Lettera: Finale Ligure, 16 Marzo 2008

 

 

cara *,

non ti so dire quale sia, oggi, il mio livre de chevet, né ti indicherei forse quel titolo che attualmente ha un posto accanto all’abat-jour sul comodino: sono le dispense che usò mio padre per l’esame di paleontologia nel ’59, cucite a un risvolto di cartone scuro, studi e indicazioni sull’origine organica dei fossili, dettagli sugli invertebrati, che mi affascina sfogliare a caso, soprattutto per certe diciture dai suoni mantrici (le sezioni di gusci di Tintinnidi, la Lingula anatina, la Lima inflata, la Mitra fusiformis), e poi le grezze formule, la chimica, i nitrati, i calcinati, gli ombelichi e i bivalvi, le misteriose concrescenze vegetali disperse col diluvio universale. Ritrovo accanto a quei disegni, altri antichi segni che scarabocchiavo da bambino.
In monumentali biblioteche, in rete o immaginarie, non entrano invisibili la polvere, il rumore, i passi di nessuno, non restano le tracce mai di nulla invece, luoghi nei quali è dato il magico potere della replica del libro con un tocco della mano. Il sapere si accumula in silenzio, come silenziosamente è preso, moltiplicato sempre identico a se stesso, scambiato in uno spazio che è già mentale, senza essere proprio.
Questa mancanza di carta, di un vero e proprio corpo, sottrae ogni certezza, che va in qualche modo altrove compensata, perché lì, nel confine della pagina, rimangono le tracce meno volatili della storia, un’eredità invisibile di impronte, che si fanno poco a poco più chiare, i veri segni cui aggiungono una oscura forma i nostri.
Riguardo all’altra questione che poni, mi pare naturale, legittima aspirazione di chi scrive, quella di essere ascoltato (o per lo meno letto, in un certo senso). Bene o male tutti adoperiamo l’arte intorno ad una forma, che vogliamo incarni una identità precisa, secondo questo o quello stile che ci siamo dati, rischiamo d’essere oltremodo autoritari: è per legge di Natura, forse, che ciascuno tende a svilupparsi prima nel massimo di sé? Così, non tanto le parole scelte in un verso, in una poesia, ma l’intera sequenza dei testi e dei libri (poi), costruiscono la grande similitudine tra macro-testo e identità, il secondo corpo cui si aspira per coscienza.
Il nodo da sciogliere resta adesso un altro però: c’è davvero un ulteriore livello in cui si leggono, si aggregano tous les livres (sic!) o è questa solo l’ideale proiezione (o idealizzata) di ciò che in breve si chiama Uomo? Come già si osserva in Natura, occorre un tessuto allora, qualcosa che insieme leghi e faccia interagire i centri elementari: a chi parliamo davvero, fluttuanti nella nostra lingua incerta? Chi sono i nostri più prossimi vicini? Il nostro «dire», che profuma di continua scoperta, matura nuovi entusiasmi, modifica e inventa la parola, senza confrontarsi che con la meraviglia, dovrà prima o dopo scegliere anche di «ascoltare».
Nei blog soprattutto, c’è l’illusione di un’eternità acquisita presto, nello spazio apparentemente meta-fisico della macchina: l’harddisk preso tra due dita sembra altrettanto imperscrutabile che un volto coperto da una maschera, una testa mozzata all’atto del pensiero.
Non vi è poi tanta certezza in quello che speriamo, neppure a ridurre la scrittura a un tentativo complicato di fissare altrove la memoria. Così come quei segni nella Vallée des Merveilles, anche molta poesia di oggi risulterà un giorno sconosciuta, tacerà dentro i suoi schemi elaborati, i suoi ghirigori di rime, gli amoreggiamenti carezzevoli del nonsense, non decodificata in tempo, persa per sempre come sciame di fantasmi dietro un colpo di vento, eppure ancora tesa nelle reti, ospitata in server obsoleti, che nessun sistema avrà modo più di interrogare o inscritta ai solchi micrometrici, tra i graffi, nei settori danneggiati di un supporto ottico, che nessuno sa recuperare.
Così il passato di foglie morte torna nel futuro della pianta, alla radice.
La stagione dei blog, almeno nel senso della critica che muovi, non credo sia finita ancora. Nell’attuale stato di cose, c’è semmai che ad una chiara dittatura del «dire» non corrisponde un’uguale democrazia «dell’ascoltare». I lit-blog stessi sono anzitutto aggregatori di chi scrive e prova, in qualche modo, ad organizzarsi, tenta di coordinare singole aspirazioni in un movimento condiviso d’idealità.
Per questo, la Romantica figura, inattuale, di poeta, che emerge dai tuoi versi, il suo ideale alto e faticoso di purezza fan quasi teneramente sorridere, al pensiero di quelli (molti) che pretendono attenzioni e onori da qualche decina di miseri testi scritti di getto e con sentimento.
Si scrive nella storia, certamente si scrive in questo tempo, così come in questa stanza, in questo paese dell’Italia a settentrione in un pomeriggio di Marzo, ma non si dovrebbe forse scrivere pensando di restarvi a lungo, in prospettiva di una “Letteraria Storia”, ivi consacrati al merito da “chi conta”. È l’ansia che consuma tanti, il tarlo che scompone infine i nodi della trina ricamata tutta una vita e non so se infonda, questo, tenerezza o più pena ora.
Anche la mia idea di “poeta” è non meno problematica che la tua: un melo, nato ai margini del bosco, continua a fare i propri frutti, senza il peso dei mercati, vivo nella sua terra. E non basta forse a scrivere la storia? Non basta?
Riuscirvi! In questo sono fatica e gioia.

Un caro abbraccio, in attesa di risentirti al più presto.
Federico

 

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