Lettera: Finale Ligure, 11 Ottobre 2008

 

cara *,

rispondo volentieri alla tua lettera citando Amelia Rosselli: «’Tis I who do protend my Hate on thee» o ancora «to be Rid of such Incongruous Decay, as is a Minde». Ti rivolgo la stessa obiezione: quale inglese si esprimerebbe oggi così? Ci sarà pure una scelta più anglosassone di protend (o qui voleva essere un gioco con portend?) e di incongruous.
Perché non si ponga la domanda, occorre ammettere l’uso intenzionale delle parole, accettarne la ricchezza.
Per quanto mi riguarda, tengo un quadernetto dove annoto ciò che trovo “innaturalmente semplice” nella poesia contemporanea che leggo. Se da qualche parte ho usato promiscuosly o resplendent è per due ragioni. Non perché, pensando a risplendente, l’ho così tradotto (avrei in quel caso detto glowing o piuttosto shining), ma perché mi son sentito più vicino alla parola, al sicuro, rintracciandola tra pagine di appunti: non si storce il naso ad ascoltarla allora. C’è poi l’altra ragione. Proprio ieri ti dicevo che in inglese affronto spesso temi di meccanica quantistica. Negli articoli scientifici è prediletto il termine latino, per un retaggio antico della tradizione forse, di una lingua d’ufficialità.
A ben vedere, anche face somiglia molto a faccia, ma la pronuncia allontana un po’ questa impressione, laddove resplendent sembra invece proprio un calco.
Non so come si collochino questi termini nella lingua parlata, ma non è certo questo il punto che li rende meno utili al verso, meno che mai in una raccolta che sfiora temi di Fisica (dove radioattività = radioactivity, gravità = gravity ecc.). Non si deve pensare che in inglese la costruzione migliore sia per forza diversa dall’italiano. Se così fosse, suonerebbero strane anche espressioni tipo were I you, che pare proprio fossi in te.
Cerco altri indizi. Apro a caso un’antologia e scopro che Colette Bryce scrive « […] and asked us all to visualize, to open what he always […] ». Non c’è anche qui lo stesso problema con visualize?
Dirti come nasca in me una sequenza di versi non è facile. Per via di un lento e difficile accordo tra suono e senso, si forma poco a poco un’immagine da completare. Se poi manca una parola, se succede che prevale al ritmo il senso e da una lingua passo all’altra, in mancanza di un termine appropriato, cerco allora di trovarlo controllando per esteso la definizione nel dizionario. È il momento più rischioso, perché quasi è un uscir dal corpo, consapevolmente, e dovervi far ritorno.
Per queste e altre ragioni mi piace la corrispondenza con i madrelingua, per discutere sulla percezione, sul peso di parole e le strutture. Sai bene che non mi annovero tra quelli che detengono il metro e la verità poetica da insegnare.
Ho spedito Extra Password in lettura a riviste americane, editori inglesi, per non stare chiuso in uno spazio inerte di scrittura, compiacente come la lingua madre, per provare ad incontrare ostacoli e capire se il mio verso è in grado di aggirarli, scorrendo sopra o intorno. Se, entro la fine della prossima estate, riuscirò a mettere insieme almeno sessanta poesie pienamente convincenti, iscriverò la raccolta al T. S. Eliot Prize.
Non ho idea del valore di quello che sto facendo e quando provo a pensarci mi sento perso. Sicuramente, messe tutte insieme, le cose, anche solo dal 2004, pongono un problema: non possono non costituire un corpo, non fosse altro che per l’imperativo forte, la perentoria identità, l’io sono, il grido, anche dove il nome a firma non è quello battezzato. In qualche modo, vivo per come sono. Non dobbiamo tutti essere felici, in fondo?

Un abbraccio
Federico

 

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