Giancarlo Rossi su “L’opera racchiusa” in Atelier n. 49, anno XIII

L’opera racchiusa, Federico Federici, (Lampi di Stampa, 2009).

Un uomo si interroga. Il suo mondo interiore comunica con l’universo che lo circonda. Dio, anima, grazia, amore sono concetti esperiti, al contempo forme di conoscenza, intorno ai quali ruota la sua riflessione. La natura si presenta come una serie di emblemi che hanno un segreto da svelare oltre la loro consistenza fisica. Sole, cielo, acqua, pietre, ma soprattutto luce interpellano l’io scrivente. Una poesia da camera, impressioni e ricordi che ripassano continuamente sullo schermo della memoria? No, se c’è un io che parla, esiste anche un soggetto (lo si percepisce femminile) che partecipa di esperienze misteriose, ma piene di significato. La comunicazione diventa dialogo. Una sensibilità religiosa, ricondotta al cristianesimo dei riti e delle figure ultraterrene che scandiscono il dramma della creazione e della redenzione: madonne, angeli, santi, il sangue dell’uomo e dell’uomo-dio. Una coscienza che abbraccia i vivi e si rivolge ai morti, nella stupefacente realtà della loro presenza assente.
Lo stil novo di Federici è vigilato e le poesie risultato di revisioni continue, molteplici stesure che danno consistenza all’apparente semplicità della sua arte. I versi non rispondono a strette norme metriche, i testi hanno la regolarità e compattezza prosodica, con misure variabili nelle quali il flusso del significato scavalca gli a capo con frequenti enjambement e richiami di senso. La continuità è resa evidente anche dalla mancanza di maiuscole e di punti, lungo un percorso iniziatico verso un senso condiviso con il lettore. L’uso del corsivo sottolinea il paradosso («non il canto si colma al resto») o rafforza l’espressione («[…] e di sangue / sangue rifinire l’anima di dentro a fuori»).
Ogni poesia si assapora foneticamente, è un piacere leggerla ad alta voce, ma nello stesso tempo si fa strada nell’orecchio mentale del lettore e giunge nel suo foro interiore («[…] questa è l’inaudita voce così come fu detta»). Ciò accade anche perché l’unitarietà dello stile non è monotonia e l’autore ci offre formulazioni sinestetiche dell’intuitività immediata di pensiero ed emozioni («hanno un solo suono i passi dalle spalle indietro e poi», «l’orlo di neve in un lampo sacrificato al tuono»). Il rammemoramento dell’esperienza confuta lo scorrere del tempo eracliteo o apre la strada al frammento gnomico («da terra a cielo la perfezione è nell’attesa»).
Sarebbe prematuro tracciare un albero genealogico, ma io ritrovo nei testi diversi tratti dello stile di Hölderlin-Scardanelli. Si va dalla concisione quasi oracolare, alla formulazione a volte enigmatica che stringe le maglie della sintassi in raccourcis memorabili («i pochi, fratelli e sorelle, che sono amori e amici / in colmo all’invisibile; […]», «[…] i fiori / pieni alle stanze come le voci»), fino alla nominazione asciutta e immersa in una luce d’eternità dei fenomeni dell’universo («certo muta anche d’aspetto il giorno / lungo versi come lungo funi qui», «[…] sciamano in un coro poche voci / care, i gridi si confondono, le rondini»). Ma il “tu” cui si accennava prima fonda il perenne dialogo fra generazioni («tempo è di dare le mani nell’andirivieni dei vivi / fermare gli occhi, lo sguardo a chi trema»; «— chi / non è stato scordato ritorna»), è la luce della comunicazione, forse la porta che apre la stanza di Tübingen.

Giancarlo Rossi

[in Atelier, Numero 49, Anno XIII, Marzo 2008]

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