Lettera: Finale Ligure, 1 Marzo 2007

 

caro *,

nella fretta non ero riuscito a rintracciare il brano in questione. Capisco solo ora le ragioni profonde di quell’accostamento tra inutile e bello riferiti al “suono non riconosciuto parola”.
Credo che le posizioni di * siano assolutamente legittime, limitatamente però alle aspettative di uno svolgimento insieme lirico e narrativo. Probabilmente, e a ragione, * sottolinea che siano queste le sole, vere attese di chi fruisce di Poesia non in orario d’ufficio. Pur bisogna sapere che con lo stesso agio non si affronta la lettura de I mari del sud e dei Cantos, o che le ragioni di Teresa Wilms Montt non sono le stesse di Vittoria Guerini. Per un critico, il valore aggiunto risiede forse già nella verifica dei propri strumenti, così come per certi l’interesse nella Scienza può avere carattere tecnologico, per altri fondamentale.
Cercare di decifrare il canto degli uccelli può essere una fatica inutile, perché nulla in esso è decifrabile e quasi certamente non si aggiungerebbe comprensione al godimento. C’è però il canto – un fatto – non meno di un discorso.
Il linguaggio, allora a tal punto straniato da regole e associazioni formali, che sembrano invece chiare e necessarie, resta di per sé nudo, proprio come un canto. Il suo significato oscuro è semmai un residuo, un equivoco per molti aspetti inscindibile, anche quando sfugga per affinità tra molte lingue diverse. Si può discutere su ragioni di utilità, non di necessità, con ciò ammesso che non tutta la poesia debba essere prima utile (in un qualche modo da definire) che bella.
Perché introdurre i numeri irrazionali se contiamo con le dita? Perché in qualche modo esistono e nel modo in cui quel linguaggio sta nella Natura. Talvolta si è così indotti a forza per ragioni di complessità, il che non equivale a dire che qualsiasi complicazione sia per forza oggettiva.
Anche la fuga nei vari riferimenti analitici (il testo come auto-analisi ecc.), racchiude appena un tentativo altro di affrontare il problema, secondo schemi più o meno codificati e certi. Può funzionare – forzando un poco la mano anche la chiave di casa apre la porta di una stanza – ma dall’insuccesso non si può negare che vi siano almeno una porta e una casa: in altri modi, forse, si riuscirà ad entrare.
È il poeta che pone l’enigma attraverso una porta (trobar clus), o il poeta che origlia i battiti del muro, appoggiato in piena luce a una casa?
C’è una forte componente figurativa sempre nell’approccio al linguaggio (qualsiasi linguaggio) che ne costruisce il pregiudizio. Mi pare che ciò risieda proprio nell’essere questo o quel sistema linguaggio, cioè tramite del mondo. Spesso, come in musica richiama per associazione il ritmo linee e colori, si tende a sillabare il canto secondo le parole: è l’ansia di avere una figura visibile per tutto.
Ma cosa sono le cose allora? E cosa le parole? Segni? Indizi? O queste parole non sono altro che un nuovo carattere delle cose – come già lo sono il colore, la scabrezza e l’odore – e l’organo di senso che lo accoglie è l’altra parte del linguaggio, la sua struttura fine, vuota come il cavo dell’orecchio, la retina nel buio, quella che ci è innata.
Non ci sorprenda allora più di tanto chiedersi che cosa sia una cosa fuori dal contesto: non è che una richiesta di visibilità, quel poco di realtà che basta a vivere.

Federico

 

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