Lettera: Finale Ligure, 21 Agosto 2008

 

caro papà,

impiego sempre molti giorni, settimane a volte, per tenere fede alla promessa di informarti su quello che succede. Non per negligenza tralascio spesso di rispondere a tutte le questioni che tu poni o mi prendo tanto tempo a farlo. Fatico a tenere insieme l’arte con la vita, nell’identico entusiasmo. Quando l’una mi promette meraviglia, l’altra per un po’ la segue, poi si mette di traverso e spezza il corso delle cose. Viceversa, capita nel mezzo di una passeggiata, di una festa, che mi debba ritirare, dando ascolto ad una strofa, a qualche verso, quasi mai preso alla luce intermittente di vetrine, come al fruscio di una lucertola nell’erba.
Mai ho preferito andare in processione per le vie del centro, il pomeriggio di domenica o di sabato la sera, piuttosto che tra i faggi e le betulle, tra i papaveri nei prati, in cerca di scoiattoli e di volpi, o in osterie dove la chiacchiera è piacevole e non ha guanti il cameriere. Anche questo amo: scegliere per caso un luogo dove andare e affezionarmi, ritornare. Non so di quanti siano i vizi messi tutti insieme.
Ed è così da capo, ogni volta che sembravano le cose compensarsi. Anche liberarsi, in apparenza, rende tutto il tempo ai giorni, toglie dal rimorso degli affetti mal ricompensati, ha le sue complicanze nel ricordo.
Ora sai perché, da qualche settimana, non proseguo a cuor leggero e prevale il gesto ampio della prosa ai versi.
Eppure, se esamino la mia condizione, scopro di non aver mai rifiutato la città, la massa, se non nella dimensione provinciale del suo caos: il turismo estivo di riviera, i volti resi uguali dalla lunga esposizione al sole, l’odore delle creme insieme a quello della pizza, i luoghi di ritrovo messi in fila, secondo il genere di musica o l’età: vent’anni, trenta o più, gli anni Settanta, il revival degli Ottanta.
Chi ha soldi e li spende male, chi non ne ha e fa credere il contrario, per circostanze giunti l’uno e l’altro a uno scalino della gerarchia, saldi finalmente e pronti al successivo.
Il giorno dopo, se mai ho passato a quel modo la serata, mi capita di non sapere nemmeno cosa ho fatto, cosa sia successo in tutte quelle ore e non ho ricordo che di un angolo del tavolo pieno di bicchieri, di un attimo in cui la luce è sembrata forte da accecare nel passaggio da un locale all’altro, di un culo di profilo, un seno, un orologio, un orecchino, il luccichio di un cellulare lasciato sul divano incustodito, la gioia d’arlecchino e sento ancora ovunque in corpo i postumi della posa imbambolata da fantoccio, messo lì per ascoltare. Ti credevi in compagnia ed eri solo, accerchiato e, a tua volta, facevi silenziosamente parte del cerchio che chiudeva un altro al centro di qualcosa che non c’è, che sia un amore o un’attenzione vera.
Pochi sanno davvero sottrarsi a questa illusione e i più sono arrendevoli persino al resto, ilari, chiassosi, sanno in fondo di non potere altro, soli con se stessi.
Perdona se queste, dure, sono le mie parole di stasera, ma sappiamo bene entrambi come si fatica ancor di più a portarle silenziosamente in cuore.
Anche l’altra vita, troppo ritirata, sciupa. La sua perentorietà, a volte, si fa beffa della gioia.
Manda un saluto da parte mia alla mamma e dille di non dimenticarsi di dar acqua alle radici anche quando sono spoglie.
Aiutala a ricordare. Daranno i migliori fiori quando sarà stagione.

Federico

 

5 comments

  1. Ultimamente forse sono troppo autobiografico in quello che scrivo. Non vorrei mai che la solitudine si confondesse con la sua estetica, ma che si potesse parlare della sua necessità, con evidenza.
    Spero però che la mia vocazione all’introspezione non ferisca mai nessuno.
    Grazie della tua visita, Dora.
    Federico

  2. E’ una lettera -introspezione bellissima i cui metti a nudo, un po’, la tua anima.
    Non si tratta di fugire l’omologazione ma di amre la propria solitudine quando essa è foriera di pensieri e di momenti pieni di vita.
    la solitudine la prova spesso chi èin mezzo alla folla e non sa perchè. Non è la classica frase fatta, credimi.

    Anche io amo profondamente la mia solitudine ( e non sono un’introversa o un’asociale, tutt’altro!).

    E’ la solitudine che riempie il cuore di immagini e ti fa gustare gli odori e i sapori del vento e delle nuvole, della terra e del mare.

    E’ ascoltare il silenzio interiore.

    Felice di averti incrociato

    dora

  3. Capita che, in certi momenti, le cose impressionino più che in altri, anche se ci sono sempre state allo stesso modo sotto gli occhi.
    Tornare in riviera dopo aver toccato il dorso caldo del vulcano, dopo aver ascoltato il soffio del mare in un’ora non definita della notte a Filicudi e ritrovare schemi ben consolidati nei comportamenti produce proprio questo contrasto.
    Sono quelli che fuggono la propria solitudine a trascinarsi, prima o poi, nel modo più faticoso e indecoroso, certo non chi tiene a cuore la possibilità di ascoltarla.
    Una pianta senza radici è solo un bastone piantato in terra.
    Federico

    P.S. ringrazio chi continua a seguirmi o chi, per la prima volta, passa a trovarmi e chiedo scusa se non sono sempre tanto assiduo nelle risposte, ma talvolta, aagiungendo anche solo una parola, avrei paura far troppo rumore qui dentro…

  4. C’è tutto un mondo che si fa beffe della gioia, ne ha invidia. Così come c’è tutto un mondo che deride il dolore, perché non l’ha provato o non ammette che ce ne siano di superiori in scala gerarchica al proprio. Tu scrivi contro l’omologazione che rende uguali per non sentirsi soli, sotto sotto. Solitudine che è un dato di fatto, se non si è parte del mucchio. Il mucchio ha la faccia dello stesso colore per ricordarsi d’essere dello stesso branco, perché il mucchio funziona per aggregazione ed esclusione, in un movimento di danza molto pittoresco: abbracciare/respingere.

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