
A ripensarci ora, non penso che mia madre sia stata l’unico “despota” in tutta l’Unione Sovietica: era magari un po’ più severa di altre, ma quelle erano le regole e i ruoli. Niente a che vedere con quello cui siete abituati qui in Italia.

 

Coltivare una vocazione artistica in famiglia significava la speranza di un riscatto sociale? Cosa voleva dire per un genitore avere un figlio con spiccate doti artistiche?

Il riscatto sociale non contava niente. Con l’uguaglianza degli stipendi potevi fare qualsiasi lavoro: era sufficiente impiegarsi nella cosa che riusciva meglio. Non penso che mia madre mi avrebbe spinto tanto avanti se non avesse creduto nelle mie capacità. Le miei inclinazioni naturali erano talmente evidenti che non le fu neppure difficile indirizzarmi. Per lei era una soddisfazione continua, glielo si leggeva in viso, quando mi facevano dei complimenti per quello che riuscivo a fare e che per me, ai tempi, era solo un gioco. Mi divertiva molto fare cose diverse e alternarle. Non mi annoiavo mai.

 

Nel racconto Prima delusione scrivi: «Guarda che lei ha vissuto in un collegio per cervelloni e lì bevono come spugne!», mentre in Primo amore, sempre a proposito del rapporto tra genio e società: «Dicevano che ero “troppo” per questo liceo e ogni tanto mi invitavano ad andarmene in Accademia […] Intanto mi mettevano in tutti gli angoli delle aule per isolarmi dagli altri e mi riempivano di compiti assolutamente stravaganti […]».
Che cosa poteva aspettarsi dalla vita una persona dotata di capacità fuori dal comune? C’era distinzione tra ambito Umanistico e Scientifico?

Purtroppo non conosco nulla dell’ambito Scientifico, ma solo quello Artistico. Vorrei anche precisare che il racconto parla di me e di quello che ho provato in certe particolari circostanze della mia vita. In realtà l’educazione dei professori era tale che, pur di non mettere in imbarazzo i miei compagni, mi isolavano, senza mostrarsi sorpresi delle mie doti precoci. Io ero già allora cosciente delle mie capacità, ma non mi sono mai permessa di vantarmi. Come tutti gli altri ero molto bambina e nello studiare vedevo solo un divertimento, perché non mi costava nessuno sforzo mentale. Era una specie di allenamento quotidiano dell’udito e dell’agilità delle mani. I professori, senza nessuno scopo secondario, mi consigliavano – direi così – di provare a entrare all’Accademia. Il collegio musicale non mi serviva e per legge sarei potuta andare direttamente all’Accademia. Si tratta ormai di scelte che ho fatto e che appartengono al passato. Non ho mai vissuto in un collegio per bambini prodigio.
Nell’introduzione spiego molto bene il mio concetto di Letteratura, ringraziando anche i miei amici per le loro confidenze, i ricordi richiamati alla memoria al momento giusto. Quello che ho scritto è solo una piccola parte della mia storia personale. Quando scrivo dei “cervelloni che bevono come una spugna”, riporto una confidenza di una mia amica dell’Accademia che mi ha raccontato questo fatto e così l’ho riportato. È una frase però che rende l’idea del personaggio che volevo descrivere in quel momento. La realtà è molto più semplice: nei collegi a volte capitava di avere una bottiglia di vodka nascosta e quando le sorveglianti andavano a dormire si faceva festa come si poteva, con la vodka e con quello che ci portavano i genitori e che era concesso di tenere in camera – il pane, il lardo e la marmellata fatta in casa. Non si tratta di casi di dipendenza dall’alcol. Penso che siano episodi che capitano in qualsiasi collegio del mondo, quando non ci si sente sorvegliati. Ricordo in particolare la tendenza a mescolare di tutto, pur di riempire lo stomaco: pane nero, marmellata e lardo tutti insieme. Questi miscugli culinari mi parevano un vero sacrilegio!

 

Quale era solitamente la carriera scolastica di una personalità di genio? Erano previsti aiuti economici?

Il sistema scolastico sovietico era molto semplice: otto anni di scuola dell’obbligo, poi altri due della stessa scuola per avere la maturità. Più meno quello che ti danno i licei italiani. A quel punto potevi iscriverti a qualsiasi Istituto (in URSS: Istituto di Laurea) o Università.
Esistevano speciali collegi per bambini prodigio nelle grandi città, dove i genitori potevano mandare i figli durante la settimana. Il sabato e la domenica li passavano però in famiglia. Tutte le istituzioni scolastiche, compresi questi collegi speciali, erano gratuite e pagate dallo Stato. L’assistenzialismo era molto sviluppato da noi. Ora non ricordo esattamente la percentuale di studenti assistiti, ma sicuramente tra questi c’era chi aveva un monoreddito familiare e quelli che alloggiavano nella casa dello studente. C’erano precisi criteri per decidere a chi assegnare ogni anno la borsa di studio. Ricordo un anno in cui mi fu negata la borsa al Conservatorio perché non avevo preso voti particolarmente alti agli esami. In quell’occasione intervenne il consiglio degli studenti, che fece richiesta esplicita di concedermi il sostegno per mancanza di un genitore (il padre). In tre giorni ho riavuto la borsa di studio.

 

Che tipo di rapporto si instaurava tra studenti e professori? Esistevano significative differenze in relazione al tipo di studi scelto, all’età o ad altre condizioni sociali?

Mi fa piacere rispondere a questa domanda. Essere figli di qualche artista conosciuto poteva in effetti avere qualche influenza, ma i casi erano davvero rari, ne ricordo solo due o tre. Di sicuro il talento non passava inosservato. Siccome a ogni allievo era assegnato un unico professore per la specializzazione – nel mio caso per il canto –, capitava frequentemente che i professori litigassero per spartirsi le migliori voci. Io, come contralto, fui assegnata a un professore che chiamavano “il numero due”, essendo “il numero uno” un soprano. Il rapporto non fu mai dei migliori e peggiorò sino a diventare insostenibile dopo soli sei mesi, così chiesi di essere assegnata a un altro. Il nuovo insegnante divenne per me presto un’amica e una seconda madre. Sapeva come ottenere da me i risultati, come sfruttare le mie capacità, ma anche essere esigente nel modo giusto, senza violenza. La prassi era quella di ogni Istituto rispettabile: l’impegno era premiato e il disimpegno punito. Siccome il sistema educativo in Unione Sovietica era molto rigido studiavano tutti. Se ogni sei mesi non si era in pari con gli esami si veniva espulsi. Per entrare c’era il numero chiuso. Non potevi sbagliare.

 

Quali erano gli autori sui quali era centrata la formazione dell’individuo? Quali erano, invece, quelli ingiustamente trascurati o censurati, che sono stati riscoperti nel periodo post-sovietico?

Da giovani leggevamo tutti i classici russi e, nel mio caso, ucraini: Puškin, Lermontov, Tolstoj, Gogol’, Schevcenko, Gorkij, Majakovskij, Esenin. Finita la scuola, però, i gusti cambiavano e iniziavano a girare tra gli studenti i libri di Maupassant, Hugo, Mann, la Letteratura classica europea e americana del XVIII secolo soprattutto.
Nel mio caso, la fortuna di avere in casa una grande biblioteca mi ha permesso di conoscere la Letteratura molto prima. Lessi tutto quello che trovavo, tutto Dostojevskij, ad esempio. Non è stato facile: a volte non riuscivo proprio a capire, ma la curiosità mi spingeva sempre oltre ogni ostacolo.
Nel mio ambiente ci si interessava più alla musica che alla letteratura. Capitava di incontrare il nome di Solgenizin senza sapere cosa avesse realmente scritto.
Dal 1990 non vivo più nel mio paese. Purtroppo i miei interessi si sono spostati su altri orizzonti. Il periodo post–sovietico mi interessa poco, ma leggerei volentieri qualche libro sulla verità nascosta del nostro passato.

 

Ogni società ha bisogno di conoscere i propri miti, di avere sciamani in grado di interpretarli e svilupparli. L’eccellenza e l’integrità morale secondo l’ideologia comunista erano certamente apprezzate, al punto da cedere alla tentazione di costruire veri e propri miti estemporanei, rielaborando fatti di cronaca: penso, ad esempio, al caso di Pavel Morozov.
L’impressione che mi è rimasta, però, è quella di una sostanziale debolezza (oggi anche mediatica) di queste figure, anche di quelle autentiche.
Chi si era distinto per la propria eccezionalità in una certa occasione, continuava a godere della propria libertà di esprimersi e di agire? O, in qualche modo, sentiva di doversi conformare a un certo schema, per continuare a rinforzare il proprio mito?

Su alcuni “miti” ho letto e sentito dire che si trattava di invenzioni o esagerazioni dei fatti. Certamente molte cose erano tenute nascoste in passato e si veniva a sapere solo di azioni meritevoli o eroiche. Anzi, si dava solo l’informazione necessaria per creare il “mito”, non una parola di più, una specie di favola moderna, che però ha funzionato per decenni.
È chiaro che adattare la propria condotta al mito permetteva di non cadere in nessun errore morale, di rispettare il codice comportamentale. Personalmente, però, non trovo giusto copiare i “miti”, così come non trovo giusto esagerare creandoli dal nulla. Prendi ad esempio Costantino Vitagliano: posso anche capire che lui abbia cercato un modo per avere successo e ottenere qualche beneficio, ma non trovo nulla nella sua figura che riporti ad azioni di un qualche valore che meritino tanta attenzione. Non è un mito, ma per molti giovani di oggi, sì. Allora parlando di miti preferisco i nostri.

 

Chi perde il controllo sulla propria vita cerca almeno di ristabilirlo nella morte: questa è la spinta di molti verso il suicidio calcolato. Penso a Boris Ryžyj, ad esempio. Credi che dall’inizio degli anni Ottanta e, successivamente, nel periodo post–sovietico si sia trasformato questo rapporto tra morte e genio?

Vorrei precisare che negli anni prima della Perestrojka il suicidio riguardava per lo più gente malata, perché, in fin dei conti, tra gli anni Settanta e Novanta, chi aveva talento poteva raggiungere il successo. In caso contrario il massimo del tuo suicidio personale stava nell’alcol, che ti divorava l’anima, togliendoti giorno dopo giorno ogni qualità. In quegli anni, anche volendo, non potevi perdere il lavoro, non ti era permesso. Ho conosciuto molti artisti che intorno ai quarant’anni, non raggiungendo il successo desiderato, si sono distrutti come personalità bevendo.
Dopo gli anni Novanta le cose sono cambiate, le sicurezze sono svanite, le regole della società si sono avvicinate a quelle del capitalismo: il libero mercato, la convenienza, il calcolo. A quel punto dovevi adattarti in fretta alle nuove regole. Chi non l’ha capito, o non ha avuto abbastanza carattere, ha pagato con la vita. Questo succede non solo in Russia, ma in tutto mondo. Essere “solo” una persona di talento oggi non vale niente, ti occorre tutta una serie di doti secondarie: la forza di carattere, l’intelligenza e anche un po’ di freddezza nella valutazione delle cose. Purtroppo – e lo penso amaramente – la maggior parte delle persone dotate di un vero talento, i cosiddetti geni, sono anche persone sensibilissime, che spesso non reggono il peso del mondo, così caotico e insicuro. Mi viene ora anche da pensare a tutti i suicidi taciuti, nascosti come si faceva una volta nel paese del grande Lenin. Chi sa? Posso sbagliare…

 

Secondo la tua esperienza, cosa scatta nel rapporto tra individuo e società, perché si accetti di bruciare la propria vita e contribuire con una scintilla alla Storia?

Non è che si accetti di bruciare la propria vita, piuttosto non si riesce a convivere con una società, con una vita che senti estranea. L’alcol e ultimamente anche la droga accelerano il degrado intellettuale e poi la solitudine, l’indifferenza delle persone care, l’incomprensione, l’ottusità, la “cecità” interiore. Su queste cose avrei mille romanzi da scrivere. Ogni vita insiste sui propri “perché? come mai? cosa faccio?” e il paese in cui vivi diventa straniero, ti prende un senso di inutilità. Tutto questo mi ricorda un po’ un’altra pagina della nostra storia: gli anni Ottanta. Qualcuno dei miei amici intellettuali stava male e parlava sempre di partire per l’America, dove si sarebbe finalmente realizzato come persona. Alcuni, a fatica, riuscivano a partire e, dopo varie peripezie, ma con la speranza sempre viva in cuore, arrivavano a New York, non trovavano subito lavoro, poi diventavano tassisti e nell’arco di un anno giungeva puntualmente notizia di alcuni suicidi. Per noi loro erano dei traditori. Ma pensandoci bene?!

 

Natasha Bondarenko è pittrice, scrittrice e cantante lirica.
Su internet cura lo spazio http://www.bondarenko.splinder.com

 

In foto: Natasha Bondarenko, Minsk, 1989.

 

3 comments

  1. Ho letto una domanda su quello che rimasto oggi nell’ex Unione Sovietica? Ho davanti di me un articolo di una mia amica, l’insegnante di una scuola media di Ucraina, che parla di conquiste fatte durante periodo sovietico e grazie a quali si riesce ancora avere un atteggiamento vecchio e incarnato. E parla di atteggiamento di viva partecipazione di della scuola nel formazione dei bambini. Qua, in Italia, questo lato molto offuscato e non io che devo discuttere questi problemi sociali. Ma anche il mondo nostro ha subito cambiamenti con la computerizzazione e telefonizzazione, dove e-mail e sms sta sostituendo i rapporti vivi fra i giovani che prima erano molto diversi. Ma come ho detto nella intervista – periodo di adesso mi interessa poco. Mi interessa molto di più prendere dal nostro passato tutto più utile e più giusto possibile.
    Natasha

  2. Le Conversazioni con Natasha Bondarenko offrono spunti interessanti e da approfondire, inoltre, fanno capire, dalla viva voce di chi è stata protagonista, uno spaccato della storia di un paese attraverso la condizione scolastica e giovanile, che si discosta in modo enorme da quello che in Italia si viveva in quegli anni.
    Sarebbe, forse, utile conoscere quanto sia rimasto oggi in piedi, in quelle nazioni, di alcune conquiste e quanto invece sia il retaggio, se c’è, che anima e pervade la cultura dei paesi dell’est europeo attuale.

  3. Con Natasha Bondarenko inizia una nuova serie di interventi nel blog, a cadenza libera, per lo più centrati su storie raccontate in forma di conversazione o intervista.
    Nel caso di Natasha, l’incontro è stato per me illuminante perché ha offerto un punto di vista interno al periodo di grandi trasformazioni che hanno portato alla mutazione dell’Unione Sovietica sino ad oggi. In gran parte quegli anni coincidono con quelli in cui si è sviluppata la vicenda personale di alcuni scrittori di cui mi sono occupato.
    Lascerò il post in homepage per alcuni giorni, senza intervenire direttamente, affidando a Natasha il compito di rispondere direttamente a domande o commenti.
    Buona lettura a tutti
    Federico

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