Lettera: Finale Ligure, 30 Marzo 2008

 

caro *,

giusta è la distinzione che poni tra testo per iscritto e testo recitato. Non tutto ciò che è sotto gli occhi torna nella voce: non credo che una pausa, mentre sia tenuta a vista nei versi, uno spazio lungo tra parole, possano racchiudere un respiro, soltanto un periodo di silenzio, a meno che non siano date certe chiare regole, come nel modo preciso di scrivere la musica, secondo partiture, e che a quelle scrupolosamente ci si attenga allora. In tal caso, l’indicazione non avrebbe più valore nello spazio già, ma dentro il tempo. Altrimenti al verso frantumato si cadrebbe solo in un atto estremo di contemplazione ― ne scrissi in appendice ai Quarti. Esistono invece poesie “visive” ― non nel senso esclusivamente storico per lo meno ― la cui malleabilità o, se preferisci, instabilità testuale si costruisce in un reticolo di segni, un mosaico in grado di scoprirsi in una forma “a vista”. Non sono calligrammi, è proprio un ritmo dato all’occhio, una fitta rete di richiami che vi si affida. Per questa ragione non sono ancora soddisfatto di Terzo Cielo: non c’è in esso abbastanza risalto per questa struttura.
Ora capirai anche perché, quando capita di leggere da qualche parte, spesso prediligo le prose alle poesie, per quel carattere piano e discorsivo che più le avvicina a chi ascolta, per quel tono esatto, secco con cui si possono attraversare senza sbagliare troppo. Eppure, vedi, anche in questo caso ho spesso l’impressione che una voce sola non basti a rendere la lingua, nata dopo tanti tentativi fatti a reinventarla: bisognerebbe forse saper fare insieme del teatro, in un modo certo non eccessivo, rendere però figura il testo agli occhi di tutti.
Il primo passo spetta sempre a chi scrive, in quanto primo lettore della propria “incoscienza”, colui che deve sapere, in certi momenti, distogliere lo sguardo, smettere di sorvegliare quei pensieri, perché infine si compiano. Eppure va detto agli altri che qualcosa “esiste”.
È anche, se vuoi, una forma di superstizione, quella che insegnano i contadini di una volta, a non indicare, non guardare troppo a lungo un frutto prima che sia cresciuto, perché non si secchi.

F.

 

One comment

  1. “Il primo passo spetta sempre a chi scrive, in quanto primo lettore della propria “incoscienza”, colui che deve sapere, in certi momenti, distogliere lo sguardo, smettere di sorvegliare quei pensieri, perché infine si compiano. Eppure va detto agli altri che qualcosa “esiste”.
    È anche, se vuoi, una forma di superstizione, quella che insegnano i contadini di una volta, a non indicare, non guardare troppo a lungo un frutto prima che sia cresciuto, perché non si secchi.”

    La maestria nelle kenningar impressiona.

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