Lettera: Finale Ligure, 14 Maggio 2007

 

caro *,

puoi tranquillamente chiamarmi con il nome di battesimo. Qualche volta usano gli amici con affetto Diavoli, anzi «diavoli» direi, epiteto semplicemente – e comunque mai Antonio, per fortuna. Pensa che ci fu qualcuno un giorno addirittura risentito per questa mia scelta, di un alter ego morto (in calce: Antonio Diavoli, Perti, 1910 – Spotorno, 1974), quasi che io commettessi così peccato grave, o mancassi di rispetto ai morti, «quelli veri e propri», quelli che hanno avuto una vita da affrontare prima di essere sepolti e che, per questo, un giorno, «anima e corpo risorgeranno», fisicamente. Già, e a quel punto avrei pure sparigliato i conti agli angeli del Giudizio o al Santo incaricato di restituire i corpi intatti dopo la putrefazione, uno dopo l’altro, ciascuno secondo il nome proprio, come l’abito al finire di una festa in discoteca si ritira al guardaroba dell’ingresso, si ringrazia, paga ed esce. Ad essere sincero, poi, non ho neanche mai capito come ad altri sia concesso invece – senza muover danno – di ripetere la morte in ciò che scrivono, continuamente, fabbricandola pian piano, adescandola in un modo eroico – si dice in quei casi – se non addirittura santo. Forse che a cambiarsi il nome, o giocandola così d’astuzia, sia solo più pericoloso? O come non si potesse scrivere «da morti» o come si dovessero soltanto leggere i morti, «vivi nelle ossa dei vivi», cento altre volte e più già morti nei nomi dei vivi però, di tutti i vivi che abbiamo già scordato o che nessuno ha speso una parola a raccontare.
Ho trovato interessante soprattutto nel tuo saggio dove insisti sulla «Matematica» del/nel verso, non limitando così l’analisi testuale a un recupero enciclopedico di segni e significati, mots sur les mots surtout, come pur si fa tante altre volte senza sostanza, per un gioco pallido e sottile di rapporti astrusi tra significante scientifico e significato letterario. Ci si lascia serenamente affascinare, insomma. Spesso la critica, anzi quella più alta specialmente, sembra infili le dita nelle viscere del testo, per interrogarlo secondo uno schema oscuro, mai dichiarato, sciamanico. Nutro solo qualche dubbio che così si possano raccogliere e risolvere scientificamente (quindi, innanzi tutto, univocamente, non solo storicamente, esteticamente, eticamente ecc.) tutte le istanze del testo. Un’autopsia presuppone un cadavere però o qualcuno che si presti gentilmente alla morte, con buona pace dei più ferventi tra i cristiani anche.
A proposito di Profilo Minore, posso solo dirti che lentamente sto ultimando la raccolta: si tratta ora di scegliere quei testi che davvero rispecchiano il carattere di profilo, nel senso che ho più volte chiarito, ed escludere o riadattare gli altri. Il primo impatto risulta certo fuorviante, ma solo in chi nutre profonde aspettative di sintesi rispetto all’immagine, in qualche modo valorizzando soprattutto il piano sequenza, o le transizioni chiare e lineari, tra scene in sé compiute, rifiutando un montaggio troppo rapido, il guizzo, il feed-back, la frammentazione sonora, l’aspetto evocativo, tutte risorse prime di quel découpage di materiali della lingua con cui ho deciso di confrontarmi nella stesura del testo. Non voglio qui però sostenere nessun privilegio, nessuna contrapposizione estetica o di principio. L’una o l’altra tecnica si legittima da sé nell’uso. Questo penso.
Spero di ricevere presto tue notizie: è un buon punto di partenza il nostro incontro, come tutto ciò che si offre al caso e si decide per scelta.

Intanto, un caro saluto.
F.

 

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