Sull’assenza di prefazione – ipotesi n. 1

Dovendo spesso leggere, per necessità o lavoro, le introduzioni che accompagnano i libri di poesia, mi sono spesso chiesto come mai la poesia senta questa necessità, come fosse impreparata a presentarsi da sé, come se, per conoscere nuove persone, chiedessimo a un amico di accompagnarci e parlare per primo. Eppure, a leggere i versi, si scopre poi che non c’è pudore o incertezza nei poeti.
Per scherzo, ho provato allora a immaginare questa storia.

 

 

Non ha prefatori questo libro. È nelle tue mani com’è stato scritto, forse favoleggiando, senza chiari motti in apertura, fuochi d’artificio, slogan augurali. Ma non si pronuncia per bocca d’altri.
È un qualsiasi nuovo amico giunto solo al primo appuntamento. Ci sarebbe stato pur qualcuno ben disposto a accompagnarlo con le proprie indicazioni, il proprio accento messo un po’ dovunque, sugli amori e i luoghi, i tempi e i modi, aggiustando le frequenti incomprensioni e propenso addirittura a impegnarsi sul futuro.
Questo libro, invece, lo hai forse conosciuto appena per nome, mentre si parlava d’altro, a caso, perché amico d’altri, amici che ti hanno passato il suo codice cifrato.
Sta lì, come chi ha perso molti autobus stracolmi alla fermata, in un fruscìo di fogli all’apertura delle porte, tra i fischi dei commessi nei reparti alle cassiere, insieme ad altri cui somiglia, solo un po’ diversi, rumorosi e grossi. Più voluminosi, insomma. Ha la veste chiara, i risvolti ai lati appena un po’ più scuri. Non ha in stampa a prima vista l’espressione, i suoi non sono umori di giornata. Non gioisce e non rattrista a ogni mutar dei venti, non si scolla per l’umidità, non fa grinze, non si sgretola col sole. Non si strappa facilmente. Ha buona pazienza e resistenza a tutto. Il cellophane lo rende impermeabile. Per sé non porta piccole certezze, le superstizioni o le sciocchezze, né i saldissimi principi, santi cui s’appella chi ha ceduto la ragione. Non esprime il suo consenso a secoli di storia e si oppone ai tempi.
Dritto avanti guarda l’altro lato del passaggio, nel punto più triste del traffico di chi, se ha speranza, un giorno entrerà volando, sapendo di trovarlo.
Fa effetto intravedere come lui non ceda, smilzo, senza torcersi, nel peso della calca che lo stringe, che lo vuol serrare dietro molte file, ranghi che sospingono di costa e taglio ad affacciarsi meglio, fatti – loro, sì – per l’egemonia del mondo.
I numeri non son dalla sua parte, per questo è solo, capofila d’altri che non lo riguardano, non si sa come sospinto sino all’orlo in quel trambusto. Qualche mano forse, che l’aveva tolto prima allo scalino in basso, non si è poi chinata per disinteresse a riposarlo. Non s’è accorta di aver messo quel sigillo d’ingiustizia sopra cumuli di carta e di averlo fatto senza il gusto intellettuale a provocar rivoluzione.
Tu lo sbirci da lontano. Non ti ha visto ancora, e poi non sa di te. Come potrebbe conoscere la camicia a righe chiare o i pantaloni in tinta, scuri, tra i mille cui s’affaccia in volto l’espressione del Lettore, e come mai saprebbe ora che sei tu a cercarlo sino a che non tendi la mano? È il gesto che si aspetta sempre, il solo a fargli intendere d’un tratto se sarà per molto o poco che andrete oltre i frantumi del discorso, insieme non per pratiche ragioni o per folklore, ma scavalcando punti e sospensioni, i frequenti a capo, che lasciano scoperto il senso, danno la rapidità del passo in orme irregolari sul terreno.
Sulla mensola si aspetta da un momento all’altro di cadere, sotto assedio di un commesso, di venire buono di sostegno, di traverso, per non far franare una colonna di detriti, di riviste mal fascicolate, teme d’infittire senza scampo la seconda schiera, se non giungi a dar manforte.
Con un impeto lo afferri, dai lo strappo nella ressa che lo spinge, che trabocca per caderti prima addosso, in braccio con un gorgo di colori, di caratteri stravolti e cubitali. Tutto intorno un mattatoio sillabante, strilli, strepiti da prime sui giornali. Non trattieni gli altri. Cascan senza posa, li scavalchi come fossero i residui di un oggetto fracassato. Non hai colpa. Fai la coda, paghi, esci in strada.
Nel rumore in sottofondo la sua voce giunge chiara senza dar su un’altra, dalla pagina addomestica i motori, spegne i fischi e le sirene, toglie piano piano tutti i suoni al mondo mentre si cammina, lascia solo nella luce nuda la parola com’è stata scritta. Non si arriva a un punto. La tua strada segue molte svolte, fa le pieghe del discorso.

 

4 comments

  1. L’infedeltà del libro all’autore è la miglior dichiarazione di una sua identità, una vita propria che reca solo le somiglianze.
    Hai fatto bene a togliere i -pre e i -post (“qualcuno aveva i -pre, qualcuno i -post senza essere mai stato NIENTE, NIENTE!”: lo cantava Ferretti in altri tempi di eroi, ricordi?)
    Federico

  2. Io ho scritto -fazioni come se fossero fin dall’inizio dei libri a sé stanti, conchiusi, anche infedeli, e ben poco morigerati.

    Libri che tornano invariabilmente agli autori passati o futuri dell’opera che “si cura”.

  3. Sono d’accordo con quello che dici.
    Negli anni il mio atteggiamento è mutato parecchio, sino a sentire la necessità di un totale distacco del discorso critico da quello in sé poetico. Ho iniziato col preferire le note in chiusura alle prefazioni e sono giunto al preferire che nel libro – se necessari – compaiano solo interventi in prosa dell’autore, magari in appendice, senza che distruggano/disturbino l’armonia dei versi.
    Naturalmente, ciò non toglie che si senta la necessità di una lettura che sappia rispondere alle domande poste in seno al testo o che ne ponga altre, in grado di suscitare, magari, un’ulteriore, poetica risposta. In quel caso, però, è bene che il pezzo critico sia scarno, oggettivo ed abbia il proprio spazio (ad esempio su rivista). Diversamente – ed è quello che per lo più mi sembra di incontrare – la prefazione diventa una sorta di promozione molto calcolata, nella quale si fondono in un ego unico, il narcisismo del poeta e quello del critico, uniti da chissà quale santa virtù.
    Federico

    P.S. toglie piano piano i suoni del mondo: mi è capitato, almeno una volta, di chiamare per nome una persona intenta a leggere e di non aver risposta. Mi è capitato anche di leggere camminando, in un negozio di vestiti, un supermercato, il corso affollato di persone e, rialzando il capo, di scoprire quanta strada avevo fatto. Sin dove mi ero spinto? Che fine aveva fatto chi seguivo?

  4. Non leggo mai la prefazione, se non dopo aver letto il libro, proprio perché l’incontro con “il libro” è in fondo un incontro d’amore e non ha bisogno di intermediari.
    Molto bello ciò che hai scritto, soprattutto le ultime quattro righe (toglie piano piano tutti i suoni al mondo…)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s