Lettera: Finale Ligure, 27 Marzo 2008

 

caro *,

inutili lungaggini burocratiche, cui sono coartato in queste settimane, mi sottraggono agli impegni giusti di scrittura e studio ed è ben inutile qualsiasi repertorio di critiche o invettive, di malumori o maldisposizioni: nulla vale bene a sottrarvisi, toutes les choses en marche vers la mort. Resta appena il tempo per qualche gioco di carte o montaggio d’immagini trasfigurate, qualche appunto esemplare di vaga filologia onirica. Non di più. Non mi sento per questo di sottoporti alcunché di nuovo. È un dato di fatto – inutile d’insister.
Il luogo della Fiera che va per cominciare (o delle Fiere, in generale), a differenza di quello di Festival e Premi Letterari è insieme prediletto e odiato, per l’elettricità di tutti in quel contesto, tesi, in ansia d’esser contraddetti, fuori tempo o troppo approssimativi, in un’angoscia ricresciuta, nella mancata percezione di ciò che solo vale: Letteratura, ora ricoperta di insegne e segni di riconoscimento. Il ciclo di produzione e consumo è lì esemplificato e celebrato: se Zola scrisse Il ventre di Parigi pensando ai mercati o anche Il paradiso delle signore, ecco che vi potrebbe completare una speciale trilogia dell’abbondanza, corrotta e corruttrice, rifacendo l’uno o l’altro libro in tal contesto.
A proposito del carattere avventuroso di certe sperimentazioni che mi indichi, oltre un certo limite – almeno così mi pare – la lingua si impoverisce e confonde nel parlato. Non è più sufficiente allora il testo nudo in sé per mettere in funzione il meccanismo poetico, come una lampadina senza presa non dà luce. Occorre “sapere” altro o “vedere” altro, sentire la/una voce nella sua dizione “alta”, scrutare gli occhi dentro la maschera perché s’illumini. E a volte questo neppure basta. Così pure, all’opposto, allontanandosi da tutto, il linguaggio isola, separa, apre al mondo e, in qualche misura, chiude in sé chi vi si è aperto.
Ho spesso pensato che tra il parlato e il “qualcos’altro” ci sia un cammino verticale, come tra Fisica e Metafisica o Fisica e Matematica. Si tratta certamente di chiare fascinazioni, non vuote di un certo risalto etico in chi le scrive, comme l’objet du poème, ma inutili se prese seriamente in un tentativo di rendere oggettivo il paragone.
Sull’organicità del testo sono pienamente d’accordo. Vale in fondo quanto riconoscere la sua indipendenza, un’altra sua vita più “oggettiva” – discorso anche questo ormai saputo nelle stanze della Poesia di ogni secolo. Pur nei limiti del discorso cui accennavo prima, nel gioco di parole risulta però sempre necessario un “di più” che lo accompagni, che non lo renda un calcolo formale della propria possibilità di essere scritto a quella maniera o in altra, indifferentemente. È poi vero che certe rivoluzioni sono tanto silenziose da sorprendere il poeta anche più acuto, avvezzo all’avventura della parola, rivelando in lui un tratto d’innocenza sprovveduta a fronte dell’oscura intenzionalità da cui è mosso.
Spero torneremo ancora, presto, sull’argomento, magari in occasione di un prossimo incontro.

Un caro saluto e un abbraccio.
Federico

 

2 comments

  1. Questo tema mi è stato suggerito dalla lettura di un breve saggio di Giancarlo Quiriconi su Piero Bigongiari e, in effetti, a sfogliare i titoli di certe sezioni (Antimateria, Nel delta del poema, ecc.) viene da chiedersi quale sia il confine tra il senso e il suo rovescio. Per quanto riguarda la sopresa di trovarsi di fronte alla propria “oscura intenzionalità”, non credo sia possibile (o, per lo meno, non con i materiali attualmente a mia disposizione) citare un poeta o un altro. Forse è questione molto privata, che ciascuno scrittore può rivelare da sé agli altri, anche solo in merito a qualche testo o circostanza. Parlando a titolo personale, posso dire che questa perenne oscillazione tra consapevolezza e coscienza a posteriori agisce con forza all’interno del corpus poetico.
    Ora che ci penso, però, se ascolti l’intervista a Mario Luzi, pubblicata su cd da Crocetti, scopri qualcosa di simile quando si parla di “Per il battesimo dei nostri frammenti” e più ancora in merito a “Sottospecie umana”.

  2. E io invece l’approfondirei, quel verticalismo come tra fisica e metafisica, soprattutto.
    Così come sarebbe interessante avere degli esempi concreti di ciò che intendi per poeta mosso da un’oscura intenzionalità che poi si sorprende al tratto d’innocenza… sprovveduta. Mi vengono in mente come primo cenno di confronto le Songs of Innocence vs Songs of Experience blakiane, ma lì il contrasto era voluto… tu parli di casualità, di sorpresa…

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