Lettera: Finale Ligure, 20 Agosto 2007

 

caro *,

come non darti ragione sul tema del Sacro? Non si tratta certo di una costruzione calcolata solo con intelligenza, fatta per distogliere dal tema sanguinante della Vita – non sarebbe altro che un astratto allora –, invece nulla di più naturale della sua fuga dialettica, continuamente elaborata in versi, materia, materialismo di simboli. Su questo sto riorganizzando il tema di un diario che un po’ riscrivo ogni giorno per approfondirlo, mutare o segnare meglio i punti, le interruzioni, ciò che mi era parso evidente allora, nei momenti subito dopo la scrittura e pare invece poi perduto in una chiarità senza fine – parce que la terre promise, le salut aussi se trouvent là où est parvenu celui qui prononce les mots, les noms.
Ho seguito su * un dibattito piuttosto interessante intorno ai temi intrecciati di tempo, identità, memoria. Alla fine, tutto si riduce sempre allo stesso schema ben consolidato, tra un dato relativo (la storia) e uno assoluto (l’eterno), e conseguente forte aspirazione del primo allo statuto del secondo. È a questo punto che, in un improvviso scarto, riposa la certezza che la memoria dei popoli incida le proprie lettere sull’eterno. L’identità si affida alla memoria. Tutto viene così liquidato. Forse ci si appella a categorie per questo, nella speranza che almeno ai codici sia data facoltà di rimanere.
Dal mio punto di vista, invece, trovo più interessante assecondare un sentimento di deriva, di lento spegnimento, nutrire lo stupore di fronte all’invisibile in Natura, che continuamente ci contrasta, sfugge, secondo un lungo corso nel quale ben difficile è dare senso a una traccia. Sono tutti gli altri poco più che graffi sopra i muri. Se davvero sopravviverà questa Letteratura a qualche miliardo di anni d’evoluzione, come farà i conti con il sole diventato una gigante rossa? O sarà strappato tutto, ridotto com’era, nell’inconsistente, senza resistenza e, molto prima che accada, come inizierà a non pronunciarsi più, come inizierà il silenzio?
La memoria non è memoria se non ha dove scriversi, consolidarsi. Di per sé, noi stessi e queste mani che premono le lettere, non siamo veri e propri testimoni. Chissà di questi miei tessuti d’epidermide quante mele di un giardino avrò nutrito allora, o pelli d’asino o cedri del Libano, chissà l’acqua di che fiumi avrà mai bagnato il mio liquido amniotico all’inizio.
Questa realtà tutta compresa in sé, il suo sipario teso sopra il nulla e con strappi di luce sono la meraviglia sola innanzi agli occhi.
In giro avverto ancora antica superstizione. Vagamente si confonde Scienza col timore di Tecnica, così come si può temere Parola per paura di Offesa.
La storia che soppianta il tempo è una ben misera agiografia, scritta, in fondo, per chi non ha coraggio di cercare un senso, prima che la salvezza.
Chiunque sia molto vicino al Sacro, conosce questa brevità compresa nell’illuminazione, « […] something given / and taken, in a lifetime’s death in love, / ardour and selflessness […] » [T.S. Eliot, Dry Salvages in Four Quartets]

A te un abbraccio
Federico

 

One comment

  1. Non si può, di sabato pomeriggio, leggere una frase simile e lasciarla cadere senza soppesarla: “si può temere Parola per paura di Offesa”.
    Dov’è la bilancia? Dove tende il suo ago? Di quale peso specifico stiamo parlando?
    In questa Parola c’entra il Sacro che indichi al termine? Può la parola illuminare tout court o dopo la sua espressione, per chi l’ha emessa, è secca, e trabocca di significato, ormai, solo per l’altro, il prossimo, chi legge, chi cerca?

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